HOME

STUDI E RIFLESSIONI

 

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

QUELLA STRANA SENSAZIONE

~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Joshua Foer

   

Studiare il fenomeno del déjà vu potrebbe aiutarci a capire in che modo la mente elabora i ricordi e cataloga volti e situazioni come familiari.

Non molto tempo fa, mentre guardava la tv con alcuni amici, Akira O’Connor ha provato una strana sensazione. «Per una frazione di secondo la figura geometrica formata dal gruppo di persone sullo schermo mi è sembrata familiare”, ha detto. «Quella sensazione si è subito spostata da ciò che stavo guardando a quello che stavo vivendo: il gruppo di amici, la posizione in cui ero seduto, l’esatta distanza tra me e tutto quello che mi circondava. Mi sembrava la copia di un momento che avevo già vissuto”. In quell’occasione Akira ha sperimentato la sensazione di déjà vu, che un tempo gli psicologi consideravano troppo imprevedibile e vaga per essere studiata in modo sistematico.
O’Connor, laureato in psicologia all’università di Leeds, Gran Bretagna, lavora con un gruppo di ricercatori che stanno studiando il déjà vu, i modi in cui la mente elabora i ricordi e reagisce a ciò che considera familiare. Negli ultimi due anni lo psicologo Alan Brown, autore del libro The déjà vu experience e docente alla Southern Methodist University, ha lavorato con la psicologa Elizabeth Marsh della Duke university a uno studio sull’argomento. Ognuno dei due professori ha mostrato ai propri studenti le foto dell’altro campus, chiedendo ai ragazzi difare attenzione a delle crocette segnate sullo sfondo. Tre settimane dopo agli studenti è stato mostrato tm altro gruppo di foto, che comprendeva alcune di quelle che avevano già visto. Brown e Mairsh hanno scoperto che l’89 per cento degli studenti era convinto di aver visitato l’altro campus anche se non c’era mai stato. Circa la metà aveva avuto una sensazione simile al déjàvu.

Doppia percezione
Il lavoro di Brown e Marsh suggerisce che il déjà vii è più di un’allucina.zione - un tilt dei neuroni — come molti psicologi hanno a lungo sosténuto. A rafforzare la loro intuizione c’è la teoria della «doppia percezione”, formulata già alla fine dell’ottocento. Secondo questa teoria, a volte le persone vedono le cose due volte in rapida successione: la prima superficialmente o perifericamente, la seconda con piena coscienza. Può succedere per esempio di dare un’occhiata a un palazzo mentre si parla al cellulare ma di non registrarlo, e poi guardarlo di nuovo quando si è smesso di parlare al telefono. È possibile che non ci si ricordi della prima occhiata, ma il cervello l’ha registrata in modo subliminale, perciò la seconda occhiata può sembrare stranamente familiare.
Alcuni pazienti affetti da epilessia soffrono spesso di episodi di déjàvu, che si verificano di solito poco prima di un attacco. Li descrivono come profondamente sconcertanti: “Un’onda mi travolgeva, e io avevo la sensazione di sapere cosa sarebbe successo intorno a me”, ha detto uno dei pazienti, aggiungendo: “È come sapere che il mio braccio si muoverà prima ancora che lo faccia”. Studiando questi casi, i neurologi hanno messo in relazione il fenomeno con il lobo temporale e hanno innescato i déjà vu stimolando quella zona con degli elettrodi. Resta ancora da capire se il déjà vu spontaneo abbia la stessa origine, ma le somiglianze sono evidenti.
Se ripetuti episodi di déjàvu sembrano inquietanti, immaginatene uno che duri un giorno intero. ChristopherMoulin, tutor di O’Connor all’università di Leeds, ha studiato quattro pazienti con il lobo temporale danneggiato che soffrono di déjà vu cronico. Salutano gli estranei come se fossero vecchie conoscenze, non guardano la TV e non leggono il giornale perché sono convinti di aver già visto e vissuto tutto. Quando gli chiedono come possono conoscere eventi che non sono ancora accaduti, inventano elaborate bugie. Un paziente è arrivato a sostenere di sgattaiolare fuori di casa la notte per leggere i giornali in anticipo.
Questi casi indicano che il déjà vu potrebbe essere il risultato di un danno, anche minimo, al lobo temporale che governa il senso di familiarità. Ma se così fosse, come fanno Brown e O’Connor a indurre il fenomeno in laboratorio? Neanche loro lo sanno. “È un vero e proprio enigma. Non sappiamo cosa lo scateni, chi ce l’abbia e chi no, e perché. Non capiamo neanche perché scompare con l’età”, dice Brown. “Ma più scopriremo sul funzionamento del déjà vii, meglio capiremo i normali processi della memoria”.

 

Autore: Joshua Foer, Discover, Stati Uniti
Tradotto e pubblicato su “Internazionale” n. 611 – Anno 12 - ottobre 2005

 

torna su


Educare.it - Rivista on line - Registrazione n. 1418 Tribunale di Verona del 21.11.2000