| Un
sentiero, di quelli sterrati, striscia lungo il limitare del bosco.
A guardarci dentro si possono vedere solo ombre nell'ombra. "Giochi
di luce e il vento che muove le foglie", questo è quello che pensa
la fanciulla che cammina su quella stradina e ogni tanto leva gli
occhi verso il bosco.
Niente, non si vede nulla. Sorride e prosegue. Non è che abbia paura,
però non le piace guardarvi dentro, non perché teme che possa aggredirla
qualcuno, bensì proprio perché c'è solo buio e non vede niente.
Niente, il vuoto. È questo senso di vuoto che la mette a disagio.
In realtà, noi lo sappiamo, quel bosco non è solitario. Tra le ombre
se ne aggira un'altra, che la fanciulla non sa distinguere, ma è
lì che la osserva. Due occhi nel buio che non vede ma loro la seguono
costantemente.
La fanciulla cammina ignara di ciò che si nasconde nel bosco, inconsapevole
del pericolo che ha messo gli occhi su di lei. Ma cosa si cela,
realmente, nel bosco?
Una
strada accesa dal sole, il verde di un prato e poi a fianco, la
penombra di un bosco. Luce e ombra, bene e male, vita e morte. Dicotomie
di colori capaci, da soli, d'emozionare. Ogni uomo ha il suo bosco,
ha il suo antro nascosto, oscuro, inquietante che non vuole guardare.
Sta tutto dentro di noi; è la sede di pulsioni ed emozioni che tratteniamo
a stento e ci fanno paura. È la sede dei nostri odi, dei nostri
pensieri più nascosti, delle nostre fobie. Ogni uomo ha il suo arcano
pensiero, anche i bambini portano dentro un bagaglio di emozioni
che vanno represse perché inaccettabili. Questo è un po' il bosco
di Capuccetto Rosso. Nel bosco si nasconde il lupo che da un momento
all'altro salterà fuori e fermerà la bella bambina non per divorarla,
non ancora, bensì per ingannarla, sedurla, deviarla dalla strada,
portarla con lui. Il bosco della fiaba è la migliore metafora per
rappresentare il nostro inconscio. Il bosco della fiaba è il luogo
in cui l'eroe può fare ogni tipo di incontro: la strega, la Baba-Jaga-gamba-d'osso,
il drago, ecc. Inoltre, una volta che è entrato nel bosco, non ne
esce così facilmente; a volte bisogna buttare qualche sassolino
bianco per strada, spesso, però, non è sufficiente. In un'importantissima
opera dell'inizio del secolo XX, V. Propp, tra le altre cose, vede
nell'entrata nel bosco, da parte dell'eroe della fiaba, una reminiscenza
di un rito arcaico di iniziazione dei giovani. In altre parole,
l'eroe fiabesco (bambino o adulto) che si addentra nel bosco e successivamente
entra nella casa della strega o viene divorato dal lupo (cioè penetra
nell'antro del lupo) equivale al giovane iniziato delle tribù arcaiche
che veniva accompagnato nel bosco e lì trovava la rappresentazione
di una "bestia", un animale - totem, che lo doveva divorare.
Il giovane penetrava in questa finta "belva", che spesso
era semplicemente una capanna, e questo simboleggiava la morte per
divoramento. Il passaggio successivo di questo rito era l'uscita
del giovane che alludeva al ritorno alla vita, anzi a una nuova
vita: quel bambino che era penetrato nella casa, nel momento in
cui ne usciva diventava un uomo. Il rito, comunque, non era indolore,
c'erano delle prove che i giovani iniziati dovevano affrontare.
Quello che interessa a noi ora è sapere che in tempi remoti questo
designava il passaggio dall'infanzia all'età adulta. Il lupo che
divora Capuccetto Rosso (nella versione dei fratelli Grimm) e la
sua uscita dalla pancia dello stesso lupo, altro non è che il passaggio
dalla infanzia all'età adulta. La fiaba è questo: la testimonianza
di un rito perduto che vedeva il passaggio all'età adulta da parte
di un adolescente.
L'eroe che deve affrontare il lupo,
il mostro, la strega, il drago, ecc... altro non è che il nostro
bambino che deve combattere contro le ombre sinistre del suo inconscio
per liberarsene e poter crescere serenamente. Ogni bambino, meno
capace di un adulto di separare il reale dal sogno, il possibile
dal probabile, la verità dalla verosimiglianza, è spesso vittima
dei suoi mostri che gli creano ansie, timori, fobie e sensi di colpa.
Questi sensi di colpa nascono dal fatto che spesso il bambino tende
a investire i suoi genitori di quelle paure e di quegli odi che
si generano in lui. Le fiabe servono al bambino per attualizzare
questi timori, renderli coscienti ed elaborarli. Molti genitori,
in questo momento, potrebbero chiedersi per quale motivo storie
di questo tipo, ricche di spaventi, misteri e mostri dovrebbero
servire alla crescita dei loro figli se è vero che quegli spauracchi
sono già dentro di loro. Perché raccontargli storie che potrebbero
confermargli la reale esistenza di quei mostri? In altre parole,
raccontare fiabe paurose non può essere un incentivo a credere che
questi mostri non esistano solo nella sua mente ma siano veri, e
lì, su quella pagina scritta, raccontata da "suo" padre
ce n'è una testimonianza?
Non spetta a me questa risposta, ma non voglio ritrarre la mano
dopo aver lanciato il sasso. Una risposta concreta l'ha data Bruno
Bettelheim e a lui vorrei indirizzare la vostra attenzione. Raccontare
ai bambini queste storie ha un po' la funzione di valvola di sfogo;
è un po' come esternare quelle cose che lo angosciano per esorcizzarle.
Le fiabe che vanno raccontate ai bambini sono quelle a lieto fine,
questo li rassicura. Il bambino che si immedesima con l'eroe della
storia impara che ci sono i "nemici" interni ed esterni
ma anche amici, impara che vi sono degli ostacoli, dei pericoli
ma che deve aver fiducia perché così come l'eroe, anche lui sconfiggerà
i "nemici" e vivrà "felice e contento". Le fiabe
usano un linguaggio simbolico capace di mettersi sulla linea d'onda
dell'inconscio e sono rappresentazioni metaforiche dei problemi
esistenziali che occupano la mente del bambino e danno la certezza
che tutto si risolverà per il meglio.
Ciò che lascia molto scettici i
genitori è che la fiaba non presenta la "verità". È vero, non presenta
la verità secondo i canoni adulti; non dimentichiamoci però che
i canoni di "verità" nella mente del bambino possono essere diversi.
È importante che il bambino sia aiutato a difendersi dalle sue paure.
Per farlo, per poter crescere, deve entrare nel bosco e affrontare
il mostro, scendere faccia a faccia con i timori e le problematiche.
La fiaba lo accompagna, gli offre un bosco in cui entrare, un nemico
su cui proiettare le proprie pulsioni senza mettere in pericolo
realmente se stesso e i suoi genitori. Dirò di più, se è il
genitore che gli legge la fiaba ha un alleato con cui scendere a
sconfiggere il mostro.
L'invito quindi è di riprendere le vecchie fiabe, non quelle nelle
versioni edulcorate ma le versioni originali, con la consapevolezza
del loro valore educativo.
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L'autore:
Lorenzo Sacchi
è laureato in filosofia ad orientamento pedagogico con una tesi
sulle fiabe. Attualmente lavora come coordinatore e educatore in
un Centro di Aggregazione Giovanile.
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