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Interventi
Metodi e tecniche
che agiscono sul comportamento aggressivo non sono la risposta
alla risoluzione del problema. Questo andrebbe affrontato coinvolgendo
più figure specialistiche e non una visione univoca. Innanzitutto
occorre vedere il comportamento problematico legato a meccanismi
ormai consolidati di fissità, di fobie, di ostinazione
e di aggressività che si innescano su stimoli ben precisi.
Spesso è chiaro il momento o la situazione in cui ci troveremo
a confrontarci con il comportamento problematico. Non è
mai altrettanto chiaro invece come gestirlo e come evitare che
questo si manifesti. Se il discorso sulla parte neurofunzionale
è chiaro, altrettanto chiara dovrebbe essere una prima
pianificazione dell’intervento, evitare le situazioni in cui un
comportamento si manifesta, ovvero modificare l’ambiente. Se determinati
stimoli fanno scattare un risposta incontrollabile occorre evitare
quegli stimoli. La nostra logica nel cercare di capire i perché
è completamente differente dallo logica del bambino. Le
percezioni del bambino sono differenti dalle nostre percezioni
e la costruzione di un percorso di causa-effetto è spesso
per noi di difficile comprensione perché avviene in una
logica che non è sofisticata come la nostra, ma non per
questo è più semplice da comprendere.
Semplificare la
risposta ad un comportamento problematico seguendo la nostra linea
logica porta troppo spesso a non ottenere un risultato. Se cerchiamo
di interpretare poi con i nostri strumenti pensando che la nostra
mente evoluta possa comprendere il funzionamento di una mente
più semplice ci sbagliamo di grosso perché spesso
le concatenazioni e le implicazioni affettive e cognitive sono
più lontane dalla normalità di quanto non si pensi.
La relazione è
fondamentale, ma ancora di più è la possibilità
di inserire il bambino in percorsi strutturati che gli permettano
di interagire positivamente con la realtà. Interazione
positiva che porta il bambino a confrontarsi con un mondo circostante
che sia per lui leggibile e permetta di arrivare all’attivazione
mentale. Questo riduce di intensità e frequenza comportamento
problematico.
Rendere l’ambiente
prevedibile e anticipabile.
La prima logica
di intervento non è di cercare di estirpare un comportamento
patologico, ma di inserirne di nuovi e di adatti. Se si opera
una valutazione dettagliata dell’intensità degli episodi
problematici si vedrà una riduzione degli stessi in relazione
all’aumentare dell’interazione positiva con l’ambiente e le persone
che lo circondano.
Innanzitutto occorre
capire COME la persona legge il mondo attorno a se, COME si relaziona
con le persone circostanti, quindi COME elabora i dati esterni
e se li rappresenta. Poi dobbiamo vedere QUALE tipo di interrelazione
pone con l’ambiente circostante e con le persone, QUALE comprensione
delle consegne date dall’adulto ci sono ed a che livello si collocano,
QUALE percezione ha delle parti affettivo-emotive all’interno
di una relazione.
Nella costruzione
dei compiti occorre far comprendere al bambino inizio e fine del
lavoro, lavorando proprio a partire dai suoi tempi di attenzione.
Prevedere e agire sono la parte di lavoro che permettono al bambino
di abbandonare i comportamenti aggressivi e problematici.
La costruzione
di un’interazione positiva con l’ambiente deve necessariamente
tener conto del livello cognitivo, affettivo e relazionale, ma
non solo, occorre anche verificare la strumentalità funzionale
di cui il soggetto dispone. Troppo spesso infatti sottoponiamo
al soggetto azioni da compiere convinti che lavorando su ciò
che non sa fare otteniamo la capacità che andiamo cercando
di sviluppare. Questo è l’errore più frequente di
lettura che operiamo sui dati di realtà: immaginiamo quante
volte abbiamo tentato di far leggere per migliorare la lettura,
o di far compiere operazioni di aritmetica convinti che l’esercizio
renda maestri, invece abbiamo ottenuto solo comportamenti oppositivi
e di evitamento o di rifiuto del compito. La logica di intervento
considera tutte le capacità, non solo quelle cognitive,
ma prima di tutto quelle funzionali che rappresentano i coordinamenti
di base. Se non riesco a mantenere un minimo di attenzione visiva
necessaria la riconoscimento di un’immagine e se voglio colorare
e la mano non possiede la strumentalità dell’automatismo
del movimento, avremo bambini che se guardano non toccano, se
toccano non guardano l’oggetto che hanno in mano. Le metodiche
attuali permettono di costruire percorsi individualizzati che
rendono leggibile la realtà circostante, ma che soprattutto
riescono ad ATTIVARE il soggetto sui compiti a lui assegnati.
Ciò implica semplificare l’ambiente e quindi permettere
alla persona di interagire intenzionalmente con le proposte operative,
che rispettano i tempi di attenzione, che non sono i nostri tempi
di attenzione.
Nella mia esperienza
quotidiana la prima preoccupazione non è quella di contrastare
i comportamenti problematici, perché, salvo qualche caso
è un lotta persa in partenza, ma lavorare sulla possibilità
che riescano a cogliere stimoli che l’ambiente e le persone danno
loro cercando risposte intenzionali e partecipazioni sempre più
attive. Questo crea a livello neurofunzionale l’ATTIVAZIONE MENTALE
e a livello affettivo la sensazione di avere capacità,
abilità da spendere in un rapporto di interscambio positivo
con l’ambiente.
A questo livello
anche le figure genitoriali si posso muovere in quanto imparano
a leggere non più gli aspetti esterni del comportamento,
quelli cioè emotivamente carichi, ma iniziano ad avviare
su percorsi di attivazione strutturati il bambino che cresce.
Ogni volta che un bambino è stato messo nella possibilità
di interagire con una proposta di lavoro intenzionalmente, ha
via via abbandonato molte delle problematiche comportamentali
e il rinforzo positivo non è venuto solo dalla gratificazione
verbale e affettiva ma soprattutto dal fatto che lui ha fatto
una cosa. A questo punto un passaggio da non sottovalutare è
il contesto di senso che si costruisce attorno al bambino e che
rinforza la sua identità. Attenzione quindi alle situazioni
artefatte che allontanano il bambino da una sana relazione con
l’esterno. L’intervento va però iniziato nella prima infanzia,
senza aspettare che si instaurino meccanismi stereotipati, o fobie
per il mancato controllo sull’ambiente. Non è importante
questa o quella tecnica, ma ciò che permette l’attivazione
mentale del soggetto.
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