| In
questo scritto analizzerò, molto brevemente, alcuni punti teorici
fondamentali nelle teorie della comunicazione con l'obiettivo
di giungere ad individuare, in chiave operativa-didattica, un
possibile modello di comunicazione interpersonale da applicare
nell'ambito della formazione sportiva.
L'associazione
sportiva ed in particolare la sua sezione giovanile (tra cui riveste
un ruolo fondamentale il CAS) è una istituzione formativa
in quanto si preoccupa di offrire occasioni di sviluppo della
personalità in tutte le direzioni: cognitive, affettive,
relazionali ed etiche (ma nel contempo sappiamo bene che tale
attività contribuisce a sviluppare le basi tecniche dell'atleta
futuro) per cui soprattutto motoria. Queste occasioni di sviluppo
sono perseguite dal mondo dello sport e dalla associazione sportiva
attraverso i processi di insegnamento/apprendimento, vale a dire
la comunicazione interpersonale sia essa verbale o non verbale.
Vedremo
poi che queste differenze sono puramente metodologiche e molto
meno pragmatiche. Ci sono ormai centinaia di studi che documentano
la stretta interdipendenza tra comunicazione adeguata ed efficace
da un lato e sviluppo della personalità dall'altro: per
questo, senza un'adeguata comunicazione interpersonale non è
possibile in realtà conseguire un efficace processo di
apprendimento ed insegnamento, ma soprattutto si rischia di passare
delle comunicazioni inefficaci o addirittura contraddittorie.
Ma
cos'è la comunicazione interpersonale di cui molti
chiedono e che vorrebbero in qualche modo sintetizzare? La si
definisce, solitamente, come una serie di messaggi scambiati tra
persone utilizzando vari codici e all'interno di un contesto che
pone dei limiti e predispone dei contatti.
Analizzeremo
ora alcuni assunti teorici fondamentali.
Secondo
Watzlawick ed altri (1967) la
comunicazione umana può essere suddivisa in tre settori:
quello della sintassi, che, come sapete, analizza le regole, le
leggi di una lingua, sia essa verbale, non verbale, cinestesica;
poi abbiamo l'ambito della semantica che concerne i significati
veicolati dalla sintassi e, l'ambito che più ci interessa,
quello della pragmatica.
La
pragmatica, in realtà , interagisce strettamente
con due aspetti precedenti , ma non si occupa soltanto di segni
arbitrari e convenzionali della configurazione delle parole, si
occupa anche dei cosiddetti linguaggi non verbali ad essi
concomitanti. In tal modo, si definisce comunicazione qualsiasi
comportamento che si ha in presenza di un'altra persona. Questo
significa per gli istruttori diventare consapevoli del fatto che
il proprio comportamento è sempre comunque un comportamento
comunicativo, sia esso consapevole o inconsapevole. Può
utilizzare linguaggi verbali o non verbali ma anche lo stesso
silenzio è interpretabile sulla base di questi effetti
pragmatici.
Ciò
conduce la pragmatica ad esplicitare la legge della cosiddetta
inevitabilità della comunicazione nel senso che
non è possibile non comunicare quando siamo in presenza
di un altro e a maggior ragione nei processi di insegnamento/apprendimento.
Qualsiasi tipo di comunicazione ha due aspetti: in primo luogo
l'aspetto di contenuto che riguarda appunto l'informazione
e ha il compito di messaggio, di trasmettere informazioni, di
trasmettere i saperi che possono concernere una qualsiasi disciplina;
in genere utilizza quasi prevalentemente i moduli numerici,
cioè segni applicati e convenzionali del linguaggio, ma
ci sono anche quelli analogici che noi istruttori ed allenatori
utilizziamo ancor di più. In secondo luogo, esiste sempre
un aspetto di relazione: qualsiasi informazione al contempo
reca altre informazioni sulla natura di questa stessa informazione.
Un
esempio pratico. Un allenatore che chiede chiarimenti agli atleti
per una lezione appena espletata e nel far questo manifesta una
evidente fretta o voglia di "fare subito" perché deve correre
in un'altra palestra o piscina rende indubbiamente questa comunicazione
in qualche modo incompatibile: da un lato ci ha fornito alcuni
aspetti di contenuto, dall'altro produce aspetti di relazione
che indicano come questa informazione deve essere recepita; nel
caso particolare, gli atleti recepiscono che l'allenatore non
ha tempo di fermarsi ancora.
