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BATAILLE: I PIEDI TORTI DEL
PENSIERO
formarsi
attraverso la lacerazione
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di Giorgio Amato
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Proprio commentando le
raffigurazioni che i primitivi hanno lasciato nelle grotte [1], e quel rapporto particolare
tra uomo e animale che ne è il tema ricorrente, Bataille
costruisce una teoria dell’uomo e della sua formazione.
L’esigenza del filosofo è rintracciare il punto di
congiunzione tra l’uomo razionale, così come
disegnato dalla concezione cartesiana in poi, e l’uomo della
vita, che viene alla luce in un modo antico, assai vicino a quello
dell’animale.
L’apparizione umana è un momento fondativo,
un’origine che resiste a tutti i mascheramenti e si pone come
opportunità di scompaginare le gerarchie cristallizzate
della modernità.
Infatti l’opposizione tra razionale e animale ha storicamente
polarizzato e divaricato un corpo-macchina e una mente dotata di
ragione: si tratta ora, per Bataille, di forzare i limiti di questa
costruzione e spingere gli estremi fino a toccarsi. Nelle pitture
rupestri si riscontra ancora una ambigua amicizia tra uomo e
animale [2]: manca un confine netto tra
l’uno e l’altro, che si scambiano ruoli e sembianze
così da garantire una comunanza, una partecipazione al mondo
e alla vita. La nascita dell’arte sarebbe quindi dovuta alla
memoria della progressiva diluizione di quest’alleanza.
Avrebbe consentito alla rappresentazione di scene della vita quotidiana
di farsi memoria e quindi modello di formazione per gli uomini a
venire.
A partire
dalle raffigurazioni primitive
Bataille rovescia l’impostazione platonica:
anziché considerare l’orma riflessa, e quindi la
rappresentazione artistica, una copia infedele della realtà,
qui è proprio l’immagine che assume il ruolo di
matrice culturale. La conoscenza diparte esattamente da quelle effigi,
che sono il linguaggio con cui si tramanda un’esperienza e se
ne fa un sapere. Come in Lacan, alla separazione originaria fa seguito
l’irrompere del linguaggio, che media, sposta e trasforma in
metafore e metonimie ciò che non può essere detto
altrimenti. Riprodurre ancora l’immagine
dell’animale è, per l’uomo ormai sulla
via della coscienza di sé, un modo per rinnovare
l’origine e farle omaggio, un riprendere il limite fondativo
della specie trattenendolo ancora sotto forma di narrazione religiosa o
mito della genesi.
Bataille parla a proposito di un antropomorfismo lacerato, che sospende
la figura umana, come un acrobata, tra i due limiti (natura e cultura),
ottenendone un equilibrio precario e instabile.
Riportare l’attenzione a quel primo simbolo disegnato sulle
rocce è un gesto che si rivolta contro i tempi, ossia contro
i massacri e le schiavitù della storia; si tratta di
guardare all’esordio come momento alto di una formazione
tradita, consegnata dai rapporti di potere a un destino orribile,
“sempre
sull’orlo dell’illimitato incubo annunciato dai
più moderni armamenti” [3].
L’idea di una abiura dei tempi attuali, che Bataille
condivide con Nietzsche, affonda le radici in una
progettualità dalla fortissima valenza pedagogica: parlare
di nuovo all’uomo, riannodare una comunicazione tra umani che
è soggiogata dal dominio dei tempi, riposizionare il
discorso sulla conoscenza in modo da sottrarlo all’uso
perverso e alle false certezze.
La specie umana, scrive Bataille in una sorta di programma formativo,
deve liberarsi “della
stupidità, tutta umana, che ci impedisce di ritrovarci e di
stabilire tra il più semplice e il più complesso,
dall’uomo antico a quello più recente, il contagio
più seducente. Basterebbe […], giacché
una somiglianza profonda ci avvicina nonostante tutto ai nostri primi
padri, staccarci, mediante la riflessione più esaustiva,
dalla costruzione riflessa che ci allontana da quegli uomini cui gli
animali sembravano fratelli” [4].
