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Una
storia tracciata a linee imperfette che non seguono le leggi piane
o solide di geometria, parole e pensieri appuntati su un piano
infinito dove a tratti si ha la possibilità di intravedere
la forma di qualcosa, un’ ombra che si sta definendo per la sua
sostanza. Passo dopo passo, la forma preda la materia, lentamente,
senza fretta, sfila la corporeità dalle parole e le lettere
danzavano ormai fluenti a modulazioni ecoiche intorno ai contorni
dell’ombra.
Era
un gioco di movimento a ellisse, con pause, ritmi veloci, a volte
lenti, a volte sospesi su questo piano infinito, …si attardavano
nello spazio per il vuoto assoluto che c’era, fino a riprendere
movenze tutte intorno.
Erano
punti, punti infiniti di quella linea che non cercava nessuna
definizione di sé perché non voleva appartenere
nient’altro che all’infinito, solo traiettorie di punti in moto,
noncuranti di intersezioni nello spazio, moderatamente curiosi
della direzione che avrebbero preso. Poi, da questo movimento
avrebbe preso corpo la rete d’oro.
Di
un materiale speciale sarebbero nati incroci, nodi, intrecci laschi
a momenti, tesi in altri, creando un gioco frenetico di movimenti
avvolgenti, che fasciavano lo spazio a poco a poco.
Diffondeva la sua luce a lunghezza d’onda diverse, passando dall’oro
all’argento in meno di un secondo, per ritornare oro, argento
subito dopo, nello spazio infinito che per questo si concedeva
più nero che mai: i nodi assorbivano la luce, puntellavano
il piano infinito scenario immobile all’ aggregazione di materia
interstellare che dava vita ad un’anima: è così
che nascono le anime.
Lo spazio diventò per questo compiuto, l’anima accolta
ne delimitava i confini fino all’ultimo cielo delle stelle fisse.
L’anima
estendeva il suo spirito, uno spettacolo itinerante nello sfondo
infinito, fino a quando non scelse di fermarsi.
Prese, senza chiedere permesso, i suoi occhi, il suo volto, la
sua bocca, la sua voce, i suoi pensieri e li fece suoi.
Cominciò a vivere, ……… il suo tempo ormai definito era
scandito dagli opposti: la notte e il giorno, l’amore e il dolore,
la gioia e la tristezza, la passione e il tormento, il silenzio
e il tumulto, l’ inquietudine e la pace, l’angoscia e la speranza.
Come ombre dei sentimenti accanto le passavano a volte, mentre
in altre si facevano sentire fin dentro la carne, perché
ormai era sostanza, era storia fissata in un nastro che sarebbe
stato infinito,ricordo del suo essere rete d’oro.
Per questo le persone sono uniche, finite e infinite.
Senza
sapere perché, del mistero l’imprevisto fa parte, cominciò
a dialogare in silenzio, da sola.
Fino a quando le sue parole non raggiunsero un’altra anima che
aveva preso possesso di un altro viso, di altri occhi, di un’altra
bocca, di un’altra voce, di altri pensieri e come sempre, senza
chieder permesso, li aveva fatti suoi.
Cominciarono
a parlare senza conoscersi: parole che incrociavano pensieri,
pensieri che si annodavano ai sentimenti, sentimenti che si legavano
a immagini.
Non importava se era l’usignolo ad accompagnare il loro tempo,
l’allodola avrebbe aspettato, il suo canto goffo e sgraziato annunciava
solo un giorno che non reggeva al confronto dell’attesa delle
notti.
Si parlavano adesso e questa era la cosa più importante:
succedeva poi che nel corso di una giornata qualsiasi i pensieri
dell’una inciampassero per caso in quelli dell’altra, una sorta
di alchimia del desiderio, senza sapere perché e non avevano
voglia di chiedersi perché era così e tanto bastava.
Sottili
giochi d’ansia accompagnavano l’arrivo della notte fino a quando
la chiacchierata ricominciava su un piano accordato per loro,
solo per loro.
Il resto del mondo in sala d’attesa……. iniziava l’abbraccio tra
parole e immagini: sorrisi, ammiccamenti, celie che nascondevano
pudori non falsi,…. tutti tentativi di toccarsi, di prendersi
per mano, di vedersi: gli occhi per ora si riempivano di immagini
che lasciavano segni, impronte, tracce nella mente, e ogni anima
le conservava per sé in un angolo speciale, segreto a volte
anche per loro stesse.
