| Il
sociologo funzionalista Talcott Parsons paragonava ogni generazione
di nuovi nati a orde di barbari, e in effetti la metafora non è
priva di efficacia, se si considera che ogni società deve
accogliere e integrare i nuovi venuti, e scongiurare il pericolo
che queste continue invasioni producano il crollo dell’ordine sociale.
Certamente,
rispetto alle migrazioni che hanno frantumato l’Impero Romano qui
si riscontrano differenze non da poco: al posto di elmetti e armature
il nuovo nato indossa cappellini di lana e tutine con gli orsacchiotti;
non ci sono subdole incursioni ai confini del regno ma morbide culle
al centro stesso dell’ambiente domestico.
Infine,
la società riesce, grazie proprio alle cure genitoriali,
cui è riservata la prima fase del processo di socializzazione,
a trattare i piccoli barbari uno ad uno, evitando la pericolosa
ingovernabilità dell’orda e trasformando una potenziale devastazione
in lieto evento. Nondimeno rimane il problema evidenziato da Parsons:
il nuovo è portatore di turbative e ogni struttura
sociale deve porsi il problema di riuscire a governarlo e indirizzarlo
in modo armonico, così da realizzare allo stesso tempo la
propria continuità e il rinnovamento. Nell’ottica funzionalista
di Parsons il nuovo nato diventa, da subito, oggetto di una pedagogia
tendente a integrare, a rendere compatibile o conforme, a collocare
nella giusta prospettiva dell’interesse generale ciò che,
lasciato a sé, avrebbe gli stessi effetti disgreganti della
discesa di Attila verso l’urbe. In questo senso la pedagogia è
intesa come variabile dipendente rispetto al sistema sociale: ne
garantisce funzionalmente la trasmissione dell’ordine culturale
[1] e
del conseguente ventaglio di valori, ruoli e status, provvede a
sostenere, anche con una certa rassicurante dolcezza rispetto all’imprevedibilità
del singolo essere umano, la confluenza del nuovo nell’alveo del
già esistente.
Parsons,
nella sua lunga attività di ricerca, ha sottolineato un’altra
dinamica che può essere accostata a quella fase storica in
cui la fusione tra barbari e cultura romana è avvenuta non
solo senza scosse violente, ma tramite una sorta di passaggio delle
consegne che ha visto i nuovi arrivati assumere e fare propri il
sistema di valori della società precedente. L’interiorizzazione
[2],
a partire dalle credenze religiose fino a comprendere il sistema
di codici e l’apparato normativo, è un potentissimo dispositivo
pedagogico, che consente di accogliere il nuovo esercitando un livello
minimo di coercizione. Assumendo gradualmente, come per osmosi,
l’appartenenza al contesto, il nuovo nato diviene egli stesso paladino
dell’ordine a cui è portato ad ubbidire. Si innesta una sorta
di processo bicefalo che trova, curiosamente, la radice del processo
di formazione sia dentro che fuori il soggetto, e si giova di questa
corrispondenza in modo da replicare a livello dell’identità
del singolo quanto è funzionale all’interesse collettivo.
Interiorizzare l’ordine sociale diviene così il grimaldello
formativo che garantisce la presenza di una spinta adattativa che
agisce nel profondo di ciascuno, così da assolvere al duplice
compito di guidare il singolo e proteggere il sistema sociale dall’anomia
di un nuovo che, senza quel guardiano interno, sarebbe ingovernabilmente
preda di spinte disgregatrici.
Quel
sedimentare del già esistente dentro il nuovo non è
solo l’effetto dei processi di socializzazione, né può
essere considerato accettandone acriticamente l’importante funzione
di continuità sociale. Siamo davanti, infatti, a un aspetto
fondamentale di qualsiasi accadere formativo: vecchio e nuovo, incontrandosi,
intrecciano un rapporto destinato a sciogliere entrambi. Come nelle
relazioni d’amore, in cui ci si trova perdendosi e si è solo
in quanto ci si consegna ad un altro, il rapporto tra vecchio e
nuovo mette in scena il fulcro della pedagogia, ne dispiega le polifonie
e le complesse spirali, racchiude segreti ombrosi e dinamiche sorprendenti.
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Note:
[1]
Il controllo sull’educativo è, in realtà, assai problematico
nell’odierna crisi delle strutture sociali. Siamo davanti a un eccesso
di strutture, sovrapposte e irrelate, che disegnano il postmoderno
come campo dell’indistinta pervasività di appartenenze e
influssi. I processi educativi si fanno così pulviscolari
e agiscono a ridosso della liquefazione delle identità. “I
muri delle città, i libri, gli spettacoli, gli eventi educano:
oggi però per lo più diseducano i residenti. Paragonate
le lezioni che i cittadini di Atene (donne e schiavi compresi) traevano
dalle rappresentazioni delle tragedie greche con il tipo di conoscenza
che viene oggi consumato dallo spettatore della TV” (Castoriadis
C., La montée de l’insignifiance, Paris, Seuil,
1996, p. 73).
[2]
Il modello elaborato da Parsons scandisce le funzioni
di Adattamento, Conseguimento dei fini, Integrazione e Latenza,
cui corrispondono i sottosistemi Organismo, Personalità,
Sistema sociale e Cultura. L’ordine normativo della società
è legittimato da complementarietà degli attori e aspettative
reciproche.
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