Questo programma presenta subito tre punti qualificanti:
- ritrovare il legame tra gli
uomini attraverso la rottura dell’arroccamento di ciascuno e
lo scioglimento di gerarchie sociali e identitarie;
- recuperare la somiglianza profonda,
quella che in altra parte di questo lavoro chiamiamo pedagogia segreta,
e indica che non tutto è andato perduto, ma resiste nel
nucleo intimo della memoria umana una parentela capace di
riattualizzare messaggi dimenticati, figure coperte dal dominio dei
vincitori di oggi e da una coscienza addestrata a non ascoltare
ciò che bolle al fondo stesso del soggetto;
- questo recupero va condotto
attraverso una nuova riflessione: quindi non si tratta di immergersi in
anacronistici panteismi dal sapore new
age, ma di rinforzare la ragione, e la sua
capacità di farsi discorso, attraverso una più
ampia e profonda razionalità, capace di frugare nel legame
tra l’arcaico e l’attuale e sbaragliare
l’uniformità della logica strumentale.
Al di quà del
soggetto, il bambino
La configurazione dell’animale richiama quella
dell’infanzia, un aldiquà del soggetto, dove
l’incompiutezza si apre ad interrogare gli enigmi del mondo.
Il bambino è, per Bataille come per Benjamin, un essere
mimetico, capace di praticare rapporti con le cose non ancora sotto il
marchio della strumentalità, e per questo in grado di
elaborare rappresentazioni del mondo e del suo apparire cariche di
meraviglia e partecipazione. La capacità visiva infantile,
proprio in quella sua insufficienza sul versante di ciò che
chiamiamo realismo, consente di cogliere ciò che sfugge
all’occhio adulto. Nel piccolo e nel minuscolo, inteso sia
come sguardo non ancora formato che come frammento
dell’esperienza, si rivela una totalità non ancora
marchiata dall’addestramento pedagogico: questo spiega la
capacità infantile di intrattenere rapporti onirici col
mondo, di coltivare slanci e passioni che andranno perdute nel corso
dello sviluppo, di sentire l’enigma delle cose partecipandovi
con un sentimento di fratellanza, quello che avvicina il piccolo umano
al mondo animale, ai fili d’erba e al movimento scomposto
delle nuvole.
Lo slancio verso l’infinito, cioè la propensione
ancora non addomesticata a varcare i limiti, è tratto
infantile e arcaico, che spesso soggiace silente sotto i trattamenti
prolungati e intensivi dell’educazione, resiste ai suoi ferri
e al disegno di un mondo chiuso nella categoria dell’utile.
È proprio la rinuncia a questa catena dell’utile,
alla delimitazioni dell’umano dentro il giogo di una logica
strumentale, che permette a bambini e artisti di accedere a forme
diverse di sapere: forme fluttuanti, aperte, spalancate al mondo e alla
creazione, affezionate alla meraviglia, desiderose di andare oltre i
limiti del possibile.
Si tratta
di fermare il tempo, ossia i dominatori del tempo, perché
sotto questo dominio prevale una cecità, non avvertita dai
più, che impone di prostrarsi e infiacchire
l’umano negli angusti spazi di un presente piatto e bugiardo.
L’emozione, che tanto è al centro dei discorsi
dell’uomo contemporaneo, tutto preso a coltivare narcisismi
prodotti in serie e freddi palpiti da scambiare nei rituali del
divertimentificio con colleghi ugualmente algidi, deve sfidare i limiti
della ragione, forzare la mano alla plausibilità,
perché solo la via del paradosso consente di viverla davvero
e sognarla, “come la sogna il bambino misurando la finestra
della sua camera alla profondità della notte” [5].
