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TI RACCONTO ...

In Educare.it uno spazio dedicato al racconto.
Brani scritti dai grandi per i piccoli, da ragazzi per altri ragazzi e per tutti gli adulti che hanno voglia di ascoltarli.
Nei brevi racconti che pubblichiamo vogliamo leggervi lo sforzo di crescere e di trovare il proprio senso nel mondo, oppure il momento della memoria, ciò che unisce - nella trama delle esistenze - il presente al passato ed ai giorni a venire.

 

NON CAPIRE PERCHE'

di Anita Furlani

Tra due grandi valli, Val Fraselle e Val di Revolto, all'incrocio dei loro rispettivi torrenti, è situato un paesino di nome Giazza. Proprio ai piedi di enormi roccioni, nella Lessinia, l'altopiano veronese. Poco lontano da Giazza c'era tra il 1866 e il 1915 il confine tra Austria e Italia.

Ed è qui che si ambienta la nostra storia; Giazza allora era un paesino popoloso, non come oggi che conta 100 abitanti; allora da tutti i camini usciva una nuvola grigia che si perdeva nel cielo. Solo una casa non aveva il focolare acceso: il proprietario, Gerardo Dal Bosco, seduto su un tronco tagliato dai boscaioli, sembrava pensieroso ed arrabbiato.

Fumando un sigaro, guardava il torrente ormai stretto nella morsa dei ghiacci. Guardava fisso il torrente: il suo mulino si sarebbe fermato con l'arrivo dei ghiacci. Pensava alla sua famiglia, a quelle otto bocche da sfamare. Raccolse alcuni ramoscelli e tornò a casa; salì la scala scricchiolante e aprì una porta vecchia e scolorita. Avrebbe riacceso il fuoco, quella sera, ma fino a quando?

La cassa che conteneva la polenta era quasi vuota e ogni volta che i figli lo guardavano sentiva crescere il peso della disperazione. Ormai la gente portava i grani a macinare nei mulini della bassa valle che lavoravano in tutte le stagioni a prezzi più bassi. A Gerardo il mulino era costato molto di soldi e di fatica, ma quali erano i risultati? Solo un paio di anni aveva lavorato bene, all'inizio, prima che venisse costruita la nuova, maledetta strada, che portava nei centri più in basso. Come se non bastasse, il comune stava vendendo i beni comunali dove tutti i nullatenenti fino ad allora potevano far legna e pascolare gratuitamente. Ora solo in pochi potevano acquistarli e tra questi non c'era Gerardo.

Un giorno arrivò da lui un ometto in mantello nero che nascondeva in parte gli occhi. "Ho un lavoro per te - disse - se entri nella mia banda". L'ometto si guardò in giro e ripeté la sua offerta: sapeva che Gerardo era in cerca di lavoro. L'ometto parlò di contrabbando e un brivido percorse la schiena di Gerardo. Ma poi pensò alla sua famiglia e sentendo le spiegazioni del suo interlocutore gli sembrò che fare il contrabbandiere fosse un mestiere come un altro. In fondo solo dopo il 1866 era diventato un reato portare merci trentine in Italia. Che cosa c'era di male a portare zucchero, "spirito", sale? E perché pagare il dazio ai finanzieri?

Mentre l'ometto parlava, Gerardo non sembrava molto attento perché sapeva già tutto. Ma ora aveva ricevuto una spinta. E accettò.

A casa non disse niente alla moglie ma mentre preparava lo zaino e il resto lei lo guardava in modo strano. E quando le disse che aveva trovato lavoro e sarebbe ritornato dopo cinque giorni la vide fare un cenno con il capo. Forse aveva capito.

