| L’aforisma
che fa da titolo a questo articolo ci giunge da S. Francesco d’Assisi
e mi permetto di prenderla in prestito dalla sua saggezza per sviluppare
un tema introdotto in un precedente contributo, intitolato “La terapia
del canguro” (Educare.it - Rivista on line sui grandi temi dell'educazione,
in Studi e riflessioni, Anno 4, n.10, Settembre 2004): la genitorialità
consapevole in gravidanza (e oltre).
Già
avevo accennato all’importanza del contatto affettivo ed affettuoso
tra i genitori ed il feto, che è una Persona “in divenire”,
caratterizzata da competenze comunicative e relazionali specifiche,
in via di sviluppo, ma già reali e tangibili.
La
gravidanza rappresenta una risorsa importante per la coppia e per
il nascituro, è un’occasione di conoscenza reciproca e di
consolidamento della relazione coniugale, è un’opportunità
di crescita personale e costituisce l’esordio della vita psicofisica
di un nuovo individuo.
Questo
“esordio” merita molta attenzione, perché se una casa si
regge su buone fondamenta ha anche buone possibilità di resistere
agli agenti atmosferici (ad un ambiente ostile), alle ingiurie del
tempo (alla naturale diminuzione dell’efficienza dovuta all’avvicendarsi
degli anni) e ad interventi di errata o malcondotta gestione o manutenzione
(un’educazione maldestra e scorretta).
Così
è anche per l’essere umano, che necessita di una base solida
– una Base Sicura, come dicono gli studiosi della Teoria dell’attaccamento
– per potersi rapportare in modo efficace con se stesso e con la
realtà che lo circonda.
Questa
“sicurezza di base” deriva dall’aver esperito relazioni sane, serene
ed appaganti con le proprie figure di riferimento più importanti
che sono, nella maggior parte dei casi, i propri genitori.
Si
noti bene che mi riferisco sempre alla coppia genitoriale, alla
madre e al padre, senza voler determinare tra loro gerarchie di
importanza o valore. Il ruolo materno è importante e determinante
in sé e per sé, ha un valore unico e proprio, non
paragonabile ad altri ruoli; così è per quello paterno,
anch’esso singolare ed irrinunciabile. Non sono l’uno meglio dell’altro,
sono entrambi necessari ed utili nella loro diversità di
struttura e di espressione.
Affermare
il contrario significherebbe negare una realtà di chiara
evidenza psicologica ed evolutiva. La “famiglia”, tradizionalmente
costituita da un uomo ed una donna che concepiscono ed allevano
un figlio, nonostante l’avvicendarsi dei secoli e il mutare dei
costumi, sembra resistere e permanere come la forma più naturale
ed appropriata di continuazione della specie umana. Come afferma
la psicologia prenatale, “il sistema triadico madre – padre – figlio
è un sistema completo, in grado di accogliere e garantire
il figlio”.
Millenni
di evoluzione avranno pur il loro peso (…) e il senso di affidare
ad un padre e ad una madre la custodia e la cura di una nuova vita
ha, dal punto di vista psicologico, profondi significati.
La
figura materna rappresenta per un feto l’“ambiente condiviso”, l’intimità,
la stabilità e la dimensione interiore della relazione; la
figura paterna rappresenta, invece, l’alterità, il mondo
esterno, l’ambiente non condiviso, la socialità della relazione.
Due versanti valoriali, psicologici e educativi irriducibili e,
quindi, non sostituibili l’uno con l’altro.
Ora,
se il ruolo materno è in linea di massima ri-conosciuto (anche
se spesso interpretato in maniera distorta), il ruolo paterno subisce,
invece, una sorte ben peggiore.
È
paradossale come, in una società come la nostra che predilige
e valorizza attitudini tipicamente maschili, quali la forza, la
decisione, la determinazione, la realtà esteriore… il ruolo
paterno sia dimenticato o sminuito invece che valorizzato.
Forse
questo accade perché i ruoli di genere stanno perdendo quella
caratterizzazione e quella specificità che li connotavano
in maniera definita e chiara, per cui è sempre più
frequente il riscontro di tratti caratteriali e comportamentali
marcatamente maschili in donne e, viceversa, la presenza di tratti
tipicamente femminili in uomini.
In
ognuno di noi sono presenti tratti ed elementi riconducibili all’universo
maschile e a quello femminile, di modo che la dolcezza e la decisione
coabitano nella donna così come nell’uomo, ma in misura e
con modalità differenti a seconda che si tratti dell’uno
o dell’altra.