I piedi-torti
della ragione
La via indicata da Bataille per riprendere questo intimo sentire
è un vero discrimine pedagogico, un argine che separa la
formazione tesa a piegare da quella volta a liberare: come
già per Lacan, è una via che deve necessariamente
attraversare il linguaggio, e quindi confrontarsi anche con
l’apparato normativo che vi è inscritto, ma
privilegia un dire non-funzionale, aldilà
dell’utile, fuori dalla logica contabile dei mercanti di
realtà, ribelle a qualsiasi chiusura. Questo linguaggio
amico del paradosso e slanciato verso l’improbabile fa di chi
lo coltiva un hauter,
un autore. Non un clone o un servo sazio, ma un vagabondo alla ricerca
della sua ombra, capace quindi di ascese e cadute impensabili per
coloro che hanno rinunciato al folle cammino della conoscenza.
Obiettivo da perseguire anche con un pizzico di ostinata incoscienza:
“non mi
importa se i piedi-torti del pensiero non mi seguono e se a volte le
facilitazioni della poesia danno l’illusione di ruzzoloni
impeccabili, tanto peggio. L’ultima parola della filosofia
spetta a quelli che, saggiamente, perdono la testa. Questa caduta
rovinosa non è la morte ma la soddisfazione”
[6].
Parlare, nell’epoca della tecnica soverchiante e degli
automatismi che invadono l’umano fin nei recessi
più intimi, di piedi-torti della ragione è
puntare l’indice accusatorio verso un modello di sviluppo che
ha rotto l’antica amicizia tra uomo e animale, e considera la
bestia solo per il suo valore strumentale, come cosa. Un uomo che ha
dimenticato il rimorso e la commozione del primitivo, che uccideva la
bestia per nutrirsene, provando assieme a lei il brivido della comune
appartenenza al mondo: il contemporaneo è chiuso in una
ragione zoppa, che limitando il campo del sentire a impulso nervoso ha
di fatto impedito alla conoscenza di accedere alla sua dimensione
tempestosa, quella fatta di crepacci e vette.
Sembra una descrizione di certe atmosfere scolastiche, dove la ragione
prevalente è quella strumentale legata
all’acquisizione di voti, posizioni, salvacondotti: scienza
monoculare che produce mancanze, formazioni monche. Tenere aperta la
tensione tra intimità e realtà significa allora
ipotizzare una gradazione della coscienza, una via di
continuità in luogo della netta separazione. Un tempo e un
linguaggio capaci di mettere in rapporto la dimensione intima e oscura
con quella chiara e diurna: a questo obiettivo tende la riflessione
intorno al salto [7] tra animale e umano, quel
fondamentale atto di formazione che occorre recuperare per riuscire a
vedere ciò che ci è occulto ma che pure preme,
spesso in modo a noi incomprensibile, alla nostra percezione e alla
coscienza.
Si tratta di tradurre quello spazio mediano tra la cosa e la
rappresentazione, ossia tra l’apparizione del mondo e la sua
vocalizzazione. Un attimo prima del linguaggio, come succede durante
l’analisi, in quello spazio plastico in cui avviene il
travaso delle esperienze in sapere; sulla soglia tra dentro e fuori, al
limite sottilissimo in cui si formano le prime costellazioni di senso
che poi si organizzano in cultura.
Bataille,
Kant, Freud e Lacan
È importante sottolineare le corrispondenze tra il modello
elaborato da Bataille e l’analisi nella versione freudiana (e
lacaniana): in entrambi i casi il sospetto verso la ragione diurna non
si risolve in fuga verso l’esoterico ma in un supplemento di
indagine attorno ai limiti dell’esprimibile: ne scaturisce un
sapere tremulo, privo del balsamo rassicurante delle false certezze, un
sapere al tempo della crisi, che meglio può dare forma al
ribollire dell’uomo. Campo specifico dell’analisi
è il linguaggio, cioè quella regione travagliata
e incerta in cui la dimensione intima incontra quella sociale, il
sentire si coniuga con la norma, l’immagine percepita diventa
rappresentazione. È un campo mimetico, in cui i significati
si danno solo come concatenazioni di senso, citazioni del
già citato, rimandando ciascuno ai giochi formativi e
deformativi che passano sopra e sotto il soggetto, nelle pieghe riposte
come in quelle presenti alla coscienza.
