| Accade
sempre che ad un certo punto “qualcuno” se ne deve andare. Parte.
Non è sempre chiaro il perché, per chi resta intendo;
unica cosa certa è che questo “qualcuno” deve partire, via,
lontano. Può essere un giovane uomo di 25 o 30 anni che decide
di uscire di casa (finalmente!) per farsi la propria famiglia, può
essere uno studente universitario che si trasferisce per inseguire
un progetto di studio, può essere il diciottenne perché
è arrivato il momento. Già. Ad un certo punto si parte.
A volte però il viaggio non è un vero e proprio spostarsi
nello spazio, a volte è una sorta di allontanamento ideale…
potremmo definirlo un “guadagnare spazio” e questo accade quando
questo “qualcuno” ha 13, 14… 15 anni: «Mamma… mollami!»…
Signori… è partito!
«Ah, i giovani d’oggi!» frutto della società
in continua evoluzione; si chiede ai nostri bambini di crescere
il prima possibile, li alimentiamo di vita, a volte riusciamo a
farlo anche bene e poi…
Vogliono essere lasciati in pace, rivendicano la loro libertà,
la loro autonomia, il loro essere grandi… si sentono pronti per
partire, da soli.
La
fase adolescenziale è sempre più anticipata, lo vediamo
nei vestiti dei nostri figli, un po’ meno nei discorsi forse, ma
è così. E questa cosa qui, questa smania di essere
grandi, di intraprendere il viaggio è propria della adolescenza,
è sana, è vitale. Certo ne siamo consapevoli, lo sappiamo
tutti…, solo che vorremmo accadesse come diciamo noi, vorremmo guidare
noi anche questo di viaggio, le regole del gioco le vorremmo dettare
noi… ma le nostre creature non ci stanno e quindi: «Mamma
mollami!».
Così, nel regno incantato (si fa per dire) delle nostre case,
ad un certo punto si può udire una voce fuori campo che recita…
C’era una volta un papà e una mamma che vivevano con il loro
figliolo, tutto procedeva bene, il bambino cresceva che sembrava
un amore, un giorno si presenta ai suoi genitori e dice… «papà
sellami il cavallo migliore che devo partire!!!». È
proprio così, le fiabe questo evento lo raccontano da sempre.
Parlano proprio di questo. Di un ragazzino che parte per un viaggio
pericoloso in cui dovrà superare dure prove, liberare magari
una principessa e poi tornerà, ma tornerà che sarà
diventato uomo. Di questo parlano le fiabe, del viaggio che ognuno
di noi ha percorso per diventare uomo. Di questo parlano e lo fanno
da migliaia di anni.
Da
uno studio di V. Propp si desume che le fiabe di magia sono il retaggio
di antichi riti di iniziazione cui venivano sottoposti i giovani
fanciulli delle civiltà primitive. In una strana mattina
di un qualsiasi anno imprecisato membri anziani della tribù
rapivano i fanciulli e li portavano nella foresta, lì li
abbandonavano. Questi trovavano riparo in una capanna che spesso
era recintata da una cancellata fatta di ossa e teschi. Di guardia
alla porta spesso c’era un guardiano, una belva feroce o qualche
incantesimo. La capanna rappresentava la “Belva”, il mostro da sconfiggere,
ma per farlo era necessario affrontare la morte... vincerla, farsi
divorare per combatterla da dentro. Per diventare uomini e quindi
membri effettivi della tribù si doveva attraversare queste
capanne (viverci dentro per del tempo). Simbolicamente equivaleva
come entrare nell’antro della belva, nel suo stomaco, esserne divorati,
uccisi. Ciò che moriva, simbolicamente, era la natura infantile
del fanciullo, e una volta usciti da quella capanna, una volta superato
le prove (a volte mortalmente pericolose) era come rinascere, tornare
dalla morte, rinascere come uomo nuovo, membro effettivo della tribù,
cacciatore e futuro sposo. Un uomo.
Riti di passaggio dunque. Riti che scandivano il passaggio tra l’infanzia
e l’età adulta. E le fiabe, a modo loro, rappresentano proprio
questo passaggio, esattamente questo diventare adulti dei fanciulli
che in una certa giornata di un epoca ignota si presentano dal padre
e dicono «Padre preparami il cavallo migliore che devo partire».
Pensate alle fiabe più note… bambini rapiti, bambini che
fuggono, che si perdono, che partono in cerca di qualcosa. Poi tornano.
Alla fine della storia tornano, magari non proprio a casa, ma ormai
sono adulti, uomini e donne indipendenti.
Fanno proprio questo le fiabe popolari… parlano dei nostri figli
adolescenti, del viaggio che li aspetta, delle dure prove che devono
superare, dei pericoli che incontreranno.
Le
fiabe lo ripetono da secoli… «Attenzione mamme, ad un certo
punto i vostri figli dovranno partire»; questo dicono. È
per il loro bene, si intende. Senza contare che è da quando
sono nati che gli state leggendo racconti che dicono proprio questo...
«Caro bimbo, verrà un giorno che dovrai partire, allontanarti
dai tuoi genitori per diventare grande». Eppure quando viene
il momento spesso non lo riconosciamo e ci sembrano pretese assurde
o capricci esagerati, ci fanno paura (uscire la sera, il motorino,
crisi di nervosismo insensato, contrasti...). sappiamo che là
fuori ci sono dei pericoli che noi vorremmo evitargli (incidenti,
droghe, le cattive compagnie, comportamenti a rischio, ecc.), ma
è una situazione che esiste da sempre, condizione necessaria
per prepararsi a sopravvivere.
Nell’antichità,
come abbiamo visto, come ci dicono le fiabe, venivano sottoposti
a dure prove. Oggi è la società a prendere il posto
degli anziani della tribù, la antica capanna sono le nostre
città. E in tutto questo noi? Che ruolo hanno i genitori?
Se tutto questo è necessario, se tutto ciò è
inevitabile, se devono sperimentarsi… noi come genitori cosa dobbiamo
fare? Che ruolo dobbiamo mantenere? Che ruolo è previsto
nelle fiabe per i genitori? Solo di coloro che benedicono il figlio
e lo lasciano partire?
Cosa ci dicono le fiabe in questo caso?
...
continua ...
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L'autore:
Lorenzo Sacchi
è laureato in filosofia ad orientamento pedagogico con una tesi
sulle fiabe. Attualmente lavora come coordinatore e educatore in
un Centro di Aggregazione Giovanile.
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