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Disegno e personalità
Evoluzione
motoria, capacità cognitive e reazioni emotivo-affettive
esprimono attraverso il disegno oggettività, potenzialità
e conflitti indicativi del loro stato di salute.
Rappresentare le emozioni diventa non solo l’opportunità
di renderle visibili ma un’occasione per poter comunicare ansie
e paure, conoscerle e sdrammatizzarle: “i problemi emotivi trasposti
su un foglio di carta infatti acquistano una sorta di concretezza
e di distacco che dà loro un nuovo aspetto all’occhio del
disegnatore e li rende meno ansiogeni e pressanti” (A. Oliverio
Ferrarsi, 1973, p. 72).
Numerose
analogie tra il disegno e il gioco trovano diversi autori (Oliverio
Ferrarsi 1973, Quaglia-Saglione 1976, Medioli Cavara 1986) in accordo
su un punto fondamentale: il loro valore comunicativo. Entrambe
le attività dimostrano di offrire al bambino la possibilità
di raccontare anche ciò che le parole talvolta non gli consentono
di esprimere e di comprendere la realtà circostante rielaborando
e consolidando ricordi e vissuti.
L’intervento
di meccanismi proiettivi e immaginativi permette la riedizione di
esperienze passate e la rielaborazione delle emozioni ad esse associate:
“Nel mondo dell’arte, come in quello del gioco (…) il fanciullo
rivive situazioni del passato e, in una sorta di psicodramma, sa
calarsi in ruoli anche non suoi ma che ha visto impersonare da altri
acquisendo in questo processo nuovi valori e significati e rappresentando
consciamente o inconsciamente i problemi che esistono e che originano
dal rapporto con gli altri” (Oliverio Ferrarsi, 1973, p. 72).
Attribuire
al disegno il valore di prova proiettiva [2]
ha delineato due percorsi di ricerca orientati dalla differente
interpretazione teorico-pratica del meccanismo proiettivo: l’uno
di natura psicometrica, l’altro di natura psicoanalitica.
In
ambito psicometrico la proiezione è l’atto percettivo non
cosciente, la descrizione di ciò che è stato visto,
il riflesso della visione del bambino. Misurarla è possibile
ricorrendo alla somministrazione di test tematici e all’analisi
quantitativa e qualitativa dei risultati ottenuti; ne sono esempio
i test proiettivi e l’analisi grafologica del gesto grafico (curvo
o angoloso), del modo in cui viene trattata la superficie (pressione),
della scelta delle forme e dei colori, dell’esito di risposta a
consegne predefinite.
Dando
forma alla propria immaginazione il bambino rivela interessi, gusti,
preoccupazioni in un racconto di sè che attribuisce al disegno
un intenso valore descrittivo-narrativo.
Ma se è possibile raccontarsi attraverso le immagini grafiche,
come può essere ignorato l’apporto delle componenti emotivo-affettive
che appartengono al processo della costruzione narrativa?.
In questo spazio trova identità la proposta psicoanalitica
che sottolineando il valore degli stati d’animo, dei pensieri inconsci
e delle libere associazioni ad essi correlate, introduce l’importanza
essenziale dell’analisi dei particolari e assegna complementarietà
al valore psicometrico e psicoanalitico del meccanismo proiettivo.
Questa
fondamentale distinzione terminologica ha pertanto segnato impostazioni
teorico-interpretative dedicate all’analisi formale delle produzioni
grafiche e letture dinamiche legate ad un’interpretazione principalmente
psicoanalitica.
Secondo
l’analisi formale il disegno riflette una visione d’insieme della
personalità e per questo non è opportuno valutarne
i singoli particolari ma è fondamentale considerare l’effetto
complessivo che le produzioni grafiche esprimono, il loro stile.
La prospettiva, in accordo con il concetto di proiezione psicometrica,
è stata utilizzata per delineare le tipologie in campo artistico.
Noti i lavori di F. Minkowska (1949) che ha dedicato il nucleo centrale
delle proprie ricerche allo stile del disegno come imitazione, comunicazione
di abitudini motorie, espressione di quel “modello interno” descritto
da Luquet (1927) in riferimento alla rappresentazione intellettiva
dell’oggetto in funzione dei dati percettivi e delle conoscenze
personalmente acquisite.
Osservando
che non sono solo i dati intellettuali a strutturare la rappresentazione
delle cose ma disposizioni più generali della personalità
inerenti sia all’affettività sia all’intelligenza, l’autrice
estende il concetto di “modello interno” trasformandolo in “visione
del mondo” e organizza a Parigi (Minkowska in Widlocher, 1968, p.84-85)
una mostra di disegni dal titolo “Da Van Gogh e Seurat ai disegni
infantili” con il fine di mostrare gli esiti delle proprie
ricerche dedicate al confronto interpretativo tra le singolarità
dei disegni infantili e le caratteristiche stilistiche che consentono
di associare l’opera d’arte all’originalità del suo autore.
