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storia di vita, che solitamente appare un insieme di percorsi privati,
a volte si arresta in un lampo che rivela le sembianze della grande
storia collettiva. Allora il fermo immagine che ne deriva sembra
riassumere e rendere di colpo evidenti i legami tra il singolo e
un orizzonte più ampio; quello che si era soliti attribuire
a tratti, decisioni e responsabilità del privato trova una
lettura ulteriore come variante di una grande storia dalle origini
e dalle conseguenze che eccedono la portata individuale.
La
fotografia, proprio come artificio che permette di fissare nel tempo
un attimo, e di racchiudere un volto e un gesto in una cornice socialmente
trasmissibile, rappresenta bene il condensarsi di questo incrocio
tra privato e pubblico.
L’abitudine
di conservare momenti particolari della vita privata, il matrimonio,
le ricorrenze, le vacanze o le cerimonie, chiama altri a partecipare
a quei ricordi, come testimoni differiti che, sfogliando l’album
fotografico, potranno condividere in qualche modo quella successione
temporale. Il soggetto che si pone davanti allo scatto fotografico
compie così un gesto che socializza una memoria autobiografica,
la sottrae all’appartenenza esclusiva per consegnarla a sguardi
ulteriori. La stampa e la comunicazione di massa attingono in quantità
a questo incrocio tra memorie: un articolo che riporta un fatto
di cronaca nera sarà illustrato dalle foto del reo o della
vittima, e spesso ci sorprendiamo nel notare che i volti sembrano
ricalcare perfettamente i ruoli, come se fossero scelti da un regista
occulto e competente.
I
grandi fatti della storia collettiva sono anch’essi cristallizzati
attraverso foto che ne diventano il simbolo. La bambina vietnamita
che corre sotto le ustioni del napalm, il bimbo del ghetto che alza
le mani in segno di resa, il miliziano colpito a morte nella guerra
civile spagnola, i tre giovani studenti che corrono sparando in
una via di Milano: esempi di quella particolare alchimia che condensa
in uno scatto storie private e collettive, o viceversa incarnazioni
della grande storia attraverso la rappresentazione di individui
che, più o meno per caso, si trovano a prestare corpo e movimento
a una lettura che eccede l’intenzionalità dei protagonisti.
È
per questo che alcune foto restano nella memoria collettiva e ne
scandiscono periodi e appartenenze. Da un punto di vista pedagogico,
e precisamente attraverso la particolare angolatura dettata dall’approccio
autobiografico, la fotografia rende possibile attraversare il ponte
che congiunge la memoria del privato a modelli, dispositivi e ordini
di più vasta portata.
Tra la serie di tristi foto che hanno documentato le torture in
Iraq, una delle più evocative è senz’altro quella
che mostra la soldatessa americana, sorridente, col prigioniero
al guinzaglio. Foto davvero degna di assurgere a compendio di una
politica; iconografia neanche tanto involontaria di un rapporto
che sottolinea senza equivoci la distinzione tra dominatori e dominati;
snodo cruciale di vicende che sono fatte di carne, corpi tesi nell’atto
di sopprimere o di resistere, umori che riportano i tagli e le lacerazioni
di antiche memorie mai ricomposte. Effige simbolica di un modello:
modello umano, psicologico, culturale e politico. Archetipo senza
tempo e, assieme, documento storico. Ma anche, e soprattutto, dispositivo
pedagogico [1],
architrave di un sistema teso a formare menti, a intessere rapporti,
a delimitare saperi e competenze.
Molto si è scritto, chiaramente, su questa foto, e prima
che finisca nell’oblio tritatutto della comunicazione di massa bisognerà
riflettere su alcuni aspetti che eccedono la singola vicenda. Sono
intervenuti i politologi e gli esperti della comunicazione, a commentare
sia le conseguenze storiche che le particolari modalità di
diffusione di un tipico, ma forse apparente, imprevisto che segna
pesantemente significato e portata dell’accaduto. Gli psicologi
hanno argomentato sulle dinamiche che trasformano un’anonima ragazzotta
della provincia americana in soddisfatta torturatrice. I pedagogisti,
a quanto è dato sapere, anche questa volta non hanno trovato
voce. Forse la vicenda, e quel marchio nella memoria che coinvolge
sia l’Occidente che il mondo arabo, non è affare pedagogico:
non è coinvolta alcuna scuola (si dà per scontato
che l’esercito non lo sia), e del resto mettere il naso negli affari
della politica è un lusso da lasciare agli esperti e ai pochi
outsider come Chomsky e Vidal.
