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Monna
Fiamma è una bella donna, anzi, una bella ragazza, anche
se il peso dei suoi diciannove anni le grava sulle spalle. Ha
dovuto sopportare la morte del marito per malattia, insieme a
quella di uno dei suoi figli, e ora è sola al mondo, con
la responsabilità della restante famiglia. I suoi occhi
hanno ormai perso per sempre la loro scintilla di allegria, ma
non hanno ancora smesso di vivere, perchè Monna Fiamma
deve vivere, deve, per poter garantire un futuro ai suoi figli.
Li guarda: sono tutti ammassati sul pagliericcio, stretti gli
uni agli altri. C’è Aurora, la più grande, Amina,
Ariele, Ruben, forte e sano, Ninfa e il piccolo Ulisse di un anno
appena. Prima, pensa Monna Fiamma, ognuno aveva il suo letto pulito.
Prima, nella loro balla casa. Dopo la morte del marito, i soldi
erano diventati insufficienti, e si erano dovuti trasferire in
una catapecchia sporca e vecchia. Ma tra poco non si sarebbero
potuti permettere nemmeno quello, lo sapeva. Sarebbero diventati
mendicanti, che chiedevano l’elemosina per vivere. Monna Fiamma
non lo poteva sopportare. Doveva fare qualcosa.
Qualche minuto dopo è fuori, nell’aria pungente della notte,
davanti alla porta di una casa. Con un calcio la apre e spinge
dentro Aurora, l’unica sveglia, e poi tutti gli altri.
“Perchè siamo qui, madre?”.
Monna Fiamma le mette in mano le monete che le restano, i suoi
ultimi risparmi.
“Dà queste alla signora Alamanni, da parte mia. Voi resterete
qua per qualche tempo, io devo partire”.
“Ci vuoi lasciare qua! A vivere dalla signora Alamanni? Non voglio,
non voglio!”
“Dovete restare. Io torno presto. Non seguitemi, non pensatemi.
Io torno presto, io torno presto...”.
Cerca di chiudere la porta. Le dita di Aurora si aggrappano inutilmente
alla veste della madre.
“Madre, no, ti prego, no...voglio venire con te! Oh madre, ti
prego...”
Ma ormai la porta si è chiusa.
E’
ancora notte fonda. Monna Fiamma cammina nelle vie strette e tortuose.
Sbuca nella piazza maggiore. Il campanile si alza glorioso a dominare
la città, le case e i palazzi sono silenziosi, ammassati
attorno alla piazza. Monna Fiamma segue una via costeggiata da
botteghe artigiane. O meglio, non segue la via ma il rigagnolo
che ci scorre al centro, la fognatura insomma. Perchè la
fognatura porta al mare, e vicino al mare c’è il porto,
con le belle barche di legno dalle vele bianche a riposo. E lei
si deve imbarcare. Vuole partire per la crociata, si farà
arruolare come cuoca, la pagheranno. Quando tornerà, potrà
garantire un futuro ai suoi figli. E’ brava come cuoca. Solo pochi
mesi prima, cucinava appetitosi manicaretti per il marito e i
figli: zuppe di orzo, o arrosto. E il pomeriggio, quando venivano
le amiche, preparava dolcetti intinti nel prezioso miele. Gli
occhi di Monna Fiamma si velano al ricordo di quei momenti. Ma
deve essere forte.
La
barca si stacca finalmente dalla riva. Dagli uomini armati di
corazze e di spade si alza un urlo selvaggio. Agitano minacciosi
i pugni. “Sconfiggeremo i musulmani!”. Alcuni salutano le persone,
i loro cari, che rimangono a terra. Monna Fiamma non ha nessuno
da salutare. Si ritira in un angolo, si sporge dalla ringhiera.
Il mare ondeggia, minaccioso, freddo e nero.
Si ricorda tristemente della loro casa, del suo vestito bello
con le maniche a sbuffo, delle botteghe del pane e delle piccole
orchestre che suonavano nella piazza. Si ricorda del mercato,
delle merci variopinte esposte e degli sguardi che attiravano
queste ultime, così belle, lucenti e raffinate. Si ricorda
il sorriso dei suoi adorati figli, da quello di Aurora a quello
ancora sdentato del piccolo Ulisse.
