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STUDI E RIFLESSIONI

 

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L’illusione dei Test di Intelligenza
svincolati dalla Cultura

sesta parte

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già pubblicato su http://lchc.ucsd.edu/MCA/Paper/Cole/iq.html

di Michael Cole
trad. di Raffaele Alessandro Panza

indice - Bibliografia

Alcune implicazione alla nozione di Test di intelligenza svincolati dalla cultura
La nostra caratterizzazione di cosa una persona debba fare per essere considerata abile nella cultura dei Kpelle e di ciò che implica il “campionare l’intelligenza” possono essere argomentazioni frustranti per chi assume che sia possibile costruire un test di intelligenza libero dagli aspetti culturali. Si immagini, per esempio, che per combinazione fosse stato il nostro immaginario Binet liberiano ad aver costruito il nostro primo test QI e che alcune tribù dell’Africa dell’Ovest lo abbiano poi adottato. Persino item considerati troppo semplici per un bambino Kpelle di otto anni avrebbero causato seri problemi ai nostri bambini. Imparare i nomi delle foglie, per esempio, si è dimostrato un compito difficile anche per un dottorando americano. I nostri bambini conoscono alcuni indovinelli; tuttavia, poiché si fa poco uso di questo genere di conoscenza nella nostra società, essi sarebbero svantaggiati alla presenza di item più “avanzati”.
Se i nostri bambini fossero forzati a sostenere test costruiti da un Binet dell’Africa occidentale, potremmo obiettare che gli item siano ingiustamente influenzati dalla cultura Kpelle. Ci riterremmo oltraggiati se le eventuali conseguenze future dei nostri bambini dipendessero in qualche modo dalla loro abilità di interpretare gli indovinelli Kpelle, come stratagemmi retorici. Ciò che perlomeno desidereremmo sarebbe un test cultura-svincolato, qualora i risultati nella vita pratica derivassero dalle nostre prestazione ad esso. Comunque, che tipo di test un Binet dell’Africa dell’Ovest sognerebbe, tale da essere considerato come culturalmente svincolato? Di sicuro non ingloberebbe un insieme di figure geometriche precise, poiché il popolo dei Kpelle, non conoscendo ancora la scrittura, non viene a contatto con molte rappresentazioni di tipo grafico e non possiede la tecnologia adatta per tracciare linee dritte. Tale test non sarebbe neppure costituito da una lista di sillabe o parole senza senso, in quanto non ci sarebbero attività corrispondenti nella vita dei Kpelle adulti. Si potrebbe tentare la formulazione di un test di memoria, come ricordare tutti i componenti della famiglia; ma qui i Kpelle, che insegnano ai propri figli le genealogie, avrebbero un consistente vantaggio: quale è il nome del padre della nonna paterna? Infatti, se scorressimo la lista dei presunti item cultura-indipendenti che il nostro esperimento mentale sul test QI dei Kpelle ha fatto emergere, quasi certamente non potremmo rinvenire nessuno dei sottotest di intelligenza che sono stati dichiarati svincolati dalla cultura della nostra società. La ragione è molto semplice; il nostro Binet dell’Africa dell’Ovest, avendo scientificamente campionato la sua cultura, avrebbe escogitato item che riflettano le attività valorizzate e che differenziano gli individui nella sua cultura, mentre Binet e tutti i suoi successori hanno proceduto nella stessa direzione ma con la propria cultura d’appartenenza. Esse rappresentano due attività differenti.
Il nostro immaginario studio cross-culturale circa la costruzione dei test ci rende chiaro che la misurazione delle abilità rappresenta inevitabilmente un artificio culturale. Questa conclusione deve apparire fosca e deludente per coloro che hanno lavorato a costruire test validi e sciolti da vincoli culturali. Tuttavia da una prospettiva storica e logica, è facile confermare quanto dichiarato da Franz Boas mezzo secolo fa, che “la mente, al di fuori dell’esperienza, è inconcepibile”.

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Autore: Michael Cole si è laureato in psicologia all'Università di California a Los Angeles ed ha conseguito il dottorato sempre in psicologia presso l'Università dell'Indiana. La sua carrriera accademica è proseguita nell'Università di Stanford, nell'Università di Yale, nell'Università Rockfeller e infine nella Università di California a San Diego. Il prof. Cole ha saputo unire nel suo lavoro la costruzione di una robusta teoria della cultura come insieme di processi di mediazione, che riprende l'approccio della scuola russa ed in particolare Vygotskji, con la conduzione di studi sul campo che fanno ormai parte della storia della psicologia. Tra questi ricordiamo in particolare i lavori degli anni sessanta sulla memoria tra i bambini Kpelle, una popolazione di coltivatori di riso stanziata nella Liberia centrale, che portò non solo alla comprensione del ruolo che le agenzie di socializzazione giocano nella acquisizione di particolari classi di conoscenza ma anche ad una più generale chiarificazione delle caratteristiche e dei limiti della ricerca cross-cultural. Egli è riconosciuto come uno dei maggior contribuenti allo sviluppo di una Psicologia Culturale. In Italia ha pubblicato "Psicologia Culturale", edito da Carlo Amore Edizioni."

Traduttore: Raffaele Alessandro Panza, studente della Facoltà di Psicologia di Padova, attualmente ricercatore/collaboratore all'University of California, San Diego (UCSD). Nel tempo speso qui ha avuto modo di conoscere e collaborare con il Prof. Michael Cole.


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