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STUDI E RIFLESSIONI

 

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APPRENDIMETO E MATETICA
premessa

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di Carla Antonelli

bibliografia
seconda parte
terza parte

 

«E’ evidente che gli interventi del nostro sistema educativo mirano nella maggior parte dei casi alla banalizzazione dei nostri figli (…). Ciò è dimostrato in maniera incontrovertibile dal nostro sistema di verifica, l’esame, durante il quale si fanno solo domande di cui si conosce già (o è già definita) la risposta (…). Non sarebbe affascinante pensare ad un sistema educativo che miri a de-banalizzare gli studenti, insegnando loro a fare “domande legittime”, domande di cui non si conosce la risposta?»

(H. VON FOERSTER: Sistemi che osservano: 212)

PREMESSA

Si è soliti considerare di natura didattica i problemi relativi al “fare scuola”, vale a dire come problemi propri dell’attività d’insegnamento. Anche le difficoltà di apprendimento incontrate dai ragazzi sono considerate difficoltà didattiche. La domanda che ci si pone di fronte ad esse è «come insegnare?». Raramente ci si chiede «in quali condizioni è possibile che i ragazzi apprendano?».
Comenio, uno dei primi pedagogisti che richiamò l’attenzione sugli aspetti metodologici del processo formativo, attribuiva gli esiti fallimentari dell’apprendimento scolastico al metodo intricato dei docenti e riteneva che fosse «possibile condurre qualsiasi persona a qualsiasi altezza disponendo di gradini ordinati, sani, solidi e sicuri» (Comenio 1657, tr. 1974: 195).

Appartiene alla tradizione pedagogica l’uso di un termine per indicare “l’arte di insegnare” che è didattica, ma manca un termine per indicare “l’arte di imparare”; situazione che documenta una visione dei processi formativi prevalentemente centrata sul docente. Solo di recente il matematico Papert, attento studioso dell’apprendimento, ha proposto il termine matetica (dal greco manqanw = ??imparo) per indicare l’arte di imparare e per richiamare l’attenzione allo studio dei processi di costruzione delle conoscenze (v. Papert 1993).

Nel mondo accademico esistono cattedre di “didattica”, sia “didattica generale” sia “didattiche particolari”, ma non esistono cattedre di “matetica”.
C’è, però, una “psicologia dell’apprendimento” come disciplina scientifica e accademica, che, nonostante abbia per oggetto l’apprendimento, è piuttosto irrilevante per il mondo della scuola, nella quale i ragazzi imparano e i docenti insegnano nello stesso modo in cui lo si faceva quando la psicologia dell’apprendimento non esisteva (v. Parisi 2001).

Più volte Papert evidenzia nei suoi scritti e nelle interviste i ritardi della scuola ricorrendo ad un esempio paradossale: se si potessero catapultare nella nostra epoca medici e insegnanti dell’Ottocento, i medici resterebbero disorientati entrando in una moderna sala operatoria, gli insegnanti, invece, si troverebbero completamente a proprio agio in un’aula scolastica di oggi, perché poco è cambiato, e potrebbero continuare a tenere lezione, senza difficoltà, al posto del loro collega contemporaneo (v. Papert 1993 e 1998).

Tale situazione, osserva Domenico Parisi in un recente articolo, «sta chiaramente ad indicare che la psicologia non è riuscita finora a capire veramente che cosa è l’apprendimento o, quanto meno, a capirlo in modi che riescano ad incidere significativamente su come i ragazzi apprendono a scuola» (Parisi 2001: 1).

Egli individua due ragioni di carattere generale che spiegano il fallimento della psicologia dell’apprendimento. La prima ragione è che le principali teorie dell’apprendimento sono state sviluppate fondandosi sull’osservazione degli animali e non degli esseri umani. Esse, perciò, riescono a spiegare alcuni fenomeni generali, ma non aspetti specifici degli apprendimenti umani. In genere, gli studiosi hanno trascurato che negli esseri umani l’apprendimento è quasi esclusivamente processo socio-culturale. Gli uomini, cioè, imparano interagendo direttamente con gli altri uomini attraverso la comunicazione, o interagendovi indirettamente per mezzo degli artefatti tecnologici da loro prodotti, a differenza degli animali che apprendono esclusivamente dall’interazione con l’ambiente naturale.
La seconda ragione che spiega il fallimento nello studio dell’apprendimento dell’uomo è relativa ai metodi di ricerca utilizzati. Il metodo degli esperimenti di laboratorio, che comporta la manipolazione dell’”oggetto” di studio nei modi decisi dallo sperimentatore, non può essere applicato allo studio del comportamento e dell’attività mentale umana, perché è tipico dell’uomo agire liberamente in modo da controllare gli stimoli a cui deve rispondere e le condizioni nelle quali si trova (ivi: 4-5).
Sembra, perciò, che la carenza degli studi di psicologia dell’apprendimento per l’uomo sia dovuta all’aver trascurato di prendere in considerazione i contesti nei quali l’apprendimento avviene e i modi con i quali l’uomo interagisce nei contesti e con i contesti stessi. E’ opportuna, pertanto, un’analisi ecologica dell’apprendimento che possa ricostruire e orientare i processi di un’arte dell’apprendere.

 

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Autore: Carla Antonelli, Laureata in filosofia, ha pubblicato saggi su Wittgenstein, De Saussure e i problemi del riferimento linguistico in varie riviste. Dal 1987 è titolare di Filosofia e Pedagogia nell’Istituto “T. Ciceri” di Como. Ha approfondito problemi pedagogici e didattici pubblicando alcuni saggi. Attualmente è dottoranda di ricerca in Filosofia presso l’Università di Trieste, dove sta sviluppando una ricerca sulle teorie dell’argomentazione e sta lavorando ad un progetto per lo sviluppo delle competenze logico-argomentative rivolto a docenti e studenti della scuola secondaria.

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copyright © Educare.it - Anno VI, Numero 1, Dicembre 2005


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