Un uomo le si avvicina. Ha un viso dolce e gentile, ma anche e
lui è armato fino ai denti.
Si presenta: il suo nome è Francesco, viene da Assisi.
Racconta che il padre è un benestante, e che lui va in
crociata solo per farlo contento. “Non mi trovo bene”, dice “fra
tutti questi soldati. E lei, invece, come mai è qui?”.
Monna Fiamma spiega la sua vicenda. In breve, lei e Francesco
diventano amici.
L’esercito
è riuscito a saccheggiare Bisanzio, ora deve solo detronizzarne
l’imperatore. Sono riuniti, migliaia di uomini, attorno a un falò,
progettano un piano. Nel piano c’entra anche lei: Monna Fiamma
dovrà andare alla corte dell’imperatore con un omaggio,
una torta. Gliela offrirà in segno di pace da parte dell’esercito,
ma la torta dovrà essere avvelenata. E’disposta a farlo?
Monna Fiamma annuisce. I soldati lodano il suo coraggio, urlano
euforici. Il piano è perfetto: la torta non potrà
essere rifiutata, la fama di Monna Fiamma come cuoca ormai si
è sparsa dappertutto. Chi non vorrebbe assaggiare i suoi
manicaretti?
Monna
Fiamma si chiede se sta facendo la cosa giusta. Sta andando ad...bè,
sì, ad ammazzare una persona. Quando tornerà all’accampamento,
i soldati la porteranno in gloria, diventerà famosa. E
per cosa? Per aver avvelenato un essere umano come lei. Il dubbio
divenne certezza: non stava facendo la cosa giusta. Nessuno stava
facendo la cosa giusta. Gli uomini si ammazzavano a vicenda, lei
compresa. Ma per questa azione l’avrebbero pagata profumatamente,
l’avrebbero pagata per essere la causa della morte di un uomo.
Terribile. Ma a lei i soldi servivano. Le servivano per salvare
i suoi figli. Così offrì la torta, vide l’imperatore
crollare a terra, e poi scappò via. Si vergognò
di se stessa. Evitò i suoi compagni soldati e si imbarcò
sulla prima nave di ritorno a Venezia, con il sacco di monete
in tasca. Poco prima che la nave partisse, un uomo apparve urlando:
“Aspettate, aspettate! Voglio salire anch’io!”, era Francesco.
“Mio padre aveva torto”, spiegò a Monna Fiamma, “la guerra
non è così come me l’ha descritta. non è
gloria e coraggio, è morte e vergogna. Adesso torno a casa,
consegno tutti i miei averi a mio padre, e poi cambio vita. Vivrò
in povertà, in sintonia con la natura, curando gli ammalati
e predicando”. Sorrise. “Sento che questa è la cosa giusta
da fare”.
Monna
Fiamma cammina trafelata, tra poco rivedrà i suoi figli,
non ci può credere. Ringrazierà la signora Alamanni,
comprerà una nuova casa, grande e bella, e diventerà
cuoca. Anche se è una donna, è decisa: entrerà
a far parte di una corporazione, farà persino istruire
i suoi figli. Vivranno felici e... in quel momento qualcuno le
piomba addosso alle spalle: è un uomo vestito di nero.
Un ladro. Monna Fiamma urla, mentre il ladro cerca di strapparle
di mano il sacchetto di monete. Ma lei tiene duro, molla calci
e pugni, le monete sono sue, se l’è guadagnate lei. Il
ladro alza il coltello, che brilla nell’oscurità. La lama
affonda nel braccio di Monna Fiamma; il sangue comincia a scorrere.
Lei corre via. Il sacchetto le sbatte nella tasca, ancora in suo
possesso.
Bussa alla porta della signora Alamanni. Apre Amina. Dietro di
lei c’è Ruben, Aurora con in braccio Ulisse, Ariele e Ninfa.
Ci sono tutti. Vivranno felici e contenti, questa è la
speranza che accende nuovamente gli occhi di Monna Fiamma.
Autore:
Francesca
Bongiovanni è una studentessa della Scuola Media
"A. Rosas" di Quartu S. Elena (CA). |