La
valorizzazione del ruolo materno (femminile) non significa – e non
deve significare – la svalutazione di quello paterno (maschile)
che, realizzato e vissuto in piena e vera consapevolezza, fornisce
al bambino elementi di costituzione, sviluppo e crescita irrinunciabili.
E tutto questo a partire dal concepimento (ed anche prima), poi
durante la gravidanza e negli anni avvenire, lungo il percorso di
vita che caratterizza ogni essere umano.
“Cammina
l’uomo quando sa bene dove andare”, diceva S. Francesco. E aveva
ragione.
E
per spiegare la profonda verità di questa affermazione vorrei
avvalermi dell’ausilio di un’opera d’arte: il dipinto “Primi passi”
di Vincent Van Gogh.

In
questo quadro sono presenti alcuni elementi di valore psicologico
eccezionale.
L’immagine
offertaci è questa: una donna che sorregge una bimba mentre
questa muove gli incerti “primi passi” ed un uomo che le guarda,
accovacciato a terra con le braccia aperte.
Innanzi
tutto poniamo attenzione al contesto; la casa è modesta ma
soleggiata, l’orto piccolo ma curato, l’ambiente è rigoglioso,
gli arnesi di lavoro semplici ed essenziali. Le persone sembrano
di umili origini, l’abbigliamento è semplice ma dignitoso,
niente fronzoli né ornamenti superflui. La casa è
protetta da un cancello, che però non è sprangato,
ma è accostato, forse aperto (di certo si può aprire!).
Sembra
un luogo dove solo le cose importanti trovano posto, dove il tempo
per prendersi cura di ciò che è vivo ha la priorità.
E la priorità assoluta sembra attribuita alla Relazione.
Notate
con quanta dolcezza ed attenzione la donna – la mamma – sostiene
la bimba nel suo camminare, notate l’unità che queste due
figure compongono, la loro stretta vicinanza; notate l’uomo – il
papà – che sembra avere abbandonato a terra la vanga (forse
interrompendo all’improvviso il lavoro) e si è accovacciato
spalancando le braccia alla sua bimba, fornendole un punto d’arrivo,
disegnando per lei una traiettoria da compiere, dandole uno
stimolo al camminare.
Quel
ginocchio poggiato a terra gli dà la stabilità necessaria
ad aspettare con pazienza, le braccia e le mani così aperte
sono un invito ed un incoraggiamento a provare. La
mamma è punto di partenza e prima guida, il papà è
la prima mèta e sarà guida poi, per più impegnativi
percorsi. Il tutto in una cornice di palpabile amore e sollecitudine.
Quando
gli esordi dell’esistenza di un individuo sono caratterizzati dalla
presenza amorevole, attenta, partecipata e affettuosa di entrambi
i genitori, il percorso della Vita inizia con maggior chiarezza
e facilità ed anche la sua continuazione ne beneficia.
Un
bambino senza radici è privo di riferimenti, non può
orientarsi efficacemente e risulta confuso e disorientato; non a
caso lo stile di attaccamento – cioè il tipo di relazione
– che in genere i bambini trascurati sviluppano nei confronti delle
“figure di riferimento” è stato definito propriamente “disorganizzato-disorientato”
ed anche “confuso” (si tratta di due categorie diagnostiche differenti
ma entrambe riferibili a modalità distorte e patologiche
di relazione con se stessi ed il mondo esterno).
Se
un bambino non sa da dove proviene, se non sa qual è l’origine
del suo esistere, non può neppure capire chi è e meno
che mai potrà capire dove andare e quale strada intraprendere.
“Cammina
l’uomo quando sa bene dove andare”.
E
un bimbo può sapere dove andare grazie ad un papà
e ad una mamma che, fin dagli albori della sua esistenza,
prima ancora che divenisse carne, quando era ancora un Pensiero,
un Desiderio della loro Mente e della loro Volontà, lo hanno
accolto, amato, rispettato, valorizzato, protetto, nutrito.
Da
subito. Da sempre. Per sempre.
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Bibliografia:
Bellieni,
C.V., (2004), “L’alba dell’ ² io². Dolore, desideri,
sogno, memoria del feto”, Società Editrice Fiorentina,
Firenze
Chamberlain, D., (1998), “I bambini ricordano la nascita”,
Bonomi Editore, Pavia
Righetti, P.L., (2003), “Elementi di psicologia prenatale”,
Edizioni Scientifiche Ma.gi., Roma
Soldera, G., (2000), “Le emozioni della vita prenatale”,
Macro Edizioni, Cesena
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