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Il comportamento aggressivo costituisce
da sempre uno dei principali oggetti di interesse degli studiosi
di psicologia sociale. Malgrado una grande attenzione dedicata a
tale oggetto d’analisi, e malgrado una serie vastissima di lavori
sull’argomento, il mondo della ricerca scientifica non è
ancora riuscito a trovare una definizione del concetto di comportamento
aggressivo che sia accettata in maniera unanime. Caprara e Pastorelli
sottolineano infatti che “gran parte dei problemi della ricerca
sull’aggressività derivano dalla sua definizione”, e sostengono
che “tuttora, vi è un acceso dibattito su termini come aggressività,
aggressione e comportamento aggressivo”: “Con differenze significative
non solo tra le varie discipline, ma all’interno delle stesse discipline”
(Caprara & Pastorelli, 1988, pag. 17). Spesso gli studiosi di
psicologia sociale hanno preferito analizzare in maniera specifica
solamente determinati aspetti di tale concetto, proprio a causa
della sua irriducibilità ad una definizione e ad una trattazione
che comprendesse tutti i vari aspetti di cui è costituito
o tutte le sue manifestazioni; è infatti evidente come “different
forms of human aggression, such as physical assault, child abuse,
rape, verbal derogation, political aggression […] and terrorism,
are hardly reducible to a common set of features and sources” (Caprara,
Barbaranelli, Pastorelli & Perugini, 1994, pag. 292). Sono proprio
le diverse manifestazioni dell’aggressività umana, cioè
le specifiche condotte aggressive messe in atto dall’uomo, e la
ricerca dei motivi della messa in atto di simili condotte, a costituire
l’interesse principale di questo scritto.
Aggressività
e comportamento aggressivo
È innanzitutto importante evidenziare la sottile differenza
di significato tra la nozione di aggressività e quella di
comportamento aggressivo: parlare in maniera specifica di aggressività,
distinguendo tale concetto da quello di comportamento aggressivo,
evidenzia infatti la specifica volontà di analizzare soprattutto
la pulsione, l’istinto, la predisposizione o comunque un particolare
stato intra-psichico di un soggetto, il quale perciò dispone
della potenzialità, se le circostanze glielo permettono,
di tradurre tali «spinte» interne in un comportamento
oggettivo e visibile. È facile capire, quindi, come l’aggressività
costituisca un concetto né facilmente misurabile, né
facilmente analizzabile in maniera valida e chiara. Sull’aggressività
di una certa persona, e sulle eventuali conseguenze di tale aggressività,
si possono perciò solamente fare delle supposizioni molto
generali, mentre sul comportamento aggressivo, cioè su una
condotta ben visibile e osservabile, risulta assai più facile
effettuare delle osservazioni e delle ricerche più precise.
Il modello idraulico di Lorenz e quello di Freud costituiscono un
ottimo esempio per chiarire la questione: nelle loro teorie è
infatti evidenziata in maniera molto chiara la distinzione tra l’accumulo
di aggressività all’interno di un individuo ed il comportamento
aggressivo conseguentemente messo in atto da tale individuo per
diminuire la tensione generata da un simile accumulo. Risulta perciò
chiaro che il termine «aggressività» evidenzia
in maniera particolare una possibilità latente, una «carica»
insita all’interno dell’uomo e perciò difficilmente osservabile.
Parlare in maniera specifica di «comportamento aggressivo»,
significa invece focalizzarsi soprattutto sull’atto in sé,
oggettivo, fattuale, e quindi facilmente osservabile.
È necessario evidenziare che “world bodies […] have forever
struggled with the definition of aggression” (Crabb & Rosnow,
1988, pag. 105); Crabb, sulla base di uno studio effettuato con
Rosnow, sostiene che “perceived aggressiveness of an action depended
on the relative context in which the action is judged, rather than
on shared, objective criteria of evaluation”, e che “the relativity
of perceived aggressiveness poses serious problems for the maintenance
of peaceful relations among nations” (Crabb, 1989, pag. 345).
