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Le
favole che la TV propone oggi sono diverse nel genere e nella
struttura, con presenze apprezzabili sul piano linguistico e valoriale;
resta tuttavia dominante la narrazione marcata dai caratteri della
tecnologie e della violenza (episodi guerreschi, terrestri, stellari).
Nella
corsia preferenziale troviamo cartoni, pupazzi animati e telefilm
con bambini come protagonisti. Gli elementi strutturali di queste
produzioni sono:
- Il regime
seriale, con immagini e sigle musicali sempre uguali a se
stesse, che permettono un immediato riconoscimento da parte
del bambino.
- La durata
di venti minuti, come la tenuta media della tensione attentiva
- La concentrazione
su personaggi stereotipi, di tipologia netta e ripetitiva
- La velocità
delle scene epiche, che conquista e ritiene l'attenzione
- La focalizzazione
sui volti infantili, nei quali percepiscono proiezioni
di sé
- Il rinforzo
con figurine e albi illustrati
Lo
stile narrativo del cartone tecno-bellico rivela una grave povertà
linguistica sia negli scarsi dialoghi sia nell'assenza di descrizioni
degli ambienti e degli eventi (lasciata alla musica, i suoni,
i rumori, la grafia grandemente suggestiva seppur rozza e dai
colori aggressivi).
Nonostante
questa carenza, questi cartoons possono essere paragonati
ai miti. Il protagonista più che un uomo sembra un "semi-dio"
in quanto a forza, coraggio, potenza; ha un nome e un volto che
lo rende riconoscibile. Le sue imprese sono uniche, irrepetibili,
impossibili nella realtà e ogni avventura è descritta
graficamente per destare meraviglia, stupore, proprio come facevano
i miti attraverso le parole e la poesia. Ma, se è da riconoscere
che i miti aiutano la formazione del super-io, questi racconti
bellici restano ad un livello più superficiale e non sono
più di un fatuo intrattenimento.
La
TV, per di più, ha una particolare capacità: trasforma
ogni suo contenuto, compresi gli eventi drammatici, in prodotti
spettacolari e divertenti. Per guardare e apprendere ciò
che propone la TV non serve studiare, non serve impegnarsi, non
serve applicarsi, non ci sono analfabeti davanti lo schermo; tutto
è reso facile dalla TV e ciò rende lo utente un
gratificato spettatore (anche se poco motivato al discernimento
ed alla elaborazione critica). I bellicosi cartoni stellari rivelano
scarsa fantasia e nessuna velleità scientifica e con scarsa
originalità e ripetitività esasperata, non ripropongono
altro che il motivo storico della guerra e della violenza.
Vicino
agli eroi tecnologico-spaziali ci sono altri generi cartoonistici
che evocano situazioni ad alta tensione, dove si sostituisce la
violenza tecnologica con quella emotivo-sentimentale, fatta di
odi, rancori, tradimenti, paure, drammatici sconforti (forme narrative
patetiche e lacrimogene che coinvolgono facilmente il piccolo
spettatore).
Privi
di questi caratteri negativi e migliori anche nel senso grafico
e sonoro sono altri disegni animati, che narrano serene e divertenti
vicende di pacifici eroi come i Puffi, Licia, l'Ape Maya, la Pantera
Rosa... Questi ultimi disegni animati sono un divertente intrattenimento,
ma presentano e acuiscono i limiti dei libri di fiabe illustrati:
nonostante la scintillante e divertente presentazione, non servono
ai principali bisogni del bambino, perché lo lasciano muto
spettatore di un mondo confezionato per il suo divertimento dove
la sua fantasia è legata, limitata, guidata dalla creatività
di un illustratore.
I
disegni animati sono uno "spettacolo", ma niente di più,
non possono essere l'unico contatto del bambino col mondo della
fantasia, proprio per la loro povertà di stimoli (sia linguistici
che di immaginazione autonoma).
Fiabe
popolari e favole televisive a confronto
Grazie
alla televisione siamo entrati nella civiltà delle immagini,
dove l'interesse a "raccontare fiabe" non è scomparso,
ma dove sono mutate le finalità e modalità di conduzione.
In questa civiltà trovano poco spazio le relazioni verbali,
la narrazione orale e l'amore per la natura, cardini del mondo
narrativo e fiabesco.
Le
favole televisive immergono nella realtà storie ed ambienti
completamente irreali, confondendo il bambino che non riesce più
a comprenderne i limiti: dove finisce la realtà e dove
inizia l'irrealtà? Mentre legge una favola il bambino ha
ben presente dove comincia l'irrealtà: il protagonista
parte da una situazione problematica reale, va verso il luogo
magico che è lontano (la caverna, la montagna, il paese
sconosciuto) e quando torna alla realtà ha trovato una
soluzione al suo problema. Dopo aver fatto viaggiare il bambino
in un mondo meraviglioso, alla fine la storia lo riconduce alla
realtà, e in modo molto rassicurante. Ciò insegna
al bambino ciò di cui in questo periodo di sviluppo ha
più bisogno di sapere: lasciarsi trasportare un po' dalla
fantasia non è dannoso, purché non se ne rimanga
per sempre prigionieri.
