Dal
Brasile verso il resto dell'America Latina per poi giungere in
Africa egli si è dedicato ai più poveri o, per usare
le sue stesse parole, agli oppressi. Lavorando nelle favelas
o bidonvilles, che si distendono nelle periferie delle
grandi metropoli del Terzo Mondo, Freire si è assunto l'impegno
di rispettare l'individualità ed il mondo di chi incontrava.
Egli non si pertanto recato nei quartieri poveri per trasmettere
le conoscenze del mondo occidentale ma ha cercato di innanzitutto
di sviluppare nelle popolazioni un proprio senso critico al fine
di scoprire meglio la propria realtà. In parole povere
il suo intento è stato quello di aiutare i popoli oppressi
ad avere una propria visione dinamica della realtà e non
a ricevere passivamente dei contenuti studiati a tavolino in qualche
remota Università occidentale. Attraversare i confini
dunque significa rendersi critico per meglio comprendere in che
termini si può essere dei soggetti sfruttati da chi è
economicamente e culturalmente più forte. Questo particolare
atteggiamento educativo, inoltre, è utile perché
si riscoprano voci dimenticate che possono così diventare
seriamente produttive per il proprio popolo.
Parlando
per metafore, secondo l'indicazione di Henry Giroux, dobbiamo
immaginarci una grande casa dove millenari architravi e ogive
ne sostengono la struttura principale. Distanziandosi dall'usuale
significato di "casa" come luogo dove si mangia e si dorme,
egli ne mantiene l'accezione di spazio che funge da riparo. Fuor
di metafora questa casa rappresenta la cultura dominante, ossia
la cultura occidentale ed ogni sostegno che le appartiene è
un concetto ben fissato che crea sicurezza nelle popolazioni che
vi ci si ritrovano ma, al contempo, demarca sempre più
la differenziazione con chi è diverso da noi. Uscire
da questo edificio ed essere capace dunque di attraversare la
soglia equivale ad abbandonare l'idea che nel mondo vi è
una sola cultura possibile.
Queste
argomentazioni sono oggi sempre più importanti da recuperare
proprio perché ci si trova sempre più nella necessità
di lavorare sulla differenza in una prospettiva multietnica. Freire
non deve essere dimenticato ma, al contrario, riscoperto per permettere
agli educatori e ai genitori stessi di poter fare un serio lavoro
sulle proprie certezze e di revisionare queste ultime per creare
una società più giusta. Ciò che si auspica
è una tensione continua al confronto perché solo
così si può ottenere un reciproco e sano arricchimento.
Va tuttavia sottolineato che la pedagogia degli oppressi che l'educatore
brasiliano ha messo in atto non è campata per aria ma si
basa su determinate metodologie e strutture. Ne è un esempio
il nucleo didattico che ritroviamo nel concetto di pedagogia depositaria
contrapposto a quello di pedagogia problematizzante. Nel primo
caso si considera l'allievo un oggetto vuoto che nel corso dell'esperienza
scolastica deve essere debitamente riempito di contenuti ben precisi.
Nel secondo lo studente diviene soggetto attivo del proprio percorso
in quanto l'insegnamento si basa essenzialmente sulla problematizzazione
delle nozioni. Quest'approccio - proprio di Freire- è quello
che porta le persone a porsi continuamente delle domande di senso
verso ciò che esperimentano e vedono nella propria realtà.
La
pedagogia proposta da Paulo Freire, in conclusione, è ricca
di questi e molti altri spunti e ci porta dunque ad affermare
a viva voce di non dimenticare questo grande maestro ma, al contrario,
riscoprire la piacevolezza della lettura dei suoi scritti che
vanno debitamente interpretati secondo il suo stile ossia con
un serio e profondo sguardo critico.
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