| “L’idea
pedagogica, in quanto tale, deve essere inattuale, altrimenti non
sarebbe idea, ma costume, prassi, ideologia” – G. M. BERTIN
I
processi educativi dovrebbero essere caratterizzati dal rispetto
per i diritti dell’uomo, da obiettivi di alfabetizzazione per tutti,
dal riconoscimento della diversità culturale, da una prospettiva
di sviluppo sostenibile, di cittadinanza attiva e di pace, da percorsi
di educazione al pensiero critico, da un’attenzione complessiva
per l’essere umano.
L’educazione e la cultura giocano un ruolo fondamentale non soltanto
per il rispetto, ma anche per lo sviluppo della diversità
dell’uomo.
Sfortunatamente oggi, educazione e cultura sono diventate commercio.
E’ nella ricerca di paradigmi alternativi riguardanti proprio l’educazione
e la cultura che si può contribuire in quanto educatori ad
ostacolare una globalizzazione violenta e monoculturale. I nuovi
paradigmi si costruiscono attraverso una partecipazione attiva e
creativa dell’individuo all’avventura educativa e culturale. L’educazione
deve farsi pratica di libertà, deve creare un’attitudine
generale a porre e a formulare problemi, sviluppando l’intelligenza
attraverso il dubbio, uno spirito problematizzatore. Là dove
si impone il consumismo in tali ambiti, l’alternativa è la
produzione culturale ed educativa, non individuale ma collettiva
(Gelpi). Per diventare cittadini di un mondo che vuole riconoscersi
in valori comuni - pace, diritti umani, sviluppo, ambiente - e promuovere
un’osmosi tra crescita economica, sviluppo democratico e rispetto
della persona umana.
La cultura che si fonda sui diritti umani è infatti una cultura
pervasiva, che libera e apre, che considera la scuola, l’università,
il mondo dell’informazione e quello dei poteri locali, regionali
e nazionali come un cantiere, un laboratorio di costruzione della
nuova cittadinanza democratica che nasce dalla scuola, ma pervade
l’intero arco della vita della persona (Morin).
Per raggiungere questo obiettivo occorre allora recuperare quella
visione ampia dell’educazione che i Greci hanno chiamato Paideia.
Nell'Enciclopedia Filosofica alla voce Paideia leggiamo: ''Nel suo
significato letterale ed originario vale ''educazione'' come tecnica
con cui il fanciullo è preparato alla vita. Nondimeno il
termine nel mondo ellenico andò sempre più arricchendosi
di significato, fino ad esprimere l'ideale della formazione umana;
non più dunque, preparazione alla cultura, ma la cultura
stessa in quanto "valore" della personalità. I
latini tradussero "paideia" con "humanitas";
i tedeschi traducono "Bildung", significando, appunto,
un concetto diverso dalla "Kultur". La paideia, l'humanitas,
non è, infatti, la cultura in senso quantitativo ed oggettivo,
ma la cultura nella sua alta espressione qualitativa e personale.
Nella civiltà greca, di conseguenza, la persona umana realizzava
interamente se stessa nella paideia e per questo conquistava l'immortalità
e la beatitudine''.
Ci sono nella concezione greca (soprattutto in quella platonica
e aristotelica, in cui paideia è educazione permanente, compito
del cittadino e del politico, precondizione di chiunque intenda
partecipare alla “custodia” civile, militare, culturale della propria
vita) aspetti di etica, di politica e di educazione che andrebbero
ripresi oggi, tenendo conto del mutato contesto storico. Mi riferisco
ad esempio all’accrescimento della consapevolezza e delle responsabilità
come appartenenza ad una comunità o ancora il precetto che
gli amministratori e i politici della polis vegliassero affinché
ai cittadini fossero garantite le opportunità e le norme
atte a favorire il perseguimento di mete di vita, per sé
e, contemporaneamente, per l’esercizio della cittadinanza.
Ricorda Arendt: nella vita pubblica della polis si decideva con
la persuasione, con la parola, non con la forza e la violenza. Attraverso
la politica si accedeva alla libertà: perché non si
era sottomessi, ci si poteva sentire se stessi, interagendo con
gli altri per azioni e imprese liberamente scelte.
I
fenomeni di globalizzazione dei mercati e delle comunicazioni non
hanno portato con sé un’estensione e uno sviluppo generalizzato
della democrazia e dei diritti ad essa correlati.
Sembra che nelle democrazie odierne il senso greco del logos si
sia sempre più modificato nel primato di una ragione tecnica
e procedurale che non permette di condividere idee e significati.
Ma il logos non è la ragione tecnica, è il linguaggio,
la parola che viene scambiata nella comunità e che alimenta
la relazione intersoggettiva.
La politica stessa nasce quando gli uomini non scambiano solo cose,
ma le parole, che sono per essenza relazione.
Per Aristotele il linguaggio riguarda il manifestare ciò
che è utile e ciò che è dannoso, ciò
che è giusto e ciò che è ingiusto. Solo la
paideia quindi, l’educazione alla parola e attraverso la parola,
permette all’uomo di scegliere liberamente un comportamento responsabile.
E’ l’ethos ciò che distingue l’uomo in quanto capace di rispondere
di se stesso, di rendersi responsabile di sé (Gadamer).
E’ necessario allora che insieme alle nuove generazioni, a partire
dalla scuola di base, sia ricostruito il lessico della democrazia,
non solo recuperando i significati delle sue parole fondanti (democrazia,
libertà, uguaglianza, costituzione) ma stabilendo una connessione
con ciò che esse vogliono dire nella vita di ciascuno e della
collettività in termini di pratiche (riprendendo l’idea deweyana
della scuola come luogo di vita democratica).
L’insegnante, co-costruttore di saperi, è anche regista di
una piccola vita sociale che nella scuola si costruisce come prova
di partecipazione alla più ampia società. Solo una
scuola che non dimentica l’etica pubblica è davvero pubblica.
Diventa ostacolo allora il linguaggio mercantilistico introdotto
con l’autonomia scolastica, l’esaltazione delle regole del mercato
nelle politiche dell’educazione introdotte dallo spirito d’impresa
(cito ad esempio gli indicatori oggettivi di produttività)
che rischia di creare confusione con la competizione. E una scuola
assillata dalle regole dell’efficienza e della competizione difficilmente
si può sentire impegnata a educare ai diritti, alle libertà
fondamentali, alla giustizia.
... continua...
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Autore:
Giada Farè: Laureanda in Scienze della Formazione,
corso di Laurea in scienze dell’Educazione, spec. Esperto dei processi
formativi, presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca.
Dal 2001 Responsabile della Formazione della struttura Call Center
di una società di telecomunicazioni. Iscritta all'associazione
COFIR (Consulenti Orientatori Formatori in Rete), curo la rubrica
di Psicopedagogia della comunicazione del sito www.psicopedagogika.it". |