|
C'era
una volta
in un paese neanche tanto lontano una maestra dalle poche parole. Le mancavano
particolarmente le parole belle.
Lei amava il suo lavoro ed anche i bambini. Si prodigava perché imparassero
ed arrivassero preparati alle scuole medie.
Aveva tante parole per correggere gli errori dei suoi piccoli alunni, ed
anche molto inchiostro rosso; ma quando essi facevano bene i compiti, non
sapeva che scrivere "sì", "visto" o, al massimo,
"bravo".
Molti bambini capivano quello
che la maestra voleva dire.
Giacomo però faceva fatica. Quelle poche volte in cui la maestra gli aveva
scritto un "bravo" sul quaderno era stato contento, ma si era
chiesto: "in che cosa sarò stato bravo?"
Lui era un bambino che non amava moltissimo la scuola, preferiva correre con
la bici e giocare a pallone. Per accontentare la mamma e le sue maestre però
si sforzava di fare bene i compiti.
In alcune giornate, soprattutto quando l'aria si faceva tiepida e si riempiva
del profumo dei fiori, restare in casa a studiare era proprio un sacrificio.
Giacomo si aspettava che la sua maestra si accorgesse della sua buona volontà
e che premiasse il suo impegno.
Per questo non riusciva a capire perché lei scrivesse solo "sì" o
"visto" sul suo quaderno dei compiti.
La mamma ed il papà di
Giacomo si erano accorti della delusione che in alcuni momenti colpiva il loro
bambino e temevano che finisse per scoraggiarsi. Però non sapevano cosa fare.
Non era facile parlare con quella maestra; non pensavano affatto che fosse una
cattiva insegnante, ma Giacomo aveva bisogno di maggior attenzione.
Un giorno il bambino era
tornato dal rientro pomeridiano molto affranto. Durante il fine settimana
aveva lavorato molto ad una ricerca: aveva consultato molti libri e cercato
figure che potessero abbellire il suo compito. Aveva anche fatto un paio di
disegni. Forse per questo era rimasto molto deluso quando la maestra si era
limitata a controllare se avesse eseguito la consegna, siglando poi l'ultima
pagina con un "visto". Non l'aveva letta, né tantomeno apprezzata!
Alla mamma era bastato un sguardo da lontano per cogliere, nel viso rabbuiato
di Giacomo che tornava da scuola, che qualcosa che era andato storto.
Fu così che, d'istinto, lo fece sedere vicino a sé ed, accarezzandolo,
cominciò a raccontare una storia.
|
C'era
una volta,
in un paese neanche tanto lontano una maestra dalle poche parole. Le
mancavano particolarmente le parole belle.
Lei amava il suo lavoro ed anche i bambini.... |
La storia le fluiva dal
cuore, man mano che la narrava. Sapeva che doveva offrire a Giacomo qualche
criterio per comprendere, in modo corretto, quella situazione che lo faceva
soffrire.
Continuò raccontando che
|
forse nessuno
aveva insegnato a quella maestra altre parole da dire ai suoi alunni,
parole belle che fanno bene al cuore.
Forse nessuno le aveva usate con lei: per questo non le conosceva!
Il bambino della storia (che la mamma aveva chiamato Fabio) decise
allora di scrivere una lettera alla sua insegnante.
Cara
maestra
ho capito che, anche se sai tante cose, devi imparare a parlare ai
bambini. Ti insegnerò io.
Quando qualcuno porta tutti i compiti, devi dire prima di tutto:
"Mi fa piacere vedere che ti sei impegnato!". Se poi i
compiti sono giusti, gli puoi scrivere sul quaderno parole come:
"complimenti", "molto bene", "lo so che sai
fare bene", "continua così" eccetera.
Se invece c'è qualcosa di sbagliato, devi scrivere "apprezzo
il tuo impegno, ma puoi fare meglio", oppure "abbiamo fatto
un po' di confusione" o ancora "forse non hai dedicato
abbastanza tempo ai compiti".
In questo modo i bambini si sentono capiti e possono migliorare.
Allora mi raccomando: impara bene queste parole che non conosci e
comincia ad usarle a scuola. Se mi viene in mente qualche altra
parola, ti scrivo ancora.
Ciao da Fabio |
Mentre la mamma raccontava,
Giacomo era tutt'orecchi. Non poteva finire la storia, perché neppure lei
poteva sapere come avrebbe reagito la maestra ad un alunno che vuole
insegnarle le parole da dire ai bambini.
Si congedò da Giacomo dicendo che dovevano aspettare per sapere come sarebbe
finita la storia.
Lui rimase molto pensieroso. Poi si alzò ed andò in camera sua: voleva anche
lui scrivere come aveva fatto Fabio.
Aveva capito che neanche la sua maestra era perfetta, nonostante fosse questo
che Giacomo sentiva quando lei si rivolgeva ai bambini. Ora sapeva che non
doveva essere contento solo quando la maestra lo apprezzava, perché lei non
era capace di farlo bene ed a volte era distratta. Lui poteva imparare ad
essere contento prima di tutto per quello che faceva grazie al suo impegno e
poi per il sostegno di mamma e papà.
Neanche io so come sia finita
la storia, se Giacomo abbia consegnato la lettera alla sua insegnante e se lei
si sia rivista nel suo comportamento.
Sto aspettando di incontrare Giacomo per
chiederglielo. Però ho sentito dire che qualche volta è successo che i
grandi abbiano imparato dai bambini, ascoltandoli o leggendo nel loro cuore.
Del resto, come pensate che
io abbia potuto conoscere la storia della maestra dalle poche parole?
|