Il passo
compiuto nelle caverne preistoriche, cioè la nascita del
linguaggio artistico, è fondamentale anche per il moderno:
“per noi il
mondo animale è opaco, in una certa misura inesistente, ma
per l’uomo della preistoria, come per il moderno Siberiano,
questo mondo per noi chiuso era aperto e trasparente: sembrava
penetrato di pensiero umano. L’uomo sapeva ciò che
l’animale pensava e l’animale sapeva ciò
che l’uomo pensava” [8]. Siamo davanti a un sapere
più ampio rispetto a quello racchiuso dalla logica
scientifica: l’atto di raffigurazione costituisce non solo un
sapere, quello che è dipinto e che rimane visibile, ma un
legame. La parentela tra lo sguardo del presente e quello del passato,
mediata attraverso la capacità evocativa
dell’immagine, è il segreto della buona pedagogia,
che solo così riesce a far risuonare ciò che
altrimenti si darebbe come morto possesso.
Motore di questa consegna da sguardo a sguardo è il
desiderio, che funge da selettore dei fenomeni: declina in modo
particolare le rappresentazioni, colorandole di nuances che non
restituiscono il mondo così com’era ma una
rappresentazione di senso capace di parlare ancora, di rivelare il
segreto racchiuso nelle cose e farne di nuovo un messaggio.
Il modo per accedere a questa parola raffigurata è in un
pensiero che “pur
muovendosi nel cerchio di significati comunemente praticati, intende
contestarli, oltrepassare il mondo della vita nel suo essere ridotto ad
abitualità di oggetti costituiti” [9]: pensiero indomito, non pago
delle rendite di posizione e delle convenienze, non abbarbicato al
predominio dei vincitori né alla facile rinuncia al tarlo.
Bataille esprime questa scelta dichiarando l’intenzione di
andare a scuotere il pensiero al suo interno, scrutarne la macchia,
affacciarsi sugli abissi e le lacerazioni: “Gli uomini hanno
l’abitudine di esprimere il pensiero dal di fuori.
Decisamente, io non posso. La mia vita ha reso il mio pensiero un
pozzo. Potrei dire: al fondo del pozzo… Ma non voglio,
sarebbe una favola. Al centro dell’agitazione, il pensiero
è il pozzo senza fondo” [10].
È bene soffermarsi con attenzione su passaggi importanti per
la teoria pedagogica, espressi qui in poche efficacissime parole:
- la denuncia di un pensiero
accettato dai più, per abitudine, calcolo, paura dei
conflitti. Assunto come sarcofago, copertura esterna di un processo che
non si vuole scrutare nel suo farsi. Siamo di nuovo dalle parti di Kant
e della sua contestazione della minorità come rinuncia a
“valersi del
proprio intelletto senza la guida di un altro, [mentre] la pigrizia e
la viltà sono le cause per cui tanta parte degli uomini,
dopo che la natura li ha da lungo tempo fatti liberi da direzione
estranea rimangono ciò nondimeno volentieri per
l’intera vita minorenni” [11] ;
- il pozzo senza fondo, che per
Bataille si traduce nell’ostinato disegno di perseguire
l’impossibile, dissolvendo il reale in continue sfide ai
limiti costitutivi, percorrendo sia le vie ascensionali che quelle
contrarie, secondo un modello ermeneutico che è espresso al
massimo grado nella Recherche
di Proust;
- l’angoscia
(agitazione) che deriva da questo gioco con i limiti del pensiero
innesta un modello di formazione non adagiato sull’economia
ristretta del convenzionale. È un invito a vivere il
bruciore della ricerca, a fare del sapere un’avventura in cui
è in palio la vita stessa e non il suo accomodamento in
termini di potere, collocazione sul mercato, acquiescenza o scalata
sociale.
Quale educazione?
Si è visto che l’informe serve a Bataille per
dissolvere il reale discorsivo, rivelarne la fodera che solitamente
sfugge. È un modello di pensiero ritmato dalla disfatta,
audacemente proteso verso il proprio punto di crisi, disposto a pagare
in termini di angoscia la sfida elevata alle rappresentazioni chiuse.
