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Appena
sentii pronunciare l'ennesimo "No!" dai miei genitori mi sentii
avvampare. Non era possibile. Non mi capivano. Non si fidavano di me. Non
volevano che uscissi. Ma perché? Loro non erano mai stati adolescenti? No,
non lo potevano essere mai stati.
Sbattei
la porta della mia stanza, furiosa. Non mi capivano. Quanta rabbia provavo,
quanta rabbia usciva dal mio animo. Provai a pronunciare qualche parola
sensata, ma non riuscivo. Avevo la bocca quasi immobile, paralizzata. Riuscivo
solo a gridare qualcosa... qualcosa di incomprensibile che nemmeno lo capivo.
Che rabbia: neanche il mio corpo mi capiva. Nessuno mi capiva. Mi sentivo
ferita, sfinita, stupida.
Ormai
non potevano vedermi ne sentire quelli stupidi balbettii che accompagnavano il
mio pianto, perciò mi strinsi forte e mi accovacciai a terra.
Sfiorai
il volto con le ginocchia. "Stupida, stupida, stupida. Perché faccio
così? Perché?", pensai. Non ero niente in quel momento. Non volevo
essere nessuno. Non riuscivo a ragionare, la mia forte emozione di
disperazione incombeva sulla ragione... Mi strinsi ancora, le braccia
abbracciarono le gambe.
Piansi sul mio volto, sulle mie ginocchia. Avevo il viso bagnato, il naso
umido. Ma non mi importava di nulla in quel momento. Mi sembrava di vedermi da
fuori. Che desolata situazione!
La
stanza era semibuia, alcuni raggi timidi della sera riuscivano a passare
ancora dalle persiane abbassate.
Uno
specchio era davanti a me, alzai lo sguardo e mi vidi dipinta su di esso. La
mia mano furtiva lo scaraventò a terra, mentre gridavo: "Noo!".
Ricordo il rumore di quando lo specchio cadde a terra, riuscii a vedere i
mille pezzettini cadere sul pavimento, il rumore leggero e metallico mi
provocò fastidio. Ricominciai a singhiozzare, ora più
forte. Ma non volevo che qualcuno mi sentisse, mi sarei sentita umiliata. Mi
accorsi che alcuni frammenti dello specchio erano vicini ai miei piedi. Mi
spostai più indietro, fin a rannicchiarmi nell'angolo. Lì mi sentivo più
sicura.
Piano
piano cominciai a smettere di singhiozzare. Un'ultima timida lacrima scendeva
sul mio volto, silenziosa. La lasciai percorrere il viso, poi cadde sul
pavimento. Smisi anche di pensare, mi calmai. Mi strinsi più forte tra le
braccia. Non ero più furiosa.
Non mi
mossi da quella posizione non so per quanto tempo. Finché ad un tratto mi
accorsi che la stanza era diventata completamente buia. Chissà per quanto
tempo avevo riflettuto. Ormai era notte. Mi alzai da quella posizione e
vestita come ero andai a sdraiarmi sul letto, dopo di che non ricordo più
nulla. Solo il sole impossessarsi della stanza al mio risveglio.
Era
mattina tardi. Mi sedetti sul letto e mi guardai attorno. C'era molto
disordine, il pavimento ancora cosparso di frammenti pericolosi, testimonianza
di una notte burrascosa.
Mi alzai dal letto, mi avviai verso la porta e uscii dalla stanza. Scorsi mia
madre e mio padre nella cucina, li salutai.
Nonostante
tutto gli volevo bene.
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