Anche all’interno del campo della psicologia sociale le diverse
impostazioni teoriche hanno prodotto definizioni del concetto di
comportamento aggressivo abbastanza discordanti tra loro. Per definire
una condotta come aggressiva, è necessario innanzitutto che
essa sia stata messa in atto intenzionalmente, e non in maniera
accidentale: “Accidental harm is not aggressive because it is not
intended. Harm that is an incidental by-product of helpful actions
is also not aggressive, because the harm-doer believes that the
target is not motivated to avoid action” (Anderson & Bushman,
2002, pag. 29). Martino sostiene che “l’intenzionalità appare
caratteristica indispensabile per definire un’azione come violenta”
(Martino, 1999, pag. 183). Tuttavia, malgrado la maggior parte degli
studiosi consideri l’«intenzionalità» come un
requisito fondamentale per definire una condotta come aggressiva,
bisogna notare che qualche studioso considera come aggressivi anche
comportamenti messi in atto non intenzionalmente: “Aggression has
been defined in two ways in the literature. The definition used
by Dollard [...] involved intentional infliction of harm on some
target. However, Buss [...] excluded intention from his definition
of aggression by suggesting that the term aggression be used to
refer to any response delivering noxious stimulation” (Manning &
Taylor D.A., 1975, pag. 180).
Le definizioni del concetto di comportamento aggressivo inoltre,
mettono spesso in rilievo le conseguenze subite dalle vittime di
un tale comportamento. Ursin e Olff sostengono che “aggression may
be defined as behavior which threatens or actually results in injury
to the psysical, psychological, or sociological integrity of a person”
(Ursin & Olff, 1995, pag. 13). Secondo Eibl-Eibensfeldt, si
possono “definire aggressivi i moduli comportamentali con i quali
gli uomini […] fanno valere i propri interessi nonostante la resistenza
di altri individui” (Eibl-Eibensfeldt, 1993, pag. 244). Saul Rosenzweig
sostiene invece che “l’aggressione in termini generici è
sostanzialmente autoaffermazione” (Rosenzweig, 1985, pag.377).
Autoaffermazione
ed autoaggressione
Il concetto di autoaffermazione senza dubbio delinea bene un aspetto
importante del comportamento aggressivo: la volontà di sottomettere
l’altro e di far predominare il proprio Sé, ricavando spesso
da ciò un aumento della propria autostima. La sottomissione
di un altro essere umano può costituire non tanto il fine
del comportamento aggressivo, cioè la sottomissione in sé
stessa e la «sconfitta» dell’altro, quanto il mezzo
per poter ricavare da ciò il miglioramento della valutazione
della propria identità. Il comportamento aggressivo genera
perciò un tentativo di autoaffermazione a discapito di altri
esseri umani, i quali di conseguenza cercheranno di opporre una
valida resistenza all’aggressione subita.
La maggior parte degli approcci al tema del comportamento aggressivo
si sono concentrati sull’aggressione di un soggetto nei confronti
di un altro soggetto; il comportamento aggressivo viene infatti
spesso analizzato e interpretato come una relazione ostile tra due
o più persone. «Aggredire», una parola derivante
dal latino adgredior, implica infatti l’atto di avvicinarsi verso
qualcuno. Risulta chiaro perciò come il fenomeno dell’aggressione
implichi una relazione tra persone, cioè una relazione tra
un soggetto che agisce e che aggredisce, e un soggetto che invece
costituisce il bersaglio di un tale comportamento, un soggetto cioè
che subisce e che viene aggredito. Nella nozione di comportamento
aggressivo perciò, è da considerarsi implicita una
struttura relazionale. Alcuni studiosi, però, hanno considerato
il comportamento aggressivo non solo focalizzandosi sull’aspetto
relazionale, bensì concentrando la propria attenzione anche
sull’aspetto riflessivo, cioè sull’auto-aggressione; l’aggressione
è stata studiata in questi casi non come un atto esercitato
da una persona nei confronti di un’altra persona, bensì come
un atto diretto ai danni del proprio Sé. Tra questi studiosi
bisogna citare soprattutto Freud, il quale ipotizzava nell’ambito
della sua seconda teoria delle pulsioni, che l’aggressività
di un uomo potesse volgersi non solamente verso il mondo esterno,
bensì anche verso la propria persona. Freud perciò,
ipotizzando una specifica pulsione di morte, pensava all’aggressività
non soltanto come una relazione, bensì anche come un’auto-aggressione,
cioè come aggressività che poteva condurre il soggetto
all’autodistruzione.