Appunto, un equilibrio funambolico, sospeso sul vuoto, pericolosamente
inclinato verso i propri limiti, disposto a urtarci: uno sforzo dettato
da una domanda bruciante, il riconoscimento, ossia quel desiderio di
sentirsi parte di un mondo che ora appare ostile, riluttante ad
accogliere se non come stolida pedina di un gioco già
scritto.
Il movimento di Bataille è una chiara manovra di sabotaggio:
“incastra nel
cuore del pensiero una rappresentazione vuota che, lavorando
silenziosamente, produce punti di cedimento nella barriera”
[12]. Siamo di fronte a una teoria
della resistenza che già anticipa quella di Foucault. Se il
potere è oggi disseminato in una miriade di pratiche e
discorsi, in una coltre acefala che invade nei recessi più
minuti i rapporti tra le persone, le menti e i corpi, l’unica
maniera per ricavare spazi liberi consiste nel fare pressione sulle
giunture, insinuarsi negli interstizi, sobillare le crepe
affinché aprano voragini. Giocare a dissolvere fino a
toccare pericolosamente i cedimenti della struttura.
In campo pedagogico ciò significa riprendere il discorso
delle origini, andare a vedere le rappresentazioni disegnate nella
caverna dell’educazione e risvegliarne il sogno,
così da mostrare la parzialità
dell’oggi e scrostare l’indistinzione che la annega
in una pratica neutra, asettica, senza alternative. “Se
ciò di cui un idolo non può parlare è
la sua storia (e dunque la sua contingenza e la sua
non-necessità), oggi l’educazione è il
vero idolo del presente, è l’oggetto del quale
nulla si può dire dell’origine che si perde negli
spazi sacri della vocazione o che semplicemente si dà senza
ulteriore spiegazione” [13].
Riaprire
le ferite, cioè rifiutare l’adesione al presente,
comporta la denuncia e l’abiura del sapere monumentale, del
sapere fattosi feticcio, corpo antiquario, morto possesso, e liberare
le forze che vi sono imprigionate. Non si tratta di predicare un
ritorno al passato, ma proprio di liberarsene, allo stesso modo con cui
Nietzsche ha inteso dare un calcio a tutta una tradizione divenuta
reliquiario: Bataille parla a proposito di darsi una chance,
perché liberare il tempo presente dalle mummie che ci
consegnano un falso passato vuol dire accedere a una formazione
diversa, non più soggiogata dal peso di una coscienza
irrigidita. Come nell’analisi freudiana, si punta ad ampliare
la coscienza muovendole contro, andando a scoprire il punto di rottura
e quanto in essa vi è di posticcio, cioè quella
incrostazione che fa della coscienza una servitù e del
sapere uno schermo distorcente.
La
proposta batailliana non è, come parte della critica ha
frettolosamente inteso, un ritorno alla dimensione leggiadra
dell’inconsapevolezza o un’apologia
dell’irrazionalismo. È al contrario un tentativo
di rinforzare le pareti scricchiolanti della ragione, sfidandola sul
suo terreno fino all’audacia. “Non soltanto propongo di andare
più lontano, ma vorrei mostrare che la sola cosa possibile
ora è andare fino in fondo, precisamente in direzione
opposta all’inconsapevolezza” [14]: si tratta di uscire dal
razionalismo usando la razionalità più lucida e
temeraria, forzare l’oscurità dell’umano
fino a scorgere il punto di impasse, cioè quel luogo che
trasforma la ragione in acquiescenza al dominio e lo sguardo lucido in
sudditanza.
La
comunicazione tra vita e ragione
Lo sguardo si volge, come succederà per Adorno e Horkheimer,
verso i coni d’ombra dei lumi, verso quel processo che ha
operato una torsione tale da restituire, in luogo del sapere critico,
un sapere che soggiace come monumento, ai cui piedi si svolgono ancora
rituali e sacrifici che trasudano superstizione. La sfida
all’idolo, al Moloch, va condotta rovesciando il procedimento
kantiano: laddove questo separa con nettezza la razionalità
dalla sensibilità, con un’operazione intenta a
evitare commistioni tra essere senziente ed essere pensante, Bataille
propone l’apertura di canali comunicativi tra vita e ragione.
