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Il
bambino televisivo
(Calvin):
Adoro i weekend! Che c’è di meglio che stare tutto il tempo a
guardare i cartoni animati mangiando cereali al cioccolato?
(Hobbes):M…
vorrei dissentire per quanto riguarda i cereali.
(Padre
di Calvin, urlando): Calvin, è tutta la mattina che stai seduto
davanti a questa stupida televisione! È una bellissima giornata!
Va’ fuori!
Sarà
una tragedia quando il mondo dovrà essere mandato avanti da una
generazione che non ha fatto altro che guardare la tivù! Come
fai a star seduto dentro tutto il giorno? Fuori! Fuori! I bambini
devono stare all’aria aperta! A divertirsi! A fare movimento!
(Calvin e Hobbes vengono scaraventati fuori)
(Calvin):
Be’, suppongo che sia così. Andiamo. (Calvin e Hobbes si incamminano
lungo una stradina) Ciao
Siusi. Stai guardando la tv? Possiamo entrare?
(Siusi):
Certo, sbrigati! C’è la pubblicità.
Bill Watterson,
Something Under The Bed Is Drooling, 1998
(1)
Si potrebbe
dire che all’estinzione di una specie, il bambino, si sia accompagnata
la nascita (o la scoperta) di una nuova specie, o di una specie
deviante: il Bambino Telespettatore.
Un
recente caso di cronaca (luglio 2001) sembra costituire un tragico
esempio di "bambino-che-guarda-la-televisione". Ivan,
romano, nove anni, invia una lettera all’associazione Sos Affido,
gestita da una coppia che aveva partecipato ad un trasmissione
televisiva. Scrive Ivan: "Sono Ivan e ho nove anni. Cari
Riccardo e Roberta vi ho visto in televisione che parlavate di
affidamento. Io non so cosa significhi ma ho capito che serve
per aiutare i bambini soli. […] Vorrei fare questa cosa dell’affidamento
con la signora Maria De Filippi, perché mi tiene compagnia quando
non ci sono i cartoni. […] Maria è bella e gentile e vorrei andare
a casa con lei… me lo dite come si fa questo affidamento con chi
lavora in televisione perché così divento felice anche io come
la televisione" (Il Mattino, 29 luglio 2001, il corsivo è
mio).
Ivan
non è un bambino che vive in condizioni di disagio materiale o
in un contesto di maltrattamenti e abusi. Ma, come scrive lo stesso
bambino nella lettera, i genitori pur volendogli bene lavorano
tutto il giorno e Ivan rimane sempre solo; per giocare c’è solo
la nonna, ma "non usa la play [la Play Station] e
non gli piacciono Dragonboll e i Digimon [i cartoni del momento,
immagino]".
Al
di là della drammatica situazione di abbandono emotivo e profonda
solitudine che emerge con prepotenza dalle righe scritte dal piccolo
Ivan, un particolare linguistico impone attenzione. Ivan vorrebbe
essere felice non come Maria o come qualcuno visto
in televisione, ma felice come la televisione, come fosse,
la televisione stessa, una persona da imitare, una persona che
sorride e che si comporta in un modo che si possa considerare
felice.
Già
l’espressione ‘l’ha detto la televisione’ nasconde un embrionale
processo di personificazione della televisione, un’attribuzione
di coscienza e caratteristiche umane, una specie di animismo senza
alcun alone magico. L’oggetto televisione (la scatola di
plastica) si confonde agli eroi televisivi più amati, ne prende
le sembianze, la voce, i gesti e anche le caratteristiche umane.
Ha il vantaggio di poter cambiare personalità e aspetto rubato
a seconda dell’umore del telespettatore: qualche volta ‘l’ha detto
la televisione’ può prendere il corpo di Enrico Mentana, qualche
volta di un famoso presentatore, qualche volta della rassicurante
e gentile Maria De Filippi.
Nel
caso di Ivan il processo è compiuto: la televisione diventa qualcosa
a cui un essere umano può paragonarsi (commensurabilità) e qualcosa
che possiede le caratteristiche che si desidererebbe avere (desiderio
di imitazione). Alla televisione, inoltre, viene attribuito il
ruolo di genitore affidatario e sostitutivo di quelli esistenti
e insoddisfacenti.
La
solitudine e l’abbandono che tanti bambini come Ivan vivono li
inducono a cercare nella televisione conforto e compagnia. Ma
questo isolamento emotivo comporta il rischio di indurire il loro
carattere, di inaridirne l’affettività e di trasformarli in adulti
cinici e disillusi che non credono negli altri e nella possibilità
di un rapporto interumano profondo.
John
Condry in un articolo sui bambini americani e la televisione,
e significativamente intitolato Ladra di tempo, serva infedele
(John Condry, Thief of Time, Unfaithful Servant: Television
and the American Child, 1993), distingue nettamente le motivazioni
che spingono i bambini a guardare la televisione dalle motivazioni
che spingono gli adulti. Questi ultimi cercano uno svago, una
distrazione; i bambini invece guardano la televisione per capire
il mondo, proprio come fino a duecento anni fa guardavano gli
adulti nelle loro attività di lavoro e gioco per apprendere e
acquisire quelle attitudini necessarie ad inserirsi nella società.