Lo
studio della relazione tra la personalità e la scrittura
artistica di Van Gogh,(scelta dei colori, definizione delle forme,
impronta personale) permise all’autrice di proporre nel catalogo
del 1949 un’attenta contrapposizione tra gli stili pittorici di
due colleghi d’arte: Van Gogh e Seurat.
Nel
primo, epilettico, “predominano il movimento e il colore, i movimenti
ascendenti e discendenti che fanno incurvare i personaggi, vorticare
gli alberi, raddrizzarsi il suolo. Quanto al colore la preferenza
è data ai toni puri, luminosi, saturi, accostati con tocchi
vigorosi e tratteggiati. Anche la scelta dei temi è significativa:
umili oggetti dell’ambiente quotidiano, trasfigurati dalla scrittura
tormentata del pittore” (ibidem, p.84).
Nel
secondo regna “un equilibrio tranquillo, i personaggi, dagli atteggiamenti
rigidi, sembrano fissi e ieratici. Il tocco è rigorosamente
uniforme. I toni, spesso interrotti, si giustappongono gli uni agli
altri realizzando dei trapassi appena sensibili, ciò che
conferisce all’insieme un aspetto armonioso” (ibidem, p.85).
All’uomo
sensoriale che domina il pittore in Van Gogh si contrappone lo scienziato
dall’indole razionale ad esempio e conferma della possibile identificazione
di una tipologia dicotomica del temperamento artistico:
- “Il
razionale si compiace di ciò che è astratto, immobile
solido, rigido; ciò che è mobile e intuitivo gli
sfugge; pensa più di quanto non senta e non sappia in forma
immediata; è “freddo” a guisa del mondo astratto; discerne
e separa e perciò gli oggetti coi loro contorni ben definiti
occupano nella sua visione del mondo un posto privilegiato. Egli
giunge così alla precisione della forma.
- Il
sensoriale, al contrario, vive nel concreto, persino nell’iperconcreto;
vi aderisce e non giunge a distaccarsene; sente molto più
di quanto non pensi e si lascia guidare nella vita da questa capacità
di sentire molto da vicino gli esseri e le cose (…) vede infine
il mondo in immagini, sempre vive e lontane da ogni astrazione”
(ibidem, p.85).
L’applicazione
della teoria dicotomica del temperamento artistico alla lettura
delle produzioni grafiche infantili permette di sostenere che con
il proprio disegno il bambino sensoriale esprime in tutti i piani
del foglio il movimento e l’energia vitale scegliendo colori vivaci
e realistici che dominano le forme mentre, il bambino razionale,
rappresenta l’opposto: la costruzione è precisa e equilibrata
ma statica, dominano le simmetrie e sono presenti spazi vuoti tra
gli oggetti in un insieme in cui il disegno prevale sul colore usato
raramente e solo per abbellire.
Se
è difficile contrastare gli esiti obiettivi dell’analisi
formale proposta da Minkowska è altrettanto inevitabile dover
fare i conti con i limiti presentati da ogni tipologia binaria che
risulta tanto più vera quanto più generale. Forse
l’importanza pratica delle due categorie temperamentali non è
da ricercare nella loro contrapposizione quanto in ciò che
le unisce.
Durante
la crescita, entrambe le tendenze vivono significativi momenti di
alternanze e compresenze mostrandosi in forme mutevoli e differenti:
vi sono periodi più razionali ed altri più sensoriali
strettamente correlati alle fasi evolutive e, il disegno, rappresentando
il graduale passaggio dai contenuti emotivi alla ricerca razionale
diventa il luogo espressivo di cambiamenti e sviluppi. “Sensoriali
sono i fanciulli tra i quattro e i sei anni, razionali i ragazzi
tra i nove e i tredici anni” (Oliverio Ferrarsi, 1973, p.77).
Alla
metodologia degli studi formali che arricchisce, in particolarità
e puntualizzazioni concrete ed obiettive, l’osservazione del disegno
infantile va però accostata in completezza l’analisi tematica
e simbolica delle raffigurazioni: un’analisi in termini più
strettamente psicoanalitici che estenda l’indagine dalla forma al
contenuto e al suo valore narrativo.
