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STUDI E RIFLESSIONI

 

 

 

DOLCE FERMEZZA ED EDUCAZIONE
prima parte

Importanza della dolce fermezza come elemento fondamentale
per l’educazione e l’educazione speciale fin dalla prima infanzia

di Matteo Faberi

 

bibliografia - seconda parte - terza parte

 

Oggigiorno i giovani non vengono più allevati, ma si limitano a crescere [1]. Abbiamo disimparato l’arte di educare, le norme comuni sono andate perdute e si è diffusa la convinzione che i bambini cresceranno comunque, in un modo o nell’altro. Stiamo navigando senza bussola in mare aperto [2]. Bernhard Bueb esordisce con queste provocazioni nel proprio testo “Elogio della disciplina”, recentemente pubblicato.
Si tratta di affermazioni che non possono lasciare indifferenti tutti coloro che a vario titolo si occupano di educazione: se si pensa al modo con cui stanno crescendo le giovani generazioni, dalla fanciullezza all’adolescenza, la mancanza di regole nei comportamenti, di cortesia e buona educazione nelle relazioni interpersonali, la ricerca smodata della gratificazione personale ecc., è evidente una degenerazione dell’arte educativa.
Per indagarne le cause, Bueb traccia un efficace panorama della storia dell’educazione nell’ultimo secolo. In passato l’educazione era impregnata di autorità, autoritarismo e coercizione, i cui livelli estremi sono stati raggiunti nel periodo dei regimi dittatoriali. Le generazioni successive alla seconda guerra mondiale hanno interpretato lo squilibrio di potere tra genitori e figli come una maggiore quantità d'esperienza; di conseguenza i metodi educativi dovevano evitare tutto ciò che faceva sembrare che l'educazione consistesse in una affermazione di potere. Vennero messi al bando tutti quei concetti che potevano richiamare alla mente una discrepanza di potere, ossia autorità, obbedienza, sottomissione e disciplina [3].
In questo contesto l’influenza di alcune correnti psicologiche portò a quella che l’autore chiama “nefasta psicologizzazione della pedagogia” [4]. La psicologia ha messo a disposizione dei pedagogisti degli strumenti che li mettono nella condizione di comprendere il comportamento di bambini e adolescenti, di interpretare meglio le cause dei comportamenti sbagliati e di reagire con provvedimenti diversi, anziché limitarsi alle sole punizioni. La psicologia ha avuto un effetto positivo finché è stata utilizzata da genitori, insegnanti e educatori solo come un ausilio per interpretare il comportamento infantile. Si è trasformata invece in un problema dalle discutibili conseguenze laddove si è fatta istanza standardizzante, perché i pedagogisti nelle loro decisioni si lasciavano guidare dalle interpretazioni psicologiche e non dalle loro esperienze, dal loro intuito o dalle loro valutazioni come educatori [5]. Il risultato è che oggigiorno dobbiamo costatare che genitori, docenti e educatori nella loro attività pedagogica quotidiana non si presentano più come autorità consapevoli del proprio valore, né pretendono un'ovvia obbedienza, così la disciplina ha perso importanza. Chi invece si comporta ancora secondo questo criterio è sospettato di esercitare un'educazione autoritaria [6].
Vi sono studiosi - spiega Blueb - che negli ultimi anni, con coraggio e determinazione, osano rivalutare la disciplina come elemento importante dell’educazione, riscoprendo che i giovani hanno un forte desiderio di autorità: hanno bisogno dell’autorità di adulti che li guidino e li sostengano, che rappresentino dei modelli, che pongano loro degli obiettivi elevati, che stabiliscano dei limiti ma che al tempo stesso li incoraggino ad oltrepassarli [7]. Si torna a comprendere che fra tutto ciò che un genitore dona al proprio figlio, la disciplina è seconda per importanza solo all’amore. La disciplina è insegnamento [8].

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Note:
[1] Bueb B., Elogio della disciplina, Rizzoli, Milano 2007, p. 11.
[2]
Ibidem, p. 12.
[3]
Ibidem, p. 48.
[4]
Ibidem, p. 64.
[5]
Ibidem, p. 67.
[6]
Ibidem, p. 49.
[7]
Ibidem.
[8]
Brazelton T.B., Sparrow J., Il tuo bambino e … la disciplina, tr. Marchetti C., Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, p. XIII.

Autore: Matteo Faberi laureato in Scienze dell'Educazione (triennale) presso l'Università degli Studi di Verona. Iscritto al corso di Laurea triennale in Psicologia dell'Educazione presso la Scuola Superiore Internazionale di Scienze della Formazione di Mestre aggregata alla Facoltà di Scienze dell'Educazione dell'Università Pontificia Salesiana. Ha pubblicato nel 2007 il volume “Consigli di Zio Mario”, stampato per conto dell'associazione “A.R.C. - I nostri figli”. È vicepresidente dell'associazione “A.R.C. - I nostri fiigli” di Verona.

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copyright © Educare.it - Anno VIII, Numero 5, Aprile 2008


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