Questi
aspetti di relazione nella comunicazione implicano ciò
che si chiama "il contesto della metacomunicazione", ossia dell'informazione
sulla comunicazione. I tipi di risposta che possiamo attivare
con questa forma di comunicazione sono tre:
- Il
primo è quello della conferma che, con un brutto
termine, viene anche chiamata in analisi transazionale "okeytà",
cioè a dire "va bene noi ci intendiamo, la nostra comunicazione
procede bene e ti do' in qualche modo conferma della nostra
relazione positiva in atto".
- Possiamo
anche utilizzare un secondo tipo di risposte fondate sul rifiuto,
evidenziando uno sbaglio o un errore nella comunicazione trasmessa.
- Infine
abbiamo l'ambito della disconferma, che sostanzialmente
ignora la comunicazione che ci proviene da qualcuno.
Mentre
l'ambito di rifiuto può essere ambivalente, nel senso che
può avere uno aspetto di efficacia o inefficacia, (è
efficace quando veicola un sano principio di realtà perché
ammette ed evidenzia gli intimi interessi suscettibili di essere
corretti, è inefficace quando i rifiuti sono non dico immotivati
, ma eccessivamente giudicanti); l'ambito di disconferma risulta
essere il segnale peggiore nel processo di insegnamento/apprendimento
perché significa relegare il nostro ascoltatore in una
situazione di non esistenza, metterlo in un cantuccio ed ignorarlo.
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Un
altro possibile ambito teorico che dobbiamo considerare è
quello dellapsicodinamica delle
comunicazioni. La psicodinamica delle comunicazioni fonda
la sua analisi sul conflitto tra pulsioni e realtà,
conflitto che caratterizza ogni interazione comunicativa. Quando
comunichiamo noi siamo sempre, secondo questa teoria animati da
un conflitto tra i nostri bisogni, le nostre pulsioni, i nostri
desideri e la realtà che ci impone in qualche delle possibili
correzioni (avremo voglia di non preparare la gara principale
ma sappiamo bene che bisogna farlo se vogliamo fare sport agonistico
ciò in alcuni ragazzi è più vero di quanto
pensiamo e determina in alcuni casi ansia da gara giovanile, di
stato).
L'assunto
della psicodinamica della comunicazione si fonda su alcuni principi
che esamineremo a grandi linee. Uno è il principio del
determinismo psichico o della casualità. Si sostiene
che in ogni comunicazione c'è sempre una causa che ha
prodotto un determinato effetto, per cui nulla o molto poco
viene lasciato al caso.
In
questo senso ad esempio, le comunicazioni aggressive di un atleta,
verosimilmente, dovrebbero essere interpretate come una scarsa
interiorizzazione di istanze normative. Gli atleti ed i ragazzi
così detti "caratteriali", che spesso hanno alle spalle
una famiglia che non ha potuto espletare fino in fondo le sue
funzioni, ispirano i propri modelli di comunicazione, di interazione,
a questa scarsa capacità di interiorizzare le norme. Dunque
si farà in genere molta fatica, come denunciano spesso
gli istruttori, a far rispettare le norme di gruppo, a concordare
azioni educative compatibili con il contesto nel quale solitamente
si opera. Le fantasie spesso aggressive del ragazzo caratteriale
vengono a manifestarsi attraverso una serie di comportamenti e
di relazioni che esemplificano questo conflitto, non ancora del
tutto risolto, delle pulsioni e dei desideri non sufficientemente
contenuti da quadri e figure normative. In questo senso si parla
di dinamismo psichico.
Mentre
la risposta che la pragmatica offre alla comunicazione interpersonale
è "a quale scopo" (la pragmatica si occupa solo di dati
di ingresso e di uscita, si occupa soltanto di manifestazioni
osservabili del comportamento), la psicodinamica della comunicazione
vuole invece rispondere al "perché" del comportamento,
dunque si spinge ad indagare le cause del comportamento (Veggeti
Finzi , 1986). Da questo punto di vista non c'è più
grossa differenza tra comunicazione verbale e non verbale. La
comunicazione non verbale, che filogeneticamente è molto
più arcaica ( è quella che noi abbiamo appreso da
generazioni passate e che noi abbiamo in comune con molte specie
di mammiferi) è anche quella che ha una maggiore validità
ed è anche quella più difficile da simulare. La
comunicazione non verbale coinvolge i movimenti del corpo, le
posture, i movimenti del viso, le inflessioni della voce, il tono
e il ritmo delle parole. La comunicazione verbale, al contrario,
è quella che può essere meglio simulata o dissimulata.
