“Non
nutro più alcuna speranza per il futuro del nostro popolo,
se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi,
perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile,
irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane
mi sono state insegnate le buone maniere ed il rispetto per i
genitori:
la gioventù di oggi invece vuole sempre dire la sua ed
è sfacciata.”
Esiodo
Colpiscono
l’attualità di queste parole che riecheggiano nei secoli,
così vere, così presenti, tanto che, quando le riporto
ai genitori che incontro nel mio lavoro, essi stessi non si accorgono
che sono state scritte 2.700 anni fa.
Ma cosa ci cela questa adolescenza, così magmatica, così
confusa e nello stesso tempo così meravigliosa, che racchiude
in sé il bocciolo della vita, la promessa per l’autonomia,
la speranza per il futuro, lo stupore per la crescita?
Guido Crocetti
[1]
sostiene che l’esperienza adolescenziale sia caratterizzata da
un “nucleo d’informità di base”: un concentrato di stupore
e noia, di ricerca e insoddisfazione, di depressione ed eccitazione,
dove le dualità spesso non trovano parole ed emozioni per
potersi esprimere.
Scrive Hermann Hesse nel 1922, dopo aver terminato la grande e
poetica opera del Siddartha: “solo in questo consiste per me la
vita, nel fluttuare tra due poli, nell’oscillazione tra i due
pilastri portanti del mondo.” La costante, e talvolta incomprensibile
oscillazione tra movimenti di crescita e di regressione, tra reazioni
di rabbia, come quella di sbattere la porta all’adulto, e la ricerca
di affetto e accoglienza, come una carezza, un bacio, uno sguardo,
creano confusione, offuscano la mente, fanno vacillare la razionalità.
Ma sono queste sensibilità che intrecciandosi danno vita
a variopinti scenari che lasciano basiti di fronte al lutto e
alla perdita reciproca del ragazzo e del genitore.
Il genitore, e la coppia genitoriale [2],
durante l’adolescenza del figlio attraversa la fase della meno-andro
pausa (nella nostra società, mediamente, il genitore, durante
l’adolescenza del figlio, è attorno ai 40-55 anni). La
coppia e il singolo si trasformano e vivono periodi di crisi e
di ridefinizione: del proprio ruolo generativo, affettivo, lavorativo
e professionale, sociale, e una nuova scoperta della sessualità
di coppia, dell’affettività e delle relazioni sociali ed
amicali sia con i figli che con il mondo che i figli portano dentro
casa: amici, fidanzati, hobby, scelte politiche, religiose, scolastiche
e professionali.
Il figlio adolescente, dal canto suo, vive in uno stato di depressione
elaborativa (che conduce quindi ad un’elaborazione e rivisitazione
di sé), carica d’angosce di morte che si rifanno alla perdita
dei punti di riferimento interiori, ovvero ai propri genitori
interni, quelli interiorizzati con l’amore e le regole acquisite
e sperimentate durante l’infanzia.
L’incontro di questi due “lutti” sfocia talvolta in situazioni
di conflitto o di reciproca incomprensione.
L’adolescenza è anche un tempo stupefacente, perché
indescrivibile, talvolta al margine, inesorabilmente alla ricerca
del Sé diverso da come era prima e dei nuovi limiti, sperimentati
anche attraverso il rischio e l’avventura. E’ questa dimensione
dell’adolescenza, avvolta da una aura di unicità e esclusività
del proprio mondo e del mondo degli altri che esiste in funzione
del Sé, ad ispirare poeti e cantanti, artisti e letterati.
Battisti e Mogol, a questo proposito, ci hanno lasciato con “la
canzone del sole” una testimonianza emblematica. Solo quattro
accordi di chitarra per cantare l’armonia della musica del sole,
per dare all’adolescente la facilità, l’immediatezza e
la spensieratezza di cui ha bisogno per raccontarsi e per cantarsi,
per innamorarsi e per godere dell’amore.
“La canzone del sole,” raccontava Mogol in un’intervista alcuni
anni fa, “fu ispirata da una bambina che abitava di fianco a casa
mia, bionda, di uno o due anni più grande di me con la
quale sono cresciuto fino a dieci anni. Immagino di incontrarla
da grande e ricordo”.
Mogol ricorda le vicende che potrebbero essere accadute, e che
realmente accadono, quando si “cade dalle favole” e si incontra
un mondo diverso, di scoperte di sé, del proprio mondo
interno ed esterno, di quello famigliare e sociale, di quello
pulsionale e mentale.
"Le
bionde trecce (...) le tue calzette rosse (…) e la cantina buia
dove noi…"
La
canzone inizia con la descrizione della ragazza, così pura
e angelica, semplice ed essenziale. E i primi approcci con il
sesso e l’intimità di due persone ingenue che non sanno
come si fa, e che comunque hanno questa curiosità per il
desiderato e vissuto come proibito, il tentativo di toccarsi,
di ispezionarsi, di conoscersi e donarsi, con le paure che inebriano
ed eccitano. Ma, improvvisamente, c'è il richiamo ad una
realtà odierna con la gelosia che subentra nel bambino
diventato adulto ma che ancora vede la sessualità come
qualcosa di oscuro, come un “mare nero”.
