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TI RACCONTO ...

In Educare.it uno spazio dedicato al racconto.
Brani scritti dai grandi per i piccoli, da ragazzi per altri ragazzi e per tutti gli adulti che hanno voglia di ascoltarli.
Nei brevi racconti che pubblichiamo vogliamo leggervi lo sforzo di crescere e di trovare il proprio senso nel mondo, oppure il momento della memoria, ciò che unisce - nella trama delle esistenze - il presente al passato ed ai giorni a venire.

 

SFOGO ADOLESCENZIALE

di Roberta Marcazzan

 

Appena sentii pronunciare l'ennesimo "No!" dai miei genitori mi sentii avvampare. Non era possibile. Non mi capivano. Non si fidavano di me. Non volevano che uscissi. Ma perché? Loro non erano mai stati adolescenti? No, non lo potevano essere mai stati.

Sbattei la porta della mia stanza, furiosa. Non mi capivano. Quanta rabbia provavo, quanta rabbia usciva dal mio animo. Provai a pronunciare qualche parola sensata, ma non riuscivo. Avevo la bocca quasi immobile, paralizzata. Riuscivo solo a gridare qualcosa... qualcosa di incomprensibile che nemmeno lo capivo. Che rabbia: neanche il mio corpo mi capiva. Nessuno mi capiva. Mi sentivo ferita, sfinita, stupida.

Ormai non potevano vedermi ne sentire quelli stupidi balbettii che accompagnavano il mio pianto, perciò mi strinsi forte e mi accovacciai a terra.

Sfiorai il volto con le ginocchia. "Stupida, stupida, stupida. Perché faccio così? Perché?", pensai. Non ero niente in quel momento. Non volevo essere nessuno. Non riuscivo a ragionare, la mia forte emozione di disperazione incombeva sulla ragione... Mi strinsi ancora, le braccia abbracciarono le gambe.
Piansi sul mio volto, sulle mie ginocchia. Avevo il viso bagnato, il naso umido. Ma non mi importava di nulla in quel momento. Mi sembrava di vedermi da fuori. Che desolata situazione!

La stanza era semibuia, alcuni raggi timidi della sera riuscivano a passare ancora dalle persiane abbassate.

Uno specchio era davanti a me, alzai lo sguardo e mi vidi dipinta su di esso. La mia mano furtiva lo scaraventò a terra, mentre gridavo: "Noo!". Ricordo il rumore di quando lo specchio cadde a terra, riuscii a vedere i mille pezzettini cadere sul pavimento, il rumore leggero e metallico mi provocò fastidio. Ricominciai a singhiozzare, ora più forte. Ma non volevo che qualcuno mi sentisse, mi sarei sentita umiliata. Mi accorsi che alcuni frammenti dello specchio erano vicini ai miei piedi. Mi spostai più indietro, fin a rannicchiarmi nell'angolo. Lì mi sentivo più sicura.

Piano piano cominciai a smettere di singhiozzare. Un'ultima timida lacrima scendeva sul mio volto, silenziosa. La lasciai percorrere il viso, poi cadde sul pavimento. Smisi anche di pensare, mi calmai. Mi strinsi più forte tra le braccia. Non ero più furiosa.

Non mi mossi da quella posizione non so per quanto tempo. Finché ad un tratto mi accorsi che la stanza era diventata completamente buia. Chissà per quanto tempo avevo riflettuto. Ormai era notte. Mi alzai da quella posizione e vestita come ero andai a sdraiarmi sul letto, dopo di che non ricordo più nulla. Solo il sole impossessarsi della stanza al mio risveglio.

Era mattina tardi. Mi sedetti sul letto e mi guardai attorno. C'era molto disordine, il pavimento ancora cosparso di frammenti pericolosi, testimonianza di una notte burrascosa.
Mi alzai dal letto, mi avviai verso la porta e uscii dalla stanza. Scorsi mia madre e mio padre nella cucina, li salutai.

Nonostante tutto gli volevo bene.


Roberta Marcazzan è una studentessa della Scuola Media di S. Giovanni Ilarione (VR)

Questo racconto è stato segnalato nella categoria "scuola media" del concorso "RacDisGiò 2002", promosso dal Distretto Scolastico n. 30, dal Comune e dall'Informagiovani di San Bonifacio (VR).
E' pubblicato su Educare.it per gentile concessione del Comitato Organizzatore.

 


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