| Vedrete
che gettando uno sguardo studioso nelle nostre viscere, non si impara
di certo a disprezzarci, si impara a conoscerci meglio e a fabbricar
poi molta forza, con cui si può far ogni maniera di cose
buone, grandi e utilissime.
P. Montegazza, Igiene del
cuore e dei nervi, società editrice partenopea, Napoli,
1910
L’approccio
narrativo in ambito comunicativo
L’ideale
di comunicazione e informazione non è altro che una declinazione
di rapporti tra società e istituzioni [1].
Un’azione che narrativamente, nella letteratura classica, si traduce
in un gesto di amore, di apertura e di cura dell’altro. A quell’amore
che può tutto, che rende uguali e “ingentilisce”. Simbolo
di quell’utopica e remota età dell’oro, governata dalla giustizia,
dove la felicità e il benessere non si legavano alla ricchezza
o al potere, dove la violenza era bandita, e dove eterna vi sostava
la primavera [2].
Ma è un’illusione. Il nodo non risolto delle contraddizioni
sociali è sempre presente. La frattura tra istituzioni e
società sta proprio nel perenne rapporto di disuguaglianza,
nel loro essere sede sempre e comunque del potere che si autolegittima
attraverso gli strumenti “forti” della burocrazia, delle regole,
del linguaggio criptico e nello sguardo all’altro continuamente
negato. L’antitesi di quello che è definito l’approccio Patient-Centred.
E’ da questa frattura sociale che deriva la violenza dell’istituzione,
che si coagula nella difesa al fortino amministrativo, simbolo di
una vera gerarchia di casta, attraverso cui esprimere la propria
resistenza al cambiamento. Dall’altra parte, la società risponde
con una progressiva intolleranza al disservizio e all’abuso, facendo
sentire sempre più forte il proprio disagio. Sino a quando
questa realtà, che caratterizza i rapporti sociali e interpersonali
continuerà, il cittadino-utente non avrà spazi di
salute verso cui volgere il suo bisogno di ascolto. Un punto di
osservazione per cercare di comprendere e dare senso a questa moltitudine
di voci interiori e non, può essere l’approccio narrativo.
L’autobiografia non è solo raccontarsi, esprimere un desiderio
a sfondo narcisistico, o un tentativo di spiegazione delle scelte
compiute nel corso dell’esistenza. Scrivere la propria storia è
un modo, uno dei modi possibili, per apprendere su di sé,
qualcosa.
L’approccio autobiografico acquista per l’adulto il senso di una
riscoperta o reinvenzione del progetto di crescita personale. Si
definisce autobiografico ogni metodo volto a cogliere la soggettività,
l’unicità, la vitalità dell’adulto e delle traiettorie
di apprendimento, di trasformazione, espressione di sé, di
attribuzione di senso alle proprie pratiche. Metodo che può
esprimersi attraverso la narrazione, spontanea o suscitata, continua
o occasionale, fatta per sé o per gli altri, di micro-eventi
significativi e ben focalizzati oppure del corso intero della propria
vita, composta non solo di fatti ed episodi, ma di riflessioni,
valutazioni, giudizi e certamente emozioni e sentimenti [3].
Ma è anche un modo per formare altri adulti alla “loro” comprensione.
L’uso della scrittura personale come forma di cura e di contemplazione
del proprio vivere. Uno specchio che rimanda modalità del
nostro vissuto. E’ un ritrovamento interiore che si avvale di processi
cognitivi di carattere retrospettivo e introspettivo che rafforzano
il farsi della coscienza [4],
delineato chiaramente da Duccio Demetrio quando definisce il pensiero
autobiografico:
C’è
un momento, nel corso della vita, in cui si sente il bisogno di
raccontarsi in modo diverso dal solito […] tale bisogno è
ciò che prende il nome di Pensiero Autobiografico.[…] è
una compagnia segreta, meditativa, comunicata agli altri attraverso
sparsi ricordi […] che ridà senso alla vita stessa. Consente
a colui o a colei che quasi si sente invadere da questo pensiero,
di sentire che ha vissuto e sta ancora vivendo. […] non è
uno stato d’animo episodico, entra a far parte della nostra esperienza
umana e intellettuale soltanto quando gli facciamo spazio quotidianamente
quando si fa esercizio filosofico applicato a se stessi (chi sono,
chi sono stato?) quando diventa un luogo interiore di benessere
e cura. [5]
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Note:
[1]
N. Delai, “Senza interpretazione non
c’è buona comunicazione”, in rivista Italiana di Comunicazione
Pubblica, n. 23 Ed. F. Angeli – Trimestrale 2005.
[2]
T. Tasso, L’Aminta, Atto I Scena I, vv.
110.115 a cura di C. Varese, Ed. Mursia, 2004
[3]
L.
Formenti, La formazione autobiografica, confronti tra modelli
e riflessioni tra teoria e pratica, Guerini, Milano, 1998
[4]
D.
Demetrio, L’educazione interiore, La Nuova Italia, 2000,
Milano.
[5]
D.
Demetrio, Raccontarsi l’autobiografia come cura di sé,
Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996
Autore:
Flora Tumminello, laureata
in Infermieristica conseguita l’Università di Pavia e in
lettere moderne con indirizzo pedagogico presso l’Università
statale di Milano, con tesi in Educazione degli adulti: “La comunicazione
sanitaria, strumento di educazione nell’adulto”. Master in comunicazione
istituzionale e marketing per le aziende sanitarie presso CRT. Corso
di specializzazione per Operatori delle Strutture di Comunicazione,
Milano IREF, con Tesi di fine corso: “Il Marketing nelle Aziende
Sanitarie”. Comunicatore presso Azienda sanitaria pubblica. Esperienza
di formatore in ambito socio-sanitario privato e pubblico. Giornalista
pubblicista presso l’ordine di Milano.
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