La
scelta tematica della rappresentazione è l’esito di una concorrenza
multifattoriale in cui influiscono situazioni contingenti, emotive,
affettive, relazionali, in cui alla percezione visiva si affianca
l’elaborazione immaginativa. Nulla accade per caso, nulla è
privo di un significato che trascende l’apparenza.
Il
desiderio di rappresentare un dato oggetto e il piacere di riprodurre
schemi grafici abituali adattandosi a mutamenti deliberati o inaspettati,
esprimono l’esigenza di rassicurasi sul proprio potere di significare
qualcosa attraverso le immagini. Il disegno diventa un linguaggio
espressivo, un racconto iconografico, la narrazione di sé.
Nell’universo
simbolico del foglio e dei colori “gli oggetti non fanno parte soltanto
di classi d’oggetti, ma si definiscono nei loro rapporti con gli
altri oggetti secondo leggi che fanno del nostro universo un mondo
di forze e di rapporti. Così il sole simboleggia il calore,
la vita e la potenza fecondatrice. In ognuno di questi rapporti
esso si trova in una situazione analogica con altri oggetti ugualmente
simboli di calore o di vita o di fecondità. Per un verso
esso si contrappone alla luna, astro notturno, ma per un altro si
contrappone alla terra che illumina.(…) Il bambino può disegnare
un leone perché ne ha appena visto uno. Ma per lui il leone
è portatore di un significato che lo distingue dagli altri
animali. Il bestiario infantile come quello delle favole, è
simbolo di un mondo umano e ogni specie riflette questa o quella
particolarità caratterologica. Questo campo fantastico che
occupa una così larga parte della vita del fanciullo si esprime
in modo del tutto naturale nel disegno” (Widlocher, 1965, p.89-90).
Con
la prospettiva psicoanalitica non si può più parlare
di valori narrativi senza essere coinvolti da storie in cui la dimensione
inconscia gioca un ruolo di primo piano.
Le narrazioni si compongono e colorano di mondi da dedurre dalle
immagini e dalle parole raccontate svelando la correlazione tra
i processi che intervengono nel disegno e i meccanismi dell’attività
psichica.
Le
motivazioni, la scelta dei temi e le modalità che il bambino
utilizza per disegnare sono infatti molto simili a quello che interviene
in altri momenti espressivi della funzionalità psichica in
particolare durante il gioco e il sogno.
Nel
dare lettura interpretativa delle produzioni grafiche sarà
fondamentale ragionare anche attraverso i meccanismi difensivi protagonisti
dell’attività onirica: l’identificazione, la proiezione,
la sublimazione, la condensazione e lo spostamento.
Così come nel gioco il bambino non esprime solamente un semplice
divertimento ma offre un’occasione espressiva alla propria fantasia,
nel disegno gli oggetti o i paesaggi iniziali per “errori casuali”
o tratti sfuggiti al controllo motorio trasformano e modificano
i loro destini in nuovi avvenimenti improvvisi e quasi magici che
sembrano lontani dall’iniziale progettualità cosciente del
piccolo artista.
Lo
stupore alla possibile domanda: “Come mai hai scelto di disegnare
queste cose?” e il successivo svelarsi di misteriosi intrecci narrativi,
permette di scoprire per associazioni di ricordi e fantasie la complessa
compresenza di significati proiettati nelle scene disegnate.
Riprendendo
l’analogia con l’attività onirica possiamo affermare che
se nel sogno accanto al meccanismo della condensazione si trova
quello dello spostamento, così le figure non evocano direttamente
ciò che intendono in una semplice allegoria ma con un gioco
di spostamento trasferiscono l’interesse e l’intensità di
una rappresentazione ad altre originariamente poco intense che riconducono
alle prime attraverso una catena associativa.
Il
disegno può essere pertanto collocato accanto al sogno, ai
sogni ad occhi aperti e ai sintomi come corrispondente nell’infanzia
delle libere associazioni verbali dell’adulto sia per la propria
struttura sia per i racconti, le spiegazioni e i commenti che il
bambino è in grado di fornire.
Più propriamente affermeremo che il disegno non è
l’equivalente dell’attività onirica ma del racconto che il
sognatore è in grado di riproporne.
“Il disegno condivide con il sogno una qualità degna di nota:
la rappresentazione per immagini. Se il valore informativo, la capacità
di condurre un ragionamento logico è minore nell’immagine
che non nel linguaggio, l’immagine d’altronde si presta facilmente
ai giochi della condensazione e dello spostamento, e in generale
alle leggi di funzionamento del discorso inconscio. (…) Ciò
che acuisce il desiderio di disegnare del bambino è la possibilità
di significare con immagini quelle imago
[3] inconsce che cercano di attualizzarsi. Si può
allora assimilare l’elaborazione del disegno al gioco delle associazioni
che si susseguono nella mente del fanciullo (ibidem, p.119).
