Studiare
il fenomeno del déjà vu potrebbe aiutarci a capire
in che modo la mente elabora i ricordi e cataloga volti e situazioni
come familiari.
Non molto tempo
fa, mentre guardava la tv con alcuni amici, Akira O’Connor ha
provato una strana sensazione. «Per una frazione di secondo
la figura geometrica formata dal gruppo di persone sullo schermo
mi è sembrata familiare”, ha detto. «Quella sensazione
si è subito spostata da ciò che stavo guardando
a quello che stavo vivendo: il gruppo di amici, la posizione in
cui ero seduto, l’esatta distanza tra me e tutto quello che mi
circondava. Mi sembrava la copia di un momento che avevo già
vissuto”. In quell’occasione Akira ha sperimentato la sensazione
di déjà vu, che un tempo gli psicologi consideravano
troppo imprevedibile e vaga per essere studiata in modo sistematico.
O’Connor, laureato in psicologia all’università di Leeds,
Gran Bretagna, lavora con un gruppo di ricercatori che stanno
studiando il déjà vu, i modi in cui la mente elabora
i ricordi e reagisce a ciò che considera familiare. Negli
ultimi due anni lo psicologo Alan Brown, autore del libro The
déjà vu experience e docente alla Southern Methodist
University, ha lavorato con la psicologa Elizabeth Marsh della
Duke university a uno studio sull’argomento. Ognuno dei due professori
ha mostrato ai propri studenti le foto dell’altro campus, chiedendo
ai ragazzi difare attenzione a delle crocette segnate sullo sfondo.
Tre settimane dopo agli studenti è stato mostrato tm altro
gruppo di foto, che comprendeva alcune di quelle che avevano già
visto. Brown e Mairsh hanno scoperto che l’89 per cento degli
studenti era convinto di aver visitato l’altro campus anche se
non c’era mai stato. Circa la metà aveva avuto una sensazione
simile al déjàvu.
Doppia
percezione
Il lavoro di Brown e Marsh suggerisce che il déjà
vii è più di un’allucina.zione - un tilt dei neuroni
— come molti psicologi hanno a lungo sosténuto. A rafforzare
la loro intuizione c’è la teoria della «doppia percezione”,
formulata già alla fine dell’ottocento. Secondo questa
teoria, a volte le persone vedono le cose due volte in rapida
successione: la prima superficialmente o perifericamente, la seconda
con piena coscienza. Può succedere per esempio di dare
un’occhiata a un palazzo mentre si parla al cellulare ma di non
registrarlo, e poi guardarlo di nuovo quando si è smesso
di parlare al telefono. È possibile che non ci si ricordi
della prima occhiata, ma il cervello l’ha registrata in modo subliminale,
perciò la seconda occhiata può sembrare stranamente
familiare.
Alcuni pazienti affetti da epilessia soffrono spesso di episodi
di déjàvu, che si verificano di solito poco prima
di un attacco. Li descrivono come profondamente sconcertanti:
“Un’onda mi travolgeva, e io avevo la sensazione di sapere cosa
sarebbe successo intorno a me”, ha detto uno dei pazienti, aggiungendo:
“È come sapere che il mio braccio si muoverà prima
ancora che lo faccia”. Studiando questi casi, i neurologi hanno
messo in relazione il fenomeno con il lobo temporale e hanno innescato
i déjà vu stimolando quella zona con degli elettrodi.
Resta ancora da capire se il déjà vu spontaneo abbia
la stessa origine, ma le somiglianze sono evidenti.
Se ripetuti episodi di déjàvu sembrano inquietanti,
immaginatene uno che duri un giorno intero. ChristopherMoulin,
tutor di O’Connor all’università di Leeds, ha studiato
quattro pazienti con il lobo temporale danneggiato che soffrono
di déjà vu cronico. Salutano gli estranei come se
fossero vecchie conoscenze, non guardano la TV e non leggono il
giornale perché sono convinti di aver già visto
e vissuto tutto. Quando gli chiedono come possono conoscere eventi
che non sono ancora accaduti, inventano elaborate bugie. Un paziente
è arrivato a sostenere di sgattaiolare fuori di casa la
notte per leggere i giornali in anticipo.
Questi casi indicano che il déjà vu potrebbe essere
il risultato di un danno, anche minimo, al lobo temporale che
governa il senso di familiarità. Ma se così fosse,
come fanno Brown e O’Connor a indurre il fenomeno in laboratorio?
Neanche loro lo sanno. “È un vero e proprio enigma. Non
sappiamo cosa lo scateni, chi ce l’abbia e chi no, e perché.
Non capiamo neanche perché scompare con l’età”,
dice Brown. “Ma più scopriremo sul funzionamento del déjà
vii, meglio capiremo i normali processi della memoria”.
Autore:
Joshua Foer, Discover,
Stati Uniti
Tradotto e pubblicato su “Internazionale” n. 611 – Anno 12 - ottobre
2005
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