"Dove
sei stata cosa hai fatto mai? Ma quante braccia ti hanno stretto,
tu lo sai….che importa tanto tu non me lo dirai,… O mare nero
o mare nero … tu eri chiara e trasparente come me ... “
“Il
mare nero è l'inquinamento che comincia la sua opera di
distruzione” spiega ancora Mogol, “è il dispiacere per
il degrado che cresce con l'età adulta e porta anche a
queste forme di estremo possesso, e perciò si fanno tante
domande inutili.”
Credo, tuttavia, che il mare nero possa essere ricondotto anche
ai momenti di forte insoddisfazione di sé, di depressione,
di sconsolatezza, di solitudine, di incapacità di riconoscersi
in un corpo che cambia e in una metamorfosi inesorabile, incontrollabile
e ingestibile, momenti che spaventano per la drammaticità
e l’intensità caratterizzati, e portano a ricercare nell’adulto
un gancio, una mano tesa per trovare un nido caldo dove consolare
le proprie angosce.
“Le
biciclette abbandonate sopra il prato e poi ...”
Sono
i ricordi di questi due ragazzi che in un prato si distendono
all'ombra, spensierati. Lui ricorda la ragazza con il fiore in
bocca, come se la pensasse nuovamente pura, genuina, semplice,
che pone questo particolare quadro in una situazione perfetta,
ma …
“Dove
sei stata cosa hai fatto mai? Una donna, donna dimmi.. Io non
conosco quel sorriso sicuro che hai ..."
Interrogativi
che fanno emergere la paura nei confronti della donna, che non
è più l’adolescente dell’incipit. Fa paura questa
“donna” e si teme per la perdita dell’adolescenza che porta al
cambiamento; non si sa a cosa si andrà incontro, quali
saranno le esperienze che faranno “smarrire il candore” dell'adolescenza.
Si cresce, inesorabilmente. Nulla si può fare, se non accogliere
con stupore quella Donna e quell’Uomo che nascono dentro e che
sorprendono tutti attorno.
"Il
sole quando sorge, sorge piano e poi ..."
Sembra
che a questo punto Mogol prepari una svolta alla storia, accompagnata
anche dal variare del ritmo della canzone. Questo accade perché
le ombre e i fantasmi della notte quando c'è la luce si
trasformano e tutto ciò che sembrava un incubo e spaventava,
assume sembianze limpide e chiare.
Le storie e i sentimenti che la protagonista delle strofe ha vissuto
non sono più visti e percepiti come negativi, ma come il
frutto di interpretazioni fuorviate dall'unico vero sentimento
forte, difficilmente accettabile: l'abbandono dell'adolescenza.
Questa è la fase che porta al “rimaneggiamento” di sé,
all’abbandono quindi dell’adolescenza e alla scoperta della scelta
e della crisi; è in questa dimensione che si incontrano
i giovani, i loro insegnanti, i genitori, gli adulti che a vario
titolo vivono e condividendo questi passaggi, sentendo necessario
il confronto delle esperienze e delle domande.
E’ qui che si incontrano le adolescenze passate degli adulti e
presenti del ragazzo, le scelte fatte e quelle subite, le crisi
superate e quelle rimosse, le tappe saltate e quelle rimpiante.
Solo ora, in questo incontro, è possibile con-prendere
(nel senso di prendere con sé) l’adolescente e il suo mondo
delle meraviglie.
Note:
[1]
Guido Crocetti è docente di Psicologia clinica con funzione
di alta specializzazione in Psicologia oncologica e Patologie
organiche gravi alla facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università
La Sapienza di Roma; è presidente del CIPsPsIA (Centro
Italiano di Psicoterapia Psicoanalitica per l’Infanzia e l’Adolescenza)
e direttore della Scuola di specializzazione in Psicoterapia psicoanalitica
per l’infanzia e l’adolescenza del CIPsPsIA.
[2]
Mi
riferisco ad un ampio concetto di coppia genitoriale che comprende
sia le famiglie tradizionali, che quelle dove non vi sia uno dei
due genitori dove però, spesso, la funzione del genitore
mancante viene soddisfatta da un’altra persona vicina alla famiglia
stessa, sia nei casi di separazioni e divorzi.
Autore:
Paola Campanaro, laureata in Scienze della Formazione
a Padova; specializzanda in counselling psicoanalitico per l’infanzia
e l’adolescenza (CIPsPsIA _Centro Italiano di Psicoterapia Psicoanalitica
per l’Infanzia e l’Adolescenza di Bologna).
Ha lavorato per cinque anni come direttrice di una scuola per
stranieri e per tre anni come insegnante di italiano nelle scuole
elementari statali. Attualmente coordina e progetta, da più
di sei anni, interventi pedagogico-educativi per minori, giovani,
famiglie e per soggetti svantaggiati all’interno della la cooperativa
sociale Job Mosaico di Caldogno (Vi). Collabora, in qualità
di pedagogista, con lo studio psico-pedagogico per l’infanzia
e l’adolescenza “La Corte” di Longare (Vi).
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