In questo senso lo sport educa il soggetto a non imbrogliare.
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Un
terzo ed ultimo orientamento che
è giusto considerare proprio perché è bene
non privilegiare nessuna dimensione teorica in senso fideistico,
è quello che considera la comunicazione come immedesimazione.
L'immedesimazione è una strategia di conoscenza e di comprensione
dell'altro che può avvenire attraverso una reciproca identificazione
che implica due possibili strategie: l'empatia e l'enteropatia.
L'empatia
utilizzata con meccanismo psicologico di proiezione; io mi proietto
nell'altro attraverso un movimento che va da me all'altro, faccio
sospensione del mio giudizio, faccio una sorta di "epoche", cerco
di capire il mondo dal punto di vista dell'altro ed attraverso
una sorta di ragionamento quasi analogico che implica un movimento
di trasferimento del "me" dell' "io altrui", posso in questo modo
cogliere meglio i contenuti esperienziali di chi mi sta di fronte.
Ciò nel mondo dello sport è ancor più vero
in quanto spesso allenatore ed atleta si identificano l'uno nell'altro
e l'uno non esiste senza l'altro. Diventa perciò importante
vivere insieme le emozioni e riconoscere ciò che l'altro
vive; si pensi alla carica emotiva dell'allenatore in panchina
che segue la partita coi suoi giocatori in campo: il comportamento
non verbale in questo senso è esplicito.
L'altra
strategia è l'enteropatia: io mi avvalgo della possibilità
di portare in qualche modo, attraverso il meccanismo di introiezione
di vissuto dell'altro dentro di me. Dico che mi sarò calato
nel vissuto altrui, dovrò recuperare il mio vissuto per
comparare anche il mio punto di vista in quello dell'altro. Una
volta compresa una modalità esistenziale fatta di aggressività
e di alterazione del carattere devo anche sforzarmi di apportare
qualche possibile strategia di modificazione a questo comportamento.
Questo
significa attivare un doppio movimento che va da me all'altro
e dall'altro a me; dunque vengono coinvolti un movimento di avvicinamento
(caso dell'empatia) e un movimento di allontanamento caso dell'enteropatia).
Io
credo che in un modello di comunicazione sia necessario tenere
conto di questi importanti contributi teorici , anche correndo
il rischio di operare una sorta di eclettismo psicopedagogico;
processi come quello della immedesimazione vanno anche a colmare
effetti causali ed aleatori della stessa comunicazione interpersonale
nel processo di apprendimento/insegnamento più generale.
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Un
possibile modello unificante può essere quello della
finestra di Johari". E' la sintesi del nome
di due ricercatori dell'università della California che
hanno cercato di unificare questi possibili apporti teorici; Johari
significa John Luft e Henry Ingham dell'università della
California (Luft,1969). Essi considerano la finestra di Johari
una sorta di modello grafico che riassume in quattro quadranti
l'intera gamma della personalità:
- Il
primo quadrante, il Q1, è il così detto quadrante
aperto, rappresenta i comportamenti, i sentimenti e le
motivazioni che sono noti a sé ed anche agli altri,
è quello che caratterizza in qualche modo l'apertura
del mondo.
- Il
secondo quadrante rappresenta i comportamenti, i sentimenti
e le motivazioni che sono ignoti a sé, ma noti agli
altri e in questo significa in qualche modo correre rischi
di esposizione durante i modelli di comunicazione.
- Il
terzo quadrante è quello cosiddetto nascosto;
è l'ambito del privato i comportamenti, i sentimenti
e le motivazioni sono noti a sé, ma non gli altri;
sono quelli che, in una comunicazione interpersonale efficace,
sono suscettibili di essere via via scoperti.