Immagini
in movimento che erano non-immagini ma una specie di simbiosi
tra sensazioni, emozioni, apparizioni e dissolvenze che in movimento
lento di armonie, in un silenzio siderale, e pur tuttavia prodigo
di comunicazioni e di dissolvenze, che si legano e si annodano
solo in apparenza casualmente. Un legame che esprimeva il lento
e ampio planare di anime in azzurre estensioni speculari rispetto
a sé, senza per questo concedersi all’autocontemplazione,
ma alla semplice esplorazione del loro incontro in un volo libero.
Tanto
tempo dopo sarebbe stato il posto dove avrebbero pescato i pensieri
più dolci nei momenti di nostalgia, ma adesso non lo sapevano,
non potevano sapere.
L’arte dei giochi delle sembianze fu spezzata dall’incontro: adesso
gli occhi dovevano fare i conti non più con le immagini
del posto segreto, ma con quello che avevano davanti e le due
anime si guardarono, si scrutavano, cercavano le forme, le parole,
le tracce, le impronte che si erano lasciate.
In questa ricerca muta, solitaria, riconobbero segni, sagome di
corpi, di mani di colore diverso, contorni di occhi, parole che
adesso avevano un suono,
Una
voce fuori campo sussurrava qualcosa, ma era appena un soffio
di voce, l’orecchio non voleva sentire, non voleva ascoltare.
Camminarono a fianco a fianco, si prestavano attenzione di nascosto:
pensieri mutarono forma in teneri balbettii e cominciarono a parlarsi
simultaneamente per fermarsi subito dopo e…… cedere il passo.
Sotto un banco speciale, di nascosto cominciarono a raccontarsi
la loro storia, e cominciarono sorrisi, spruzzate di ricordi come
giochi d’acqua, boccacce come passatempi, capriole per girarsi
intorno. Si allontanavano per riprendersi poco dopo, a volte a
capelli, altre con gli indici delle mani uniti oppure incrociati
e soffiati sulla bocca.
Stavano imparando a conoscersi….., altri come loro, rintanati
sotto i banchi, stavano scoprendo, esplorando il mondo dell’altro….
la voce fuori campo continuava a parlare, senza essere ascoltata…………..
I
pensieri dell’uomo sono raggomitolati nella mente, aspettano la
luce del caminetto quando, seduto, stanco, l’uomo è davanti
alla sua fiamma e la fissa intensamente.
Ad occhi chiusi, la fiamma continua a tremolare, i pensieri allora
galleggiano seducenti nella mente come esche alle quali altri
pensieri abboccheranno.
Il monologo interiore ha inizio.
Pensaci
bene, non è forse così che iniziano tutte le notti,
allorché si appresti ad avvicinarsi la tua sera?
Non ci sono sere a che vengono per tutti ma c’è la sera
che si coniuga ai pronomi … la mia, la tua, la sua, la loro, e
che poi ignari individui si esprimono dicendo che “ è arrivata
sera” è tutt’altra storia.
Ma
tu sei diverso: scenari misteriosi aprono i tuoi dialoghi dove
come in un morbido e confortevole acquario nuotano le tue speranze
i tuoi sogni.
Ma tu sei diverso: apri la tua anima a che gli altri se ne possano
servire, sveli il suo contenuto a che gli altri possano capire
gli eventi inspiegabili della nostra vita, come questi si nascondano
pericolosi dietro ad una domanda, ingenua, spontanea.
Le domande per essere buone devono avere risposte e tu le hai:
la prospettiva della mente, a ben vedere, deriva dall’altitudine
dell’anima e la sua voce arriva dritta dritta alla sensibilità
dello spirito.
Graziose
messaggere le risposte arrivano e mettono in ginocchio le coscienze,
che dietro uno sguardo senza parole chiedono aiuto alla ragione.
Linguaggio forbito, la forma è anche sostanza, ti appresti
a prendere mani sconosciute nella tua e in mezza riga, in poche
parole condensi il midollo di una realtà a loro sconosciuta
che vivifica e nutre.
La perfezione formale si accompagna all’impeto della passione
che contiene in misura di sublime equilibrio.
Ma
non è forse questo il cammino dello scienziato di spiegare
il noto attraverso l’ignoto?
Non è forse questo il cammino dello scienziato di render
conto dei fatti studiati invece di far loro violenza tentando
di imporli nelle teorie o di accomodarli ad esse?
Sgangherati tentativi di risposte riecheggiano nell’etere, verità
distorte, trappole per stolti che se ne appropriano inconsapevoli
dell’inganno.
La
voce fuori campo smise di parlare.
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