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Nell'articolo
precedente abbiamo iniziato una riflessione sulle "fatiche
supplementari" che molti genitori affrontano quando non sono abbastanza
attenti ai momenti "critici" dello sviluppo dei figli. Il primo
articolo ha analizzato alcune difficoltà connesse all’ingresso
nella scuola elementare: qui prenderemo in considerazione la nascita
del secondogenito.
Sul
piano educativo, l’arrivo di un fratellino o di una sorellina
è preferibile alla condizione di figlio unico. L’avvenimento
tanto atteso però rappresenta sempre una perturbazione
nell’equilibrio di una famiglia, che coinvolge le reti parentali
più prossime: nonni, zii, ecc. Tutti costoro sono, nella
maggioranza dei casi, sufficientemente preparati e sensibili alle
manifestazioni di gelosia del figlio maggiore e si premurano di
non far mancare attenzioni, complimenti e piccoli regali ad entrambi
i fratellini.
In
realtà la gelosia non è che una delle manifestazioni
del disagio provocato dall’arrivo del secondogenito, probabilmente
la più comune e meno preoccupante. In alcuni casi si registrano
invece enuresi notturna (pipì a letto), incubi, ansia da
separazione, dinieghi ingiustificati ed ostinati, intolleranza
e fragilità alle frustrazioni, depressione.
A
partire dalla convinzione che, prima di diventare problemi psicologici,
i disagi del primogenito possano essere prevenuti sul piano educativo,
ci soffermiamo a considerare due aspetti poco evidenti ma molto
importanti.
Il
primo si definisce attorno al concetto di privazione. Finché
un bambino è figlio unico è frequente e normale
che sia posto al centro dell’attenzione, che le cure e le coccole
di mamma e papà, di nonni e di altri parenti prossimi siano
tutte per lui. Visto con i suoi occhi di bambino, il mondo che
l’ha accolto nei suoi primi anni di vita è stato molto
ricco di investimenti affettivi ed egli ha imparato a crescere
"alimentandosi" di questa abbondanza. Ritengo sia corretto considerare
proprio la quantità di attenzioni e coccole per
capire la portata della "privazione" che interviene con la nascita
del secondogenito (ancor più accentuata nel caso di complicazioni
peri o post natali). Le figure parentali che si occupano di lui
tentano spesso di "scambiare" la quantità con la qualità
del tempo a lui dedicato, ma il passaggio per il bambino non è
facile e tantomeno automatico. Per questo può essere utile
che il papà ed altri adulti significativi trovino dei tempi
"straordinari" per sopperire alla perdita di centralità
nelle attenzioni, nelle cure, nelle coccole. Si tratta di una
fase transitoria ma molto critica per l’equilibrio del primogenito,
sulla quale vale la pena di "investire" in tempo ed affetto.
Veniamo
alla seconda considerazione, molto legata alla precedente. Finché
un bambino è figlio unico egli è sempre il "piccolo"
di casa ed i genitori tendono a sottostimare la sua autonomia.
L’arrivo di un "esserino" di tre o quattro chili lo fa apparire
immediatamente "più grande". Succede così che, in
maniera spesso involontaria ed inconsapevole, papà e mamma
gli richiedano d’improvviso di comportarsi da grande, di essere
autonomo in alcune operazioni (ad es. spogliarsi e vestirsi, lavarsi
i denti) per le quali prima era sempre stato aiutato; talvolta
le richieste di autonomia e responsabilità possono essere
addirittura superiori alle sue capacità. Il cambiamento
degli atteggiamenti educativi dei genitori, messo in atto anche
per la necessità di dedicarsi al nuovo nato, disorienta
molto il bambino più grande. La situazione diventa ancora
più critica quando, di fronte alla sua difficoltà
(giustificabilissima!) di esercitare l’autonomia e la responsabilità
richiesta, i genitori assumono un atteggiamento di rimprovero
e disapprovazione, contribuendo ad accentuare ancor di più
in lui la sensazione di "aver perso" l’amore di papà e
mamma. |