- Il
quarto ed ultimo quadrante è quello ignoto;
è ciò che è ignoto a sé, ma anche
agli altri; è assimilabile ai contenuti dell'inconscio
e risulta essere un quadrante molto importante dal punto di
vista delle capacità creativa delle idee. L'inconscio
non è costituito da contenuti mentali inerti, poiché
le pulsioni, le fantasie, i desideri inconsci sono dinamicamente
attivi. Vedremo che questo quadrante è il principale
responsabile di alcuni "insight" e cioè illuminazioni
o comprensioni subitanee sia in ordine cognitivo che affettivo-relazionale.
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Ora
guardiamo questo modello in azione in un processo di insegnamento-apprendimento.
Qui
abbiamo un possibile modello in azione fondato sulla nozione di
feed-back che è di origine cibernetica,
applicata al campo della comunicazione umana, può essere
definito come la percezione delle reazioni prodotte in altri
da un nostro comportamento. Queste possono essere di natura
sia cognitiva che affettiva.
Un
atleta che conosce un contenuto afferente ad una certa disciplina,
ad esempio del Pentathlon moderno, ha reagito ad un nostro comportamento
di natura cognitiva in termini di maggiore apertura di questo
quadrante. Pensiamo ad esempio a quegli allievi che di fronte
alla presentazione delle tecniche del Tiro reagiscono aprendo
gli occhi o acuendo l'attenzione perché già erano
stai al poligono col padre e sono ansiosi di dimostrare la loro
preparazione. Cerchiamo
di spiegare la diversità di questi quadranti. Ovviamente
una persona che ricopre il ruolo di istruttore ha un quadrante
uno molto più aperto: ciò che è noto a se,
in termini di comportamento, motivazioni e sentimenti, e ciò
che è noto agli altri, risulta essere un quadrante ovviamente
molto più esteso rispetto al "noto" dell'allievo, i cui
processi di apprendimento sono in fase di formazione. Per l'allievo
il quadrante uno è ancora ridotto, mentre è estesa
l'area cieca perché di cose da imparare su se stesso e
sui propri sviluppi tecnici ne ha; la sua stessa area ignota deve
essere ancora in qualche modo resa più conosciuta e conoscibile.
Tutto
questo significa che l'insegnante in qualche modo deve poter adattare
il proprio quadrante a quello dell'allievo; non è possibile
il procedimento inverso. Questo è un fenomeno noto con
il nome di "capacità empatiche"; l'empatia viene attivata
solitamente da una persona che ha un primo quadrante molto più
aperto e, via via, deve interagire con il quadrante aperto dell'alunno
portandolo, presumibilmente alla fine del suo percorso formativo,
ad aumentare l'estensione. Attraverso questi iter, molti di noi
che sono stati allievi ora siedono qui come istruttori.
Mi
soffermerei sull'analisi di alcuni possibili feedback proprio
per cercare di riflettere ulteriormente sulla relazione che noi
abbiamo con i nostri allievi, alla quale può essere ricondotto
l'inizio e la fine di un intero percorso formativo. I feedback
possibili sono cinque:
- Il
primo tipo è quello che potremo chiamare feedback della
informazione:
a) Il feedback della informazione agisce solo sui rispettivi
primi quadranti.
b) Questi quadranti sono simmetricamente uguali soltanto per
ragioni grafiche e per cercare di evitare possibili complicazioni
.Il feedback di informazione riguarda feedback e reazioni
che concernono il contenuto della comunicazione.
c) Spesso si avvale della ripetizione. "La bracciata a stile
libero si fa così immergendo la mano? (fa vedere il
gesto), quando spari lascia partire il colpo da solo?". Questi
sono tutti feedback di informazione ed agiscono sui quadranti
aperti, si avvalgono cioè di informazioni che riguardano
comportamenti, motivazioni e sentimenti noti a se e agli altri.