Non più, quindi, la scissione tra mente e corpo, ma un
rimando reciproco capace di recuperare il palpito desiderante e
inscriverlo dentro i processi di conoscenza. Si tratta di “riaprire il passaggio, bloccato
dalla ragione solo calcolante, tra i due versanti costitutivi
dell’umano” [15]: dismisura e utile, violenza
del desiderio e cautela della ragione, oscuro anelare e visione
distinta, Dioniso e Apollo. Fare del sapere un sapere sentito [16] in grado di rifondare la
conoscenza attraverso un nuovo processo critico che renda conto in modo
più puntuale di ciò che forma l’umano.
Un
processo da condursi innanzitutto verso quel sapere mummificato che si
fregia dei titoli di compiutezza e obiettività; a scrutarci
dentro si vede che al fondo di ciò che si spaccia per
razionale vi è un coacervo di irrazionalità che
farebbe impallidire lo sciamano e il cartomante di provincia. Lo spiega
efficacemente, sulla scia di Bataille, Papparo:
“Chiudendosi nel rigore del
proprio campo limitato, ridendo dei profani ai quali il codice del
sapere scientifico è in qualche misura precluso, ironizzando
sulle ragioni comuni che innervano le condotte quotidiane dei non
addetti ai lavori, e non riuscendo mai peraltro a rivolgere il riso e
l’ironia che indirizza ai profani verso se stesso –
giacché il rischio sarebbe un indebolimento o la caduta
della volontà di rigore che lo anima – lo
scienziato finisce col travolgere, nella furia anatomico-parcellizzante
del suo discorso, quell’inquietudine o angoscia del conoscere
che, sola, secondo Bataille, rende umano il sapere”
[17].
Il modello
elaborato da Bataille cerca di recuperare ciò che la
conoscenza strumentale lascia allo stato di latenza.
L’inquietudine e l’angoscia del conoscere indicano
un vibrare del corpo desiderante nel mezzo della battaglia per il
sapere: nulla di amorfo, di quieto, nessuna rassicurante patina di
oggettività può sorreggere una domanda di
conoscenza che somiglia a quella del “neonato che si getta nella vita
prima di saperne nulla” [18].
Siamo nei luoghi già percorsi, secoli prima, da Giordano
Bruno: “L’uomo
vive nell’ombra, in una condizione che può essere
stazionaria e quieta o di beatitudine asinina ma, se raggiunto dallo
sguardo divino, si avverte campo di battaglia in cui un dissidio
interiore, il disquarto di sé, che sospinge freneticamente
alla ricerca di un’esperienza anch’essa ombrosa, ma
questa volta comunicante con la dimensione del vero soprasostanziale.
Un’esperienza condotta a partire dalla scissione e dal
desiderio, che porta con veemenza e instabilità, attraverso
sentieri che prevedono anche le vie del peccato e della caduta, alla
contemplazione di un riflesso divino” [19].
La tensione verso la conoscenza non deve farsi troppo accomodante verso
il reale, cioè non deve inseguire l’adesione ma
l’impossibile, che qui non significa irrazionale ma obiettivo
alto, scalata che travalica i limiti stessi della
plausibilità. Un romanziere contemporaneo, Philippe Forest [20], spiega, sulla scia di Lacan
e Bataille, come intendere il rapporto tra reale e impossibile:
dividiamo 10 per 3, oltre la virgola resterà sempre qualcosa
che lascerà il calcolo incompiuto. Il reale è il
resto di cui il sapere non sa venire a capo. Il resto che la
realtà non vuole, lo scarto, il debordante, la ferita,
l’anomalia, il punto maledetto dove si guasta il pensiero o
dove il senso si disfa sono il dominio del romanzo, ossia
l’impossibile. Tutto quello per cui mancano le
parole, l’osceno, l’eccedente, il rifiuto, il
cadavere, quello da cui si è soliti distogliere lo sguardo,
il rimosso. Ogni apertura, perturbazione o discontinuità
dell’esperienza allarga il varco che conduce dalla
realtà al reale. Il reale come alternativa al realismo,
soglia delle possibilità e quindi di un sapere vivo, non
acquietato dal banchetto dell’esistente.
