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Sdraiato su quel prato
d'erba, fresca come solo l'erba in estate sa essere, una notte di malinconia.
Non è la prima volta che ci vediamo, qui, così... ma questa volta è
diverso, è come se fosse l'ultima e intanto la malinconia sale e sale fino
alla gola, come acqua gelida. Vigliacca assassina, luna,
regina silente che vegli sulle mie notti, non rubarmi anche questo sogno. Non
una lacrima. Si era visto passare davanti agli occhi l'universo intero e lui
restava là, immobile, senza versare nemmeno una di quelle dannate lacrime. Era da tanto tempo che non
piangeva più. Uno, forse due anni, non lo ricordava. Seduto, al centro
dell'universo, accerchiato da quel blu infinito, da stelle, da pianeti, dal
tutto e dal nulla. Immobile come un bersaglio che aspetta inesorabilmente di
essere trafitto da una freccia. Era lì, fermo. Gli occhi
sbarrati. Non riusciva a piangere. Eppure sarebbe bastata una sola lacrima,
una di quelle gocce salate, sarebbe bastato che solo una rigasse il suo bianco
volto, scavato, pallido. Tutto vorticava attorno a lui, tutto l'universo
continuava nel suo moto perpetuo e questo lo innervosiva ancora di più.
Arrabbiato, nervoso, sentiva
un urlo nascergli da dentro che pian plano dilaniava il suo corpo e cercava di
uscire. Solo allora si accorse che attorno a lui c'era il silenzio. Solo, nel
silenzio, con tutto l'universo attorno. Tentò di alzare la mano. Il suo corpo
era troppo pesante. L'urlo si fece sempre più potente, sempre più lacerante. Era giunto ovunque, gli
catturò le gambe, paralizzandole, le braccia, le mani, le dita. Sentiva il
suo cuore esplodere più e più volte. Lo sentiva, come si sente una carezza,
come si sente il vorace calore del fuoco, lo sentiva, solido, una vibrazione
dura dentro la sua gola e su fino alla bocca. Sentì la bocca colma di quell'urlo che non
voleva uscire, le labbra erano marmoree e sigillavano
quel mattone che premeva ovunque per uscire. Percepiva pulsare tutti i neuroni
del suo corpo, lo vedeva scintillare e lottare per spalancare quella dannata
gabbia e liberare quell'urlo...
Chiuse gli occhi. Spingeva
con tutto il corpo. Ecco. Stava cedendo, ora stava cedendo; c'era quasi ...un
urlo quasi! Una piccola fessura sarebbe
bastata, poi la potenza dilaniante di quel suono avrebbe fatto il resto. Fu un
istante, un secondo e si squarciò la bocca lanciando quell'urlo, con tutto il
corpo, con tutta la voce, con tutta la rabbia. Gli occhi erano chiusi,
stretti in una morsa di dolore. Finì come era iniziato, quell'urlo finì, nel
silenzio. Si chiuse la bocca senza esitare, senza volerlo, finì quell'urlo.
Il profondo blu fu squarciato da quell'urlo e tutto ancora una volta morì nel
silenzio.
Lui era seduto là, al centro
dell'universo, immobile come una statua millenaria. Volto freddo, attorno il
blu profondo, il tutto ed il nulla. Tremava come un bambino, avrebbe voluto
essere un bambino per piangere fino ad avere il corpo stanco di lacrime, di
sale e di urla. Non una lacrima. Ancora una
volta non versò una lacrima. Aprì gli occhi. Silenzio. Non una lacrima. Lui
e il suo urlo, morto com'era nato, nell'universo. Silenzio. Non una lacrima.
Ladra d'argento, hai
ascoltato la mia storia, anche questa notte, proteggila, falla ballare fino
allo sfinimento e poi ancora fino alla morte, fino a domani, quando ancora,
circondato dalle stelle, ti racconterò un altro sogno per farlo volare. Ma te lo prometto, un giorno
anch'io verrò, lassù, nel mio mondo e potremo ballare assieme, fino allo
sfinimento e una dama dolce si avvicinerà con le mani d'argento e un pugnale
di luna. Poi inizierà un altro sogno.
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