| I
nuovi significati dell'esperienza educativa
I concetti centrali presenti nella produzione filosofica degli anni
Venti non entrano in contrasto con le considerazioni svolte nelle
opere pedagogiche precedenti. Emerge, in altri termini, una sostanziale
continuità nel pensiero di Dewey che principalmente poggia
sul nesso tra esperienza e educazione; un nesso, tuttavia, sul quale
il filosofo statunitense tornò più volte, nella consapevolezza
di possibili fraintendimenti. Se nei primi lavori prevale una certa
sovrapposizione dei due termini, è proprio a partire da opere
quali Natura e condotta dell'uomo che compare il tentativo di specificare
meglio il significato dell'esperienza educativa. Compare di quest'ultima
un'accezione meno ingenua, maggiormente improntata alla individuazione
dei criteri che possano definirla con precisione. Il riconoscimento
che l'azione morale si caratterizzi per l'accrescimento e l'espansione
dell'esperienza personale, costituisce il trampolino per approdare
alla correzione contenuta in Esperienza e educazione, il lavoro
pedagogico più rilevante della seconda fase del pensiero
di Dewey:
"Credere
che ogni educazione autentica proviene dalla esperienza non significa
già che tutte le esperienze siano genuinamente o parimenti
educative. Esperienza e educazione non possono equivalersi. Ci
sono difatti delle esperienze diseducative. E' diseducativa ogni
esperienza che ha l'aspetto di arrestare o fuorviare lo svolgimento
dell'esperienza ulteriore." (8)
Non
tutte le esperienze, quindi, possono dirsi educative e Dewey cercò
di fondare una teoria che contenesse una più attenta specificazione
del concetto di esperienza. Perché quest'ultima sia realmente
significativa è necessario che abbia le caratteristiche
della continuità e dell'interazione. La prima sottolinea
l'importanza di dare al processo di crescita individuale un'apertura
sempre maggiore, secondo la consapevolezza che ogni avvenimento
non può essere isolato da quelli precedenti, così
come non può essere sottaciuta l'influenza che avrà
su quelli seguenti. Anche in questo caso, tuttavia, è necessario
specificare come non ogni crescita possa dirsi educativa ma solo
quella che permette al soggetto di acquisire nuove aperture verso
il miglioramento individuale. Può darsi, infatti, che un
soggetto diventi particolarmente abile nella pratica del furto,
acquisendo particolare destrezza ed ingegnosità. Difficilmente
si potrà sostenere, tuttavia, che tale abilità gli
apra nuove prospettive, limitandolo di fatto nel suo processo
di crescita.
Oltre alla continuità che costituisce l'elemento evolutivo,
l'altro fattore che permette di riconoscere l'esperienza educativa
è costituito dall'interazione: con quest'ultima si intende
sottolineare il fatto che l'individuo è sempre al cospetto
di persone, oggetti e avvenimenti non appartenenti al proprio
essere. In altri termini, il suo processo di crescita non avviene
nel vuoto, ma è caratterizzato da continui condizionamenti
ambientali che inevitabilmente si attuano.
Il fattore dell'interazione permette a Dewey di recuperare l'elemento
oggettivo del processo educativo, bilanciando in tal modo gli
orientamenti ultraspontaneistici comparsi all'interno della pedagogia
attivistica. Si coglie in questa considerazione del pedagogista
statunitense l'intenzione di dar vita ad un orientamento maggiormente
equilibrato, lontano dalla sterile contrapposizione tra innovatori
e conservatori. (9)
I nuovi valori perseguiti dalle scuole attivistiche perdono di
ogni significatività quando non poggiano sulla reale conoscenza
delle condizioni di apprendimento. E' un richiamo, per chi educa,
a mantenere un atteggiamento di rigore, maggiormente improntato
alla scientificità piuttosto che alla facile enunciazione.
Conseguentemente appare il riconoscimento che il precorso formativo
è costituito indissolubilmente sia da fattori interni che
esterni al soggetto; chi, di conseguenza, ha pensato di cancellare
la scuola tradizionale assegnando esclusiva preminenza alle motivazioni
individuali, non ha prodotto alcun reale cambiamento, cadendo
in posizioni altrettanto unilaterali di quelle sostenute dai conservatori,
per i quali l'apprendimento è esclusivamente un processo
esterno.
Deve essere letta in questa ottica la rivalutazione della filosofia
dell'educazione, come necessaria indagine che permetta all'esperienza
educativa di non degenerare in fraintendimenti e banalizzazioni:
mentre la scuola tradizionale poteva accontentarsi di alcune parole
d'ordine (disciplina, patrimonio culturale, ecc.), un rinnovato
interesse verso il processo educativo necessita di articolato
sistema concettuale che preservi da possibili degenerazioni:
"Coloro
che accettarono il sistema esistente avevano bisogno soltanto
di poche parole ben risonanti per giustificare le pratiche in
uso. L'opera effettiva era compiuta dalle abitudini che erano
talmente fissate da essere istituzionali. Ne consegue che l'educazione
progressiva ha molto più urgenza che non i novatori precedenti
di una filosofia dell'educazione fondata in una filosofia dell'esperienza."
(10)
Anche
nella rinnovata centralità della filosofia dell'educazione
emerge un'implicita ammissione intorno alle degenerazioni che
una generica definizione di esperienza educativa può produrre;
il rischio che uno sfrenato attivismo riduca l'attività
educativa a mero processo pratico, senza che emergano specifiche
direzioni di senso.
Il cambiamento, quello effettivo e non fittizio, deve necessariamente
poggiare su quelle che Dewey chiama "idee articolate in modo
coerente", un apparato concettuale che sappia mettere in
relazione il processo educativo al significato più qualificante
dell'esperienza.
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Riferimenti
bibliografici: 8
John Dewey, Esperienza e educazione, Firenze, La Nuova
Italia, 1968, p. 10-11
9
" Il punto essenziale non è già la contrapposizione
di educazione nuova e vecchia, di educazione progressiva e tradizionale,
ma il problema che cosa si deve fare perché il nostro fare
meriti il nome di educazione. Non sono, spero e credo, favorevole
a certi fini o a certi metodi semplicemente perché si possono
denominare progressivi. Il problema fondamentale concerne la natura
dell'educazione senza aggettivi." (Ivi, pp. 75 - 76)
10
Ivi, p. 14
Autore:
MARCO
BIAGINI (1960) è ordinario di filosofia e storia presso
il Liceo Scientifico "A. Einstein" di Rimini. Ha ricoperto
per dieci anni la cattedra di pedagogia presso il Liceo Pedagogico
"Valgimigli" di Rimini. Ha pubblicato numerosi articoli
per la Rivista dell'Istruzione. Tra gli ultimi: Inattualità
pedagogica del pensiero di Ernst Junger (Rivista dell'istruzione/marzo-aprile
2003), Pedagogia: oblio o rinascita? (Rivista dell'istruzione/settembre-ottobre
2003).
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