- Un
secondo tipo di feedback della massima importanza per migliorare
la nostra comunicazione verbale e non verbale (e quindi per
entrare nel clima del rapporto con l'altro) è quello
della reazione personale:
a) Esso ha come obiettivo rendere partecipe il nostro interlocutore
degli effetti che ha su di lui il nostro comunicare. Ad esempio,
se l'atleta riesce nella performance di un'attività
o ci dimostra un miglioramento, noi gli diciamo: "Giovanni,
sai, sono molto felice, provo veramente gioia per questo tuo
essere riuscito a... migliorare la nuotata, controllare la
respirazione quando è partito quel colpo, controllare
il recupero della gamba nella corsa...". In qualche modo il
ricevente (D sta per chi dà il feedback, R, per chi
lo riceve) viene messo a conoscenza di un'area che era per
lui nascosta, ma che era nota all'emittente e questo è
della massima importanza per migliorare la interazione psicopedagogica.
- Un
altro tipo di feedback, che può avere una valenza sia
negativa che positiva, è quello della reazione giudicante:
a) Noi spesso esprimiamo un giudizio, una opinione, una valutazione
esplicita sul comportamento altrui. Anche questo ha un rischio
ambivalente perché si tratta di non provocare nel giovane
atleta eventuali irrigidimenti comportamentali.
b) Bisogna saper dosare, entrare in clima di interazione dinamica,
tastare un po' il polso e vedere se il nostro giudizio offende,
fa emergere la parte nascosta dell'altro e la considera in
modo poco opportuno o se invece è un giudizio che va
inteso come una correzione comprensiva ad un comportamento.
c) Nell'esprimere giudizi bisogna sempre valutare questi aspetti.
Quante volte sui campi di gara ho sentito dire: "Hai corso
come un animale; non sei riuscito a gestire la gara"; ancor
più nel nostro sport dove non ci si confronta solo
con l'avversario ma anche con il punteggio della disciplina.
- Infine
abbiamo il feedback forzato, ossia la rivelazione,
per cui noi con il nostro feedback richiamiamo comportamenti,
motivazioni e sentimenti nell'area cieca di chi ci sta di
fronte; ciò che è consapevole a noi ma non all'altro
(il prototipo letterario psicologico della vicenda di Edipo;
Edipo non era consapevole della sua prossima fine):
a) Anche in questo caso bisogna sempre procedere con un uso
molto ponderato di tutto quanto accade, giacché le
"rivelazioni" possono anche indurre nell'altro, se sono troppo
profonde, possibili effetti di inadeguatezza.
b) Possono anche creare comprensioni troppo accelerate per
poter essere adeguatamente metabolizzate (ciò può
portare ad un precoce abbandono dello sport perché
ci si sente inadeguati).
- Una
variante nel feedback forzato, è quella della spiegazione:
a) In questo disegno, in cui sono attivati tutti e quattro
i quadranti si vede questo tipo di feedback che è il
più pericoloso soprattutto quando la spiegazione viene
elargita in modo selvaggio. Bisogna stare molto attenti nel
cercare di attivare le aree cieche, ignote e nascoste di chi
ci sta di fronte perché questo può veramente
implicare una sorte di processo destrutturante di una persona;
è sempre comunque preferibile la descrizione alla spiegazione,
specie in ambito psicopedagogico.
b) Quante volte sentiamo l'allenatore dire: hai sbagliato
la gara perché non hai dormito stanotte oppure questa
prestazione è scadente perché...
c) Sarebbe utile invece far riflettere descrivere ciò
che è successo e permettere all'atleta di giungere
alle conclusioni, alle spiegazioni con le proprie gambe.
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Dopo
queste osservazioni la competenza comunicativa, in un contesto
di insegnamento-apprendimento sportivo, va intesa come percezione
del sé in relazione agli altri e alla situazione (in
tal senso un esempio sul piano sportivo è quello dell'atleta
che di fronte alla stessa gara in luoghi diversi si comporta in
maniera diversa anche in relazione alla presenza o meno del proprio
allenatore). Relativamente a noi istruttori, allenatori, docenti
una mancanza della percezione del sé in relazione agli
altri e alla situazione ci rende insicuri indecisi poco aderenti
al principio di realtà ma soprattutto incapaci di trasmettere
al nostro allievi quelle conoscenze sicure di cui ha bisogno.
Per
concludere, il bravo istruttore sa coniugare l'aspetto relazionale
e quello tecnico in una miscela che si basa sulle conoscenze dei
contenuti, dei linguaggi, dei saperi, delle metodologie e degli
strumenti delle varie discipline, avvalendosi di buone capacità
di lettura e di decodifica del Feedback. |