Il
bambino comprende a livello intuitivo che queste storie, benché
irreali non sono false, e che nonostante quanto è narrato
non avvenga nella realtà, deve avvenire come esperienza
interiore e sviluppo personale; la fiaba descrive in forma immaginaria
e simbolica le tappe fondamentali del suo processo di sviluppo,
teso al raggiungimento dell'autonomia. Quando il bambino chiede
se una storia è vera, vuol sapere se essa contribuisce
con qualcosa d'importante alla sua comprensione delle cose, e
se ha qualcosa da dirgli circa quelle che sono le sue principali
preoccupazioni.
Quale
favola televisiva è in grado di fare questo dono al bambino?
I nippo-cartoni sono fatali scivoloni in forme narrative patetiche,
paurose e inneggianti al sentimentalismo; in poche parole, banali
e retoriche. Violenza, guerra e odio non mancano nella fiaba,
che quando le incontra non si sofferma, evita di descrivere, punta
direttamente sull'azione che viene dopo.
I
fatti che in sé possono essere orridi e cruenti (trasformazioni,
mutilazioni, rapimenti, squartamenti, antropofagie...) nella fiaba
non sono mai eccessivi, sono ridotti all'essenziale. Il momento
violento è improvviso, non è preceduto da un crescendo
di tensione, né conosce premeditazioni, né strascichi.
Molto spesso il motivo generatore di paura è risolto, nella
fiaba, con finissima ironia o col ricorso di immagini ridicole
(orchi e giganti primeggiano in stupidità e la sconfitta
del nemico è netta e clamorosa). I diavoli nella fiaba
sono godibilissimi, mentre in TV tutto è esaltato dalle
immagini che non si sprecano nei particolari pulp e nella musica
che accompagna lunghi, immobili e inquietanti primi piani o vorticose
"supersoniche" azioni.
L'eccessiva
cruenza nei racconti è spregevole e molti genitori credono
che al bambino dovrebbero essere presentate solo la realtà
conscia o immagini piacevoli e capaci di andare incontro ai suoi
desideri: egli dovrebbe insomma essere esposto solo al lato buono
delle cose. Queste proposte unilaterali però non formano
una mente in modo completo: la vita non è tutta rose e
fiori e il bambino la sa bene perché vive dentro di sé
ansie e sentimenti di vendetta che lo tormentano e lo rendono
insicuro. Quei genitori vorrebbero far credere ai loro bambini
che tutti gli uomini sono buoni per natura; ma i bambini sanno
che loro stessi non sono buoni e spesso, anche quando lo sono,
vorrebbero non esserlo. Ciò contraddice quanto viene loro
detto dal genitore, e quindi rende il bambino un mostro ai suoi
stessi occhi.
Per
rispetto ai nostri bambini è meglio non nascondere loro
la realtà così com'è: difficile, triste,
imprevedibile, meravigliosa, in modo che sperimenti queste emozioni
e cerchi una via per superarle nel modo migliore.
Molte
storie, per esempio, cominciano con la morte di una madre o di
un padre, in queste fiabe la morte dei genitori crea i problemi
più angosciosi, così come essa (o la paura di essa)
li crea nella vita reale. L'eroe però esce da solo nel
mondo e nonostante la sua inesperienza trova luoghi sicuri seguendo
la sua giusta via con profonda fiducia interiore, aiutato da amici,
animali o esseri sovrannaturali che incontra lungo il suo cammino.
Comunque,
se si ritiene la narrazione emotivamente pesante, colui che legge
la fiaba può glissare, sorvolare aspetti a rischio, scegliere
e filtrare (soprattutto il materiale proveniente da raccolte originali
e non filtrate), cosa che non può avvenire per un bambino
solo davanti alla TV: è esposto indifeso a qualunque immagine
provenga dal "narratore tecnologico".
Il
rapporto che si instaura con il video infatti è unidirezionale:
il flusso informativo va dal video allo spettatore che ha scarsa
o inerte partecipazione cognitiva ed operativa alla percezione
e comprensione dei messaggi televisivi. La TV diventa la padrona
del tempo libero e del tempo conviviale (ad esempio i pasti):
essa costringe al silenzio le famiglie e si relaziona individualmente
con i componenti della famiglia, isolandoli l'uno dall'altro.
La silenziosità della famiglia colpisce soprattutto l'infanzia
che ha assoluto bisogno di comunicazioni linguistiche ed affettive
con i genitori.
Proprio
qui, in questo nodo problematico, si inserisce la fiaba
e si distingue per la sua grande valenza educativa. |