Un
breve commento, apparso alla chetichella su un quotidiano, e proveniente
da un non pedagogista come Michele Serra, suggerisce invece che
occorre, come sempre, guardare a quello che si vede ma anche a ciò
che è sottratto alla vista. Anche questa volta l’assenza,
dice l’arguto polemista, rivela molto più della presenza.
Infatti, “Nelle orribili foto ricordo di Linndye si vede il guinzaglio
che lei tiene in mano, non si vede quello che l'ha trascinata in
Iraq” [2].
È come dire che la foto, a una lettura non monca, suggerisce
la necessità di uno sguardo aggiuntivo, teso a individuare
a un livello superiore la stessa movenza che vi è rappresentata
esplicitamente. Se la soldatessa tiene qualcuno al guinzaglio, come
l’ultimo stadio di una matrioska, ci sarà un’altra catena,
un legaccio potente che costringe un corpo entro una divisa, e induce
una mente ad aderire a un progetto.
Linndye ripete a sua volta lo stesso dispositivo a cui è
sottoposta: lo fa col sorriso beota di chi ricava piccole soddisfazioni
negate nella vita normale; lo fa con l’impunità di chi è
consapevole di agire col pieno consenso di potenti mandanti; ma
non si accorge di essere a sua volta prigioniera, probabilmente
torturata perché ridotta a macchina esecutrice di violenza,
infangata come persona e, doppiamente, come donna, perché
indotta a scimmiottarne i tratti meno nobili.
La
nostra riflessione, di conseguenza, deve interrogarsi sulla natura
e il ruolo di questo guinzaglio, inteso come strumento di dominio.
Quesito non da poco, per quanto ineludibile, che merita di essere
introdotto richiamando un celebre contributo della psicologia sociale.
Stanley Milgam fu tra i pochi ad avere il coraggio di indagare i
meccanismi che producono l’obbedienza. Lo fece probabilmente anche
per motivi autobiografici (la famiglia era originaria dell’Europa
orientale e aveva vissuto, a partire dagli anni ’30, il progressivo
dilagare della violenza nazista): si attirò numerose critiche,
soprattutto di ordine deontologico e metodologico, perché
aveva coinvolto ignari cittadini americani in un gioco sperimentale
di notevole violenza.
Si
trattava, all’interno di un laboratorio universitario, di mettere
alla prova la capacità umana di resistere o meno dall’eseguire
ordini che provocano sofferenza in vittime inermi e, inoltre, ripugnano
alla coscienza morale del cittadino medio. Una serie di interruttori
graduati somministravano alla vittima (in realtà complice
degli sperimentatori) scosse elettriche di intensità crescente.
Ai soggetti sperimentali era chiesto semplicemente di distribuire
la punizione azionando la macchina, e la grande maggioranza lo fece,
pur con qualche conflitto interiore, non sufficiente ad innescare
la disobbedienza.
Dagli
studi di Milgram è opportuno ricavare, seppure in breve,
qualche riflessione. Innanzitutto osserviamo il tragitto del
comando:
1.
l’ordine proviene da un’autorità riconosciuta, in questo
caso uno o più distinti signori in camice che rappresentano,
in ambiente universitario, l’asettica ragione della scienza, una
ragione che si pone come indiscutibile e che, senza minacciare in
alcun modo i soggetti sperimentali, ne ottiene il consenso. È
un potere-sapere, basato con evidenza sulla titolarità delle
risposte giuste: un potere rassicurante con i propri servitori ma
che evidenzia la necessità di sancire e correggere inadempienze
ed errori. Uno scopo, per quanto banale (nell’esperimento di Milgram
si trattava di memorizzare e ripetere sillabe senza senso) è
sufficiente a soverchiare le individualità, facendo scattare
un meccanismo che risiede nella memoria profonda di ciascuno.
2.
il compito assegnato è squisitamente pedagogico. Si tratta
di sanzionare la riottosità o l’inadeguatezza di soggetti
dall’apprendimento insufficiente. La somministrazione delle scosse
elettriche appare, in fondo, uno stimolo giustificato dall’intento
positivo: riportare i recalcitranti sotto il controllo del sapere,
condurli a prestare la necessaria attenzione e garantire l’armonico
funzionamento del sistema.