Nelle
proprie disquisizioni teoriche Widlocher (1965) nel capitolo dedicato
alla relazione tra disegno e personalità sostiene che considerare
il disegno l’espressione statica e contingente delle rappresentazioni
psichiche dell’artista sia altamente riduttivo.
Il
disegno, al contrario è plasticità e continua evoluzione
di intenti ed elaborazioni mentali in rapporto a nuovi pensieri
e ad altre immagini inconsce secondo un processo di attivazione
di due meccanismi: uno di mantenimento ed uno di trasformazione.
Il primo cerca di mantenere il tema iniziale, mentre il secondo,
avvalendosi delle associazioni rappresentative ed interpretative
che le prime immagini grafiche permettono, rivolge la propria attività
a modificare il disegno abbozzato.
L’elaborazione del lavoro grafico è quindi un compromesso
tra le due tendenze conflittuali dell’espressione della fedeltà
al tema sviluppato inizialmente e dell’inserimento di nuove tendenze
significative.
Per
risolvere la situazione conflittuale il bambino varierà la
disposizione dei particolari del disegno, sposterà il centro
di interesse iniziale e troverà una collocazione alle nuove
fantasie senza alterare l’armonia e la progettazione originarie.
L’attività grafica, come il motto di spirito nei suoi rapporti
con l’inconscio, giunge così a soddisfare il gusto della
“concisione significativa” e a risolvere la tensione tra la tendenza
alla fedeltà al discorso cosciente e l’esigenza di considerare
nuovi orientamenti inconciliabili con quelli iniziali, con la caratteristica
di utilizzare le immagini in sostituzione del linguaggio verbale.
A
questo punto il passaggio dalla teoria alla pratica interpretativa
impone alcune regole metodologiche che seguendo le indicazioni dell’autore
possono essere così riassunte:
-
innanzitutto
occorre un esame attento e comparativo dei disegni che non possono
essere considerati indipendentemente dalle modalità di
esecuzione del bambino;
-
è
importante osservare se e quando si verificano delle rotture
con l’intento originario così come non trascurare alcuni
ambigui particolari sui quali sembra fissarsi l’attenzione del
disegnatore. Valutare il valore comunicativo delle immagini
significa quindi approfondire l’interpretazione sulla base degli
eventuali simboli e dei commenti, spontanei o provocati, del
bambino sul proprio disegno; sarà egli stesso con le
sue associazioni a chiarire le analogie tra le espressioni delle
proprie fantasie in immagini e la sua esperienza, i suoi ricordi,
i suoi desideri.
-
Quando
purtroppo la comunicazione dovesse essere eccessivamente difficoltosa
o del tutto impossibile, non rimarrebbe altro che un’attenta
comparazione che rilevasse le espressioni simboliche singolari
e le analogie formali per comprendere, attraverso temi differenti,
l’identità della struttura di base. Il materiale inconscio
che si sarà giunti a conoscere troverà il proprio
effettivo significato nel confronto con tutti i possibili dati
desumibili dalla vita cosciente del bambino, in una correlazione
che non trascuri nessun meccanismo difensivo e nessuna esigenza
implicita od esplicita.
-
L’ultimo
confronto rimarrà infine quello tra l’interpretazione
avanzata e l’evoluzione dei disegni seguenti: “Se dopo un’interpretazione
vediamo che gli ulteriori disegni recano in profondità
la traccia dei suoi effetti possiamo pensare che l’interpretazione
sia stata appropriata (D. Widlocher, 1965, p.127).
...continua...
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Note:
[1]
Luquet adotta il termine realismo nella sua generica accezione
di interesse per il potere rappresentativo-significativo dei valori
formali.
[2] Per metodo proiettivi si intendono
in senso generale i sistemi di studio che procedono ad un esame
complessivo della personalità considerata come un insieme
interattivo di elementi in evoluzione tendenzialmente in contrasto
con l’originaria definizione freudiana che intende per proiezione
“l’operazione con cui il soggetto espelle da sé e localizza
nell’altro, persona o cosa, delle qualità, dei sentimenti,
dei desideri e perfino degli oggetti che egli non riconosce o
rifiuta in sé” (Laplanche-Pontalis, 1967, pp. 425-426).
[3]
L’imago è il prototipo inconscio di personaggi che orienta
il modo in cui il soggetto percepisce gli altri. Tale prototipo
è elaborato a partire dalle prime relazioni intersoggettive
reali e fantasmatiche con l’ambiente famigliare (Laplanche-Pontalis,
1984, p.224) .
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