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Quando ho iniziato a
confrontarmi con il mondo dell'azione, piena di buona volontà cercavo di
immedesimarmi nel rigore e nella scientificità dei movimento.
Ricordo un allenamento di salto - sì perché io prima di tutto sono stata una saltatrice
in alto, e il mondo dei movimento espressivo l'ho conosciuto da grande - allora
ero, appunto, ad un collegiale di atletica e il tecnico che mi osservava tentava
a tutti i costi di fare coincidere gli appoggi della mia rincorso con dei segni
che aveva disegnato a terra.
Non riuscii a svolgere il compito: per me saltare era tutt'altra cosa. Oggi, dopo aver esplorato varie
strade e compiuto esperimenti diversi, a volte lontani dal mondo sportivo, ne
comprendo il significato e, forse, riuscirei a percorrere con precisione quei
segni.
Sono tanti anni che insegno e
questo potrebbe essere il momento di cercare una definizione del mio metodo di
lavoro. Proporrei questa: il più delle volte ho cercato di esprimere e proporre
il movimento così da farlo coincidere con la risonanza interiore di ciascuno.
Ho sempre cercato di attuare
una pedagogia che abituasse a gestire in modo consapevole il movimento, fosse
esso momento di creatività o di miglioramento del livello funzionale, elemento
sociale nel quotidiano o nel lavoro; attività sportiva o terapia di recupero
dei deficit.
Naturalmente è una pedagogia che si può esercitare solo su se stessi, con
metodi inventati volta per volta e risultati imprevedibili, in cui ogni punto
d'arrivo comporta nuovi itinerari da intraprendere.
Questo libro non vuole e non
può essere un manuale.
A mio parere l'espressione corporea è un campo di esperienza senza confini, ha
a disposizione tutti i linguaggi da cui attingere, si fonda sulla ricerca
analitica e mai competitiva, si rivolge alla persona nella suo unicità, dunque
ad allievi o ad insegnanti, a tutti coloro ai quali interessa la libertà di
reinterpretare il movimento per farlo proprio.
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