L’aggressività umana può avere diversi sviluppi e
soprattutto può raggiungere dei livelli molto alti di intensità,
tali da generare comportamenti che vanno ben oltre le relativamente
innocue condotte aggressive che notiamo nella vita di tutti i giorni,
come ad esempio quelle messe in atto da parte di giovani ragazzi
che si azzuffano per motivi banali. L’aggressività può
infatti avere anche degli sviluppi tragici, può diventare
cioè violenza e volontà estrema di distruzione. È
necessario perciò evidenziare che la semplice aggressione,
la violenza e la distruttività umana sono dei fenomeni che
si trovano tutti lungo uno stesso continuum immaginario. Anderson
e Huesmann definiscono infatti la violenza in base alla posizione
che essa occupa su questo continuum: “Violence is physical aggression
at the extremely high end of the aggression continuum” (Anderson
& Huesmann, 2003, pag. 298). Secondo Hacker, l’aggressività
umana ha in sé la potenzialità di diventare crudeltà,
causando di conseguenza dei danni ancor più gravi. Lo studioso
infatti ha definito l’aggressività “quella disposizione e
quell’energia proprie dell’uomo che si esprimono originariamente
in attività e successivamente nelle più diverse forme
individuali e collettive, socialmente acquisite e trasmesse, di
autoaffermazione, forme che possono arrivare fino alla crudeltà”
(Hacker, 1977, pag.66), e non ha mancato di evidenziare la vasta
gamma di fenomeni che il concetto di aggressività può
comprendere. La definizione di Hacker del concetto di violenza è
tra quelle che rende maggiormente comprensibile la relazione esistente
tra il concetto di aggressività e il concetto di violenza.
Il comportamento aggressivo infatti, in base alle circostanze in
cui si trova un individuo, può facilmente aumentare di intensità,
fino a raggiungere dei livelli estremi di distruttività.
Rispetto a quest’ultimo punto, è importante evidenziare ciò
che sostengono Emiliani e Zani: “la violenza è conseguente
all’aggressività, la quale a sua volta è un processo
che può avere diversi sviluppi a seconda dei differenti contesti
in cui si manifesta: sono quindi le condizioni sociali che influenzano
più o meno fortemente le manifestazioni aggressive degli
uomini” (Emiliani & Zani, 1998, pag.313). Il concetto di comportamento
violento e di comportamento distruttivo, devono essere perciò
intesi e interpretati nell’ottica di una radicalizzazione estrema
delle conseguenze relative al comportamento aggressivo. La violenza
allora può essere definita anche come un “comportamento aggressivo
rivolto contro persone o cose, inteso a ferire o uccidere, a danneggiare
o distruggere, allo scopo di imporre un dominio” (Marchese, Mancini,
Greco & Assini, 1993, pag.437). Anderson delinea in maniera
molto chiara il particolare rapporto tra le manifestazioni più
deboli dell’aggressività umana, come ad esempio un semplice
comportamento aggressivo, e le manifestazioni che invece generano
delle conseguenze ben più estreme, tanto da venir denominate
condotte distruttive; egli sostiene infatti che “violence is a subtype
of aggression, generally used to denote extreme forms of aggression
such as murder, rape, and assault” e che “all violence is aggression,
but many forms of aggression are not violent” (Anderson, 2000, pag.163).
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Autore:
Evangelisti David, laureato con 110 e lode in
Scienze Politiche all’Università degli Studi di Pisa,
indirizzo politico-sociale. Appassionato e studioso di tutto
ciò che riguarda la Psicologia Sociale, ed in particolar
modo la Psicologia del male (The Psychology of Evil).
e-mail: evangelisti@hotmail.it
- http://evangelistidavid.blogspot.com
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Caprara & P. Renzi (a cura di), L’Aggressività Umana,
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