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Bibliografia
[1] La
grotta è un luogo archetipico
dell’umanità, in cui convergono una serie di
visioni, dal riparo al grembo materno, dalla reclusione alle ombre. Si
gioca qui, sul limitare tra dentro e fuori, una pedagogia del non
visibile, che si avvale di una seconda vista che “rende
invece le forme libere dalle cose, e a loro volta le cose libere dalla
schiavitù dell’utile, gratuite, felici,
paradisiache, direbbe Walter Benjamin, un mistico pure lui, anche se
metropolitano e moderno” (Marchetti L., Il pensiero all’aria
aperta, Palomar, Bari, 2002, p. 31).
[2]
“Le favole di La Fontane ci aiutano a ricordare che ancora
ieri gli animali parlavano. Esiste un mondo animale, in cui
l’uomo era un tempo integrato. […]
L’umanità ne è venuta fuori, fondando
la sua superiorità sull’oblio di
quell’animalità poetica e sul disprezzo della
bestia, priva della poesia dell’essere selvaggio, ridotta a
livello delle cose, asservita, abbattuta, smerciata”
(Bataille G., L’aldilà
del serio, Guida, Napoli, 1998, pp. 372-373).
[3] Ivi,
p. 502.
[4] Ivi,
p. 382.
[5] Ivi,
p. 237.
[6]
Ivi, p. 143.
[7] “La
morte dell’animale è il divenire della
coscienza” (Hegel G. W. F., Filosofia della natura,
tr. it., a cura di A. Tassi, Milano, 1994, p. 144).
[8] Papparo
F. C., Incanto e
misura. Per una lettura di Georges Bataille, Ed.
Scientifiche Italiane, Napoli, 1997, p. 165.
[9] Ivi,
p. VII. Sono parole di Aldo Masullo nella prefazione
all’opera di Papparo.
[10] Ivi,
p. 2. Il passaggio appartiene all’Epilogo filosofico.
[11]
Kant I., Che
cos’è l’Illuminismo?,
articolo pubblicato nel 1784 sulla rivista Berlinische Monatsschrift,
in Scritti politici,
tr. it. a cura di G. Solari e G. Vidari, Utet, Torino, 1956.
[12]
Papparo F. C., Incanto…, cit., p. 3.
[13]
Mantegazza R., La fine…, cit., p. 41.
[14]
Papparo F. C., Incanto…, cit., p. 28.
[15]
Ivi., p. 32.
[16]
Abbiamo fatto riferimento, in altra parte di questo lavoro, a quel
‘mondo di mezzo’, sospeso tra sonno e veglia,
afferrato per un attimo nell’istante della
conoscibilità e subito caduto (come l’angelo di
Klee che ha tanto ispirato Benjamin), un mondo liminare che richiede un
“sapere paradossale, un sapere sentito, che unisce al potere
della ragione vigile la forza della sensazione e della
memoria” (Rella F., Metamorfosi.
Immagini del pensiero, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 50).
[17]
Papparo F. C., Incanto…, cit., p. 33.
[18]
A, VII, p. 536.
[19]
Amato G., Pedagogia
critica e modello autobiografico. Un recupero di Walter
Benjamin, Bonanno, Roma-Catania, 2004.
[20]
Cfr. Forest P., Il
romanzo, il reale, 2003 e il successivo Il romanzo, l’Io, 2004
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Autore: Giorgio Amato,
Dottore di ricerca in Progettazione e valutazione dei processi
formativi - Università di Bari
Responsabile del Centro di ricerca psicopedagogica EDIPO di Bari. |
copyright © Educare.it
- Anno X, Numero 5, Aprile 2010
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