3.
il soggetto che distribuisce le scosse elettriche, alienato dalla
propria responsabilità personale perché agisce sotto
un mandato superiore, si ritrova facilmente nelle vesti di automatico
riproduttore di ordini e segnali. Macchina egli stesso, tramite
impersonale tra il comando e il reo, il soggetto è tenuto
al laccio dalla rigorosità del dispositivo. Nessuna pausa,
interruzione o smagliatura dovrà disturbare la riproduzione
dell’ingranaggio, così da originare una sorta di inerzia
che scorpora la soggettività dal gesto, il pensiero dall’azione,
l’emozione dalla giusta movenza.
4.
la pressione esercitata dal potere, in questo caso, non ha nulla
di coercitivo nei confronti del soggetto sperimentale: si innesta
piuttosto su una seduzione dettata dallo status e dalla disponibilità
del sapere. Un sapere-potere che, in mancanza di un adeguato scatto
personale, porta il soggetto all’obbedienza e, paradossalmente,
a infrangere la legge proprio per un eccessivo ossequio all’ordine.
5.
il dispositivo messo in atto all’interno della situazione sperimentale
è soverchiante. Come riportato da Milgram, diversi soggetti,
intervistati a posteriori, riferiscono una profonda inquietudine,
a volte un moto di ribellione soffocato, a testimoniare la difficoltà
di sottrarsi a una situazione che si riconosce come ingiusta o ripugnante.
La mancanza di un movente personale o di un piacere tratto dall’esercizio
del sopruso è qui secondario rispetto all’obbedienza, che
scaturisce quasi in automatico dall’assegnazione del ruolo.
Le tesi di Milgram furono molto discusse, a volte apertamente osteggiate,
ma indicano con chiarezza la natura del guinzaglio che, allora come
adesso per la soldatessa Linndye, guida e governa la produzione
della violenza. Lo stesso Milgram, interno all’ottica della psicologia
sociale, non sottolineò abbastanza un aspetto che invece
appare in tutta evidenza: il guinzaglio ha una struttura pedagogica,
è un dispositivo intento a produrre, disciplinare, scandire
e controllare comportamenti, significati, ruoli e identità.
È un modello che, pur appoggiandosi a dinamiche psicologiche
e a contesti sociali, riproduce l’asimmetria peculiare del processo
pedagogico, ove sono assegnati i ruoli dell’allievo e del maestro.
Al primo, almeno dentro un modello pedagogico sedimentato nella
memoria di molti, compete l’obbedienza; al secondo il premio o il
castigo. I
soggetti dell’esperimento di Milgram seguono, dunque, un Maestro:
ne assecondano direttive e procedure, probabilmente attraverso il
riemergere di un modello di apprendimento che devono aver assorbito
a contatto con le strutture educative.
È
qui, in questo incrocio tra l’esperienza personale e i modelli educativi,
che si realizza il riflesso dell’obbedienza. Come nella foto che
mostra la soldatessa col prigioniero alla catena, è in atto
una sequenza tesa a formare, in nome di un interesse superiore che
assegna a ciascuno un posto nell’ingranaggio e, al di là
delle trascurabili differenze individuali, esige innanzitutto la
realizzazione della propria funzione.
Un contributo ulteriore, e aderente in modo inquietante alla situazione
irachena, si deve a uno studio sperimentale di Zimbardo [3].
Negli scantinati dell’Università Stanford fu allestita una
finta prigione, assegnando a caso i soggetti, tutti studenti di
buona famiglia, per metà al ruolo di detenuti e per l’altra
parte a quello di carcerieri. In questo caso, rispetto alla situazione
prospettata da Milgram, le consegne non erano ben definite: nessuno
sapeva esattamente come comportarsi, ma “i risultati della ricerca
furono drammatici, e non del tutto previsti dagli autori. Dopo meno
di due giorni dall’inizio dell’esperimento ci fu un’esplosione di
violenza e ribellione, […] le guardie cominciarono a vessare, umiliare
e intimidire i carcerati. […] Alcune si comportavano in modo sadico,
godendo di ciò che potrebbe essere chiamato un afrodisiaco
fondamentale: il potere” [4].
Zimbardo
dimostra l’esistenza di una struttura socialmente condivisa che
supporta le violenze e induce, anche al di là delle differenze
individuali, a riprodurre un modello formativo basato sull’obbedienza.
Il ruolo di carceriere entra così in contatto con una memoria
pedagogica in cui ha la prevalenza una gestione prevaricatoria del
potere.
“Maggiore
è il potere relativo a un determinato ruolo sancito socialmente
e maggiore è la tendenza in chi riveste il ruolo ad esercitare
e sfruttare questo potere” [5].
