| «E’
evidente che gli interventi del nostro sistema educativo mirano
nella maggior parte dei casi alla banalizzazione dei nostri figli
(…). Ciò è dimostrato in maniera incontrovertibile
dal nostro sistema di verifica, l’esame, durante il quale si fanno
solo domande di cui si conosce già (o è già
definita) la risposta (…). Non sarebbe affascinante pensare ad un
sistema educativo che miri a de-banalizzare gli studenti, insegnando
loro a fare “domande legittime”, domande di cui non si conosce la
risposta?»
(H.
VON FOERSTER: Sistemi che osservano: 212)
PREMESSA
Si
è soliti considerare di natura didattica i problemi relativi
al “fare scuola”, vale a dire come problemi propri dell’attività
d’insegnamento. Anche le difficoltà di apprendimento incontrate
dai ragazzi sono considerate difficoltà didattiche. La domanda
che ci si pone di fronte ad esse è «come insegnare?».
Raramente ci si chiede «in quali condizioni è possibile
che i ragazzi apprendano?».
Comenio, uno dei primi pedagogisti che richiamò l’attenzione
sugli aspetti metodologici del processo formativo, attribuiva gli
esiti fallimentari dell’apprendimento scolastico al metodo intricato
dei docenti e riteneva che fosse «possibile condurre qualsiasi
persona a qualsiasi altezza disponendo di gradini ordinati, sani,
solidi e sicuri» (Comenio 1657, tr. 1974: 195).
Appartiene
alla tradizione pedagogica l’uso di un termine per indicare “l’arte
di insegnare” che è didattica, ma manca un termine per indicare
“l’arte di imparare”; situazione che documenta una visione dei processi
formativi prevalentemente centrata sul docente. Solo di recente
il matematico Papert, attento studioso dell’apprendimento, ha proposto
il termine matetica (dal greco manqanw = ??imparo) per indicare
l’arte di imparare e per richiamare l’attenzione allo studio dei
processi di costruzione delle conoscenze (v. Papert 1993).
Nel
mondo accademico esistono cattedre di “didattica”, sia “didattica
generale” sia “didattiche particolari”, ma non esistono cattedre
di “matetica”.
C’è, però, una “psicologia dell’apprendimento” come
disciplina scientifica e accademica, che, nonostante abbia per oggetto
l’apprendimento, è piuttosto irrilevante per il mondo della
scuola, nella quale i ragazzi imparano e i docenti insegnano nello
stesso modo in cui lo si faceva quando la psicologia dell’apprendimento
non esisteva (v. Parisi 2001).
Più
volte Papert evidenzia nei suoi scritti e nelle interviste i ritardi
della scuola ricorrendo ad un esempio paradossale: se si potessero
catapultare nella nostra epoca medici e insegnanti dell’Ottocento,
i medici resterebbero disorientati entrando in una moderna sala
operatoria, gli insegnanti, invece, si troverebbero completamente
a proprio agio in un’aula scolastica di oggi, perché poco
è cambiato, e potrebbero continuare a tenere lezione, senza
difficoltà, al posto del loro collega contemporaneo (v. Papert
1993 e 1998).
Tale
situazione, osserva Domenico Parisi in un recente articolo, «sta
chiaramente ad indicare che la psicologia non è riuscita
finora a capire veramente che cosa è l’apprendimento o, quanto
meno, a capirlo in modi che riescano ad incidere significativamente
su come i ragazzi apprendono a scuola» (Parisi 2001: 1).
Egli
individua due ragioni di carattere generale che spiegano il fallimento
della psicologia dell’apprendimento. La prima ragione è che
le principali teorie dell’apprendimento sono state sviluppate fondandosi
sull’osservazione degli animali e non degli esseri umani. Esse,
perciò, riescono a spiegare alcuni fenomeni generali, ma
non aspetti specifici degli apprendimenti umani. In genere, gli
studiosi hanno trascurato che negli esseri umani l’apprendimento
è quasi esclusivamente processo socio-culturale. Gli uomini,
cioè, imparano interagendo direttamente con gli altri uomini
attraverso la comunicazione, o interagendovi indirettamente per
mezzo degli artefatti tecnologici da loro prodotti, a differenza
degli animali che apprendono esclusivamente dall’interazione con
l’ambiente naturale.
La seconda ragione che spiega il fallimento nello studio dell’apprendimento
dell’uomo è relativa ai metodi di ricerca utilizzati. Il
metodo degli esperimenti di laboratorio, che comporta la manipolazione
dell’”oggetto” di studio nei modi decisi dallo sperimentatore, non
può essere applicato allo studio del comportamento e dell’attività
mentale umana, perché è tipico dell’uomo agire liberamente
in modo da controllare gli stimoli a cui deve rispondere e le condizioni
nelle quali si trova (ivi: 4-5).
Sembra, perciò, che la carenza degli studi di psicologia
dell’apprendimento per l’uomo sia dovuta all’aver trascurato di
prendere in considerazione i contesti nei quali l’apprendimento
avviene e i modi con i quali l’uomo interagisce nei contesti e con
i contesti stessi. E’ opportuna, pertanto, un’analisi ecologica
dell’apprendimento che possa ricostruire e orientare i processi
di un’arte dell’apprendere.
...continua...
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Autore:
Carla Antonelli,
Laureata in filosofia, ha pubblicato saggi su Wittgenstein, De Saussure
e i problemi del riferimento linguistico in varie riviste. Dal 1987
è titolare di Filosofia e Pedagogia nell’Istituto “T. Ciceri”
di Como. Ha approfondito problemi pedagogici e didattici pubblicando
alcuni saggi. Attualmente è dottoranda di ricerca in Filosofia
presso l’Università di Trieste, dove sta sviluppando una
ricerca sulle teorie dell’argomentazione e sta lavorando ad un progetto
per lo sviluppo delle competenze logico-argomentative rivolto a
docenti e studenti della scuola secondaria.
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