Il gruppo di contrabbandieri stava risalendo il sentiero delle "Gozze" quando l'ometto sì avvicinò a Gerardo e lo informò dei rischi del mestiere. Una multa fino a cinque volte il dazio evaso per il contrabbando di una singola persona, l'arresto e la prigione per il contrabbando in associazione. Gerardo ammutolì e si girò più volte indietro ma il pensiero della famiglia lo spingeva a continuare. Ad Ala caricarono zucchero, tabacco, "spirito". E poi su per la Valbona con aria allegra e scherzosa. Il rumore degli stivali era il sottofondo delle voci del gruppo. Gerardo sentì qualcosa di freddo sul naso, poi sulla bocca. Cominciava a nevicare. Non poteva andare meglio: le guardie sul confine riducevano i controlli quando cominciava a nevicare.

"Se ne staranno al coperto a bersi un buon bicchiere di vino bianco", pensava Gerardo. In alto abbandonarono il sentiero e su un ripido pendio si lasciarono andare a ruzzoloni sulla neve: la gioia di avercela fatta e la stanchezza facevano ormai perdere il controllo dei movimenti. Per una settimana mangiarono pane bianco a casa di Gerardo e il livello della farina gialla nella cassa aumentò. Una sera la moglie, non vista, guardò nello zaino e non trovò la vecchia foto che gli aveva messo qualche tempo prima perché il suo uomo si ricordasse di lei durante i suoi lunghi viaggi. Non capiva ma non disse nulla a Gerardo.

Una sera due finanzieri entrarono in casa: le fecero delle domande strane su Gerardo che era ad Ala da due giorni. Estrassero una foto: era la sua, quella che rappresentava lei da giovane, ma perfettamente riconoscibile. Lei non disse molto quella sera ma quando i due se ne andarono capì: i due avevano trovato la fotografia, si erano insospettiti, avevano seguito Gerardo e lo avrebbero certamente arrestato. Andò in una casa vicina e pregò l'Arduino che all'indomani, andando su per contrabbando, avvisasse Gerardo di non tornare. In seguito seppe che Gerardo era stato condannato in contumacia a tre anni di carcere; quanto alla foto, si era sfilato dallo zaino lungo il pendio fatto a ruzzoloni. Gerardo emigrò a Lucerna, in Svizzera. Era fiero perché l'avevano messo in miniera e gli avevano detto: "Tu bravo lavoratore, caricare cinque carretti di carbone al giorno". "Questo è un lavoro per me", pensava. Dopo un mese arrivò il suo primo salario: molto meno di quello che aveva pattuito. Anche la "promozione" ai piani più bassi era una fregatura.

La sera del 16 ottobre 1916 il sindaco entrò felice nella casa di Gerardo. Aveva notizie di lui: gli aveva domandato il passaporto per rientrare regolarmente in Italia. L'ex contrabbandiere avrebbe scontato la sua pena e poi vissuto con la sua famiglia. Ancora più felice furono Gerardo e i suoi quando sentirono che la pena era stata commutata in servizio militare in prima linea.

Era iniziata da un anno la guerra con l'Austria. Gerardo avrebbe combattuto su quel confini che aveva valicato come contrabbandiere e come emigrante. Chissà cosa avevano di così importante quelle rocce, quel sentieri da farci una guerra. Dall'altra parte c'era il nemico, gli Austriaci, e c'erano anche molti trentini; Gerardo ne sentiva le voci. Forse c'erano anche i suoi vecchi compagni d'affari, quelli che gli vendevano la roba.
Ora erano nemici, chissà perché. Un giorno a casa di Gerardo arrivò una lettera: "Il fante Dal Bosco Gerardo è deceduto addì 27 c.m. per ferite da arma da fuoco, difendendo i sacri confini della patria".
I figli di Gerardo non capirono mai più cosa fosse una patria.


Anita Furlani è uno studente della Scuola Media di Selva di Progno (VR)

Questo racconto è stato segnalato nella categoria "scuola media" del concorso "RacDisGiò 2002", promosso dal Distretto Scolastico n. 30, dal Comune e dall'Informagiovani di San Bonifacio (VR).
E' pubblicato su Educare.it per gentile concessione del Comitato Organizzatore.

 


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