Ma
la televisione è principalmente uno strumento commerciale e non
informativo sul mondo. "La televisione non è concepita per
fornire ai bambini informazioni circa il mondo reale. Quando viene
usata per questo scopo fa un pessimo lavoro. La tv moderna, specie
nel modo in cui viene attualmente utilizzata negli Stati Uniti,
ha un unico obiettivo: vendere merci". La televisione non
ha interesse neanche ad offrire una rappresentazione fedele della
realtà: risponde all’esigenza di conquistare l’audience,
i suoi valori sono quelli di mercato, il suo tempo è unicamente
il presente vincolato dall’orologio. Qualsiasi argomento deve
essere risolto e soddisfatto entro la fine del programma.
È
ladra di tempo perché i bambini non fanno molte altre cose: tendono
a leggere poco, a giocare di meno, ad essere obesi. La visione
passiva della televisione comporta spesso l’assunzione
di cibo, e gli studi condotti mostrano un calo del tasso metabolico
tra i telespettatori (soprattutto per quanto riguarda i bambini
già obesi). Naturalmente la televisione influisce profondamente
sugli atteggiamenti, le credenze e le azioni dei bambini teledipendenti.
È bugiarda, è una serva infedele che espone i bambini a vicende
sconnesse raccontate da persone sconnesse.
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abitudini televisive
La presenza della televisione nella vita dei bambini è piuttosto
invadente, e non solo come quantità di ore al giorno, ma anche
come frequenza di esposizione: una volta, due volte o più. La
percentuale più elevata (27% di bambini tra i 3 e i 10 anni, secondo
una ricerca condotta dall’Eurispes su 2.000 soggetti nel 2000)
riguarda la visione televisiva in due momenti, presumibilmente
dopo pranzo e prima di cena. Ma il secondo posto ex-aequo
è assegnato alla visione in tre momenti e quattro e più momenti
(rispettivamente il 24,5 e il 24,3%).
Una
larga parte di questi bambini guarda la televisione da solo (circa
il 30%) o con fratelli e sorelle (circa il 28%); una piccola parte
in compagnia dei propri genitori o di coetanei.
A
questi dati già piuttosto allarmanti si devono aggiungere le ore
che i bambini passano ‘davanti’ al computer giocando con la Play
Station o con l’ultima versione di Quake o Tomb
Raider.
Ma
le ore che riguardano l’utilizzo del computer vanno a sostituire
quelle relative alla televisione o ad integrarle? La visione più
ottimistica dice che oggi i bambini sono più fortunati perché
possono scegliere se guardare la televisione o giocare con il
computer, sottolineando la preferibilità di quest’ultimo a causa
del suo carattere ‘interattivo’ e dunque stimolatore di quella
fantasia che la televisione invece narcotizza. Gli ottimisti,
insomma, interpretando il computer come alternativa (felice) alla
televisione si schierano a favore dell’integrazione, in una prospettiva
di stabilità del tempo che una volta i bambini trascorrevano solo
davanti alla televisione, e che oggi dividono tra questa e il
computer (che consente anche utilizzi diversi dal gioco: studio,
internet, consultazione di Cd-Rom).
I
pessimisti temono invece che il tempo dedicato al computer, nella
maggior parte dei casi, si vada a sommare al tempo della visione
televisiva: come dire che un secondo piatto si mangia dopo
il primo, e non lo rimpiazza. Ricordano poi che l’illusione dell’interattività
svela presto se stessa, togliendosi la maschera della libertà
del gioco per mostrare il suo vero volto: molteplici possibilità
predefinite e predeterminate al posto di una sola sequenza di
avvenimenti. Inoltre ricordano avvenimenti di cronaca allarmanti
di bambini arrivati in stato di shock all’ospedale perché divorati
dagli eroi dei videogiochi.
Ricerche
mirate a rilevare il rapporto tra le ore passate in compagnia
della televisione e quelle del computer sembrano confermare i
timori dei pessimisti: tra i bambini che giocano con il computer,
insieme a coloro che non ne fanno uso, si riscontra la più alta
percentuale di bambini che trascorrono più di cinque ore davanti
alla televisione. Al contrario i bimbi che utilizzano il computer
soprattutto per la consultazione di Cd-Rom, sono quelli che passano
meno tempo a guardare la televisione (quasi il 50% guarda la televisione
per circa un’ora, più del 40% tra le due e le tre ore).
Un
altro dato allarmante riguarda il modo e l’ora in cui i piccoli
si addormentano. I risultati di una ricerca condotta da ‘TeleMouse’,
l’Osservatorio sulla televisione internazionale, su 865 genitori
di bambini tra i due e i sei anni sono indicativi (e confermano
che televisione e computer sono i compagni più assidui dei piccoli):
moltissimi bambini si addormentano cullati dalle voci del piccolo
schermo. L’abitudine di andare a letto dopo Carosello, magari
con la promessa di una favola, è ormai desueta.
I
bambini che si addormentano davanti alla Tv costituiscono la percentuale
più elevata (circa il 63%); al secondo posto si trovano i videogiochi,
al terzo posto si piazzano i giochi tradizionali, e ultime classificate,
con molto distacco, si trovano la ninna nanna e il racconto delle
favole. L’ora
in cui i piccoli si addormentano tende a spostarsi in avanti:
una grossa fetta addirittura dorme dopo le dieci e trenta. Anche
il ‘luogo’ del sonno, o almeno dell’addormentamento, cambia rispetto
al passato. Solo il 17% dei bambini si addormenta nel proprio
lettino, moltissimi crollano sul divano ninnati da Maurizio Costanzo
o Bruno Vespa, Michele Santoro o Daria Bignardi.
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