Il
prigioniero di guerra non è seviziato per un’inclinazione
privata del militare ma, al contrario, è il dispositivo che
si fa strumento e richiama le peggiori pulsioni nascoste del singolo
per incanalarle in una finalizzazione. In questo caso, bisogna ottenere
la confessione del prigioniero o, in subordine, mostrare ad altri,
come monito, il prezzo della non collaborazione. Evidentissimo l’intento
pedagogico: i prigionieri vanno torturati perché si sappia,
vanno fotografati affinché altri, vedendo quelle immagini,
apprendano la lezione e riconoscano il volto del Maestro. La dottrina
della guerra preventiva è incredibilmente esplicita su questo
punto, tanto da porsi come una vera e propria guerra educativa volta
a insegnare ai riottosi il giusto canone di comportamento.
Per
rimanere al campionario di orrori della storia recentissima, hanno
intento pedagogico gli stupri etnici in Bosnia, gli attentati alle
Torri e le decapitazioni pubblicizzate via web, le bombe sui treni
e gli omicidi mafiosi, le manganellate di Genova e le detenzioni
dei migranti nei campi di accoglienza.
Procurarsi l’obbedienza, esplicita o meno, è l’obiettivo
di atti violenti che adoperano, come nell’esperimento di Milgram,
una semplificazione binaria delle alternative: risposta giusta o
scossa elettrica, senza possibilità di ambigue varianti,
a ricalco di un modello pedagogico attento prioritariamente a evitare
defezioni, spazi bianchi e pericolose derive.
Come
evidenzia Zamparini [6],
colpisce nelle dinamiche dell’obbedienza la assoluta ordinarietà
dei soggetti, un’apoteosi del mediocre anche dinanzi a gesti spropositati,
come se il vincolo dell’ordine fagocitasse ogni altra dimensione.
Il soggetto sottoposto all’obbedienza, tenuto al guinzaglio da un
modello pedagogico che si annoda negli strati profondi della memoria,
appare colonizzato, invaso da meccanismi e procedure anonime, reso
strumento docile di un disegno cui partecipa senza entusiasmo ma
con legnosa coerenza. Siamo dalle parti della banalità del
male, esito poco consolatorio di pratiche sociali che producono
in serie soggetti disponibili a ogni manipolazione e asservimento.
L’anonima
dozzinalità dei soggetti di Milgram come dei torturatori
in divisa, la mancanza di tratti straordinari, seppure nella gestione
del male, sottrae la questione a risposte consolatorie, impedisce
di evocare l’archetipo demoniaco perché riporta al centro
del problema, invece, il familiare, il quotidiano, il normale. Per
quanto la cronaca e la letteratura si industrino a cercare segni
e tratti distintivi del mostro, il più delle volte le fattezze
rivelate sono quelle del prodotto di massa, del banale pezzo standardizzato
che svolge la sua funzione in piena obbedienza, anche quando si
allontana sia dalla legge che dai basilari principi di umanità.
Il gerarca si rivela padre affettuoso, il capomafia compone versi
poetici col Vangelo sul comodino, il kamikaze lacrima salutando
mamma poco prima del botto: anche la sventurata Linndye, a quanto
pare, coniuga le torture con la dolce attesa di un bebè a
cui raccontare, un giorno, le eroiche imprese. Hannah Arendt, refrattaria
ai guinzagli di qualsiasi tipo, ci ha consegnato un’analisi perturbante,
e infatti rifiutata a suo tempo da molti, del male come maschera
mediocre. Il nazista Eichmann non ha dato la soddisfazione che ci
si attendeva: il mostro alla sbarra si rivelò un burocrate
dello sterminio, un funzionario senza fantasia ma ligio al dovere,
come del resto si insegna in qualsiasi buona famiglia. Perfino Saddam,
in un’altra foto che riassume un’intera vicenda, una volta catturato
svela, appena sotto la scorza del despota, le fattezze miserabili
del parvenu, fantoccio a cui si guarda in bocca senza però
cercarvi la centralina che ne ha diretto le mosse.
Appare
evidente perché certe immagini assurgono a crocevia di un
dramma: la mediocrità genera figli mostruosi, ed entrano
in corto circuito l’ottusità del normale e la malvagità
dello straordinario. Tutti avvertiamo qualcosa di familiare nelle
fattezze anonime della soldatessa torturatrice: è una di
noi, una pedina casuale e intercambiabile di una massa che ci avvolge
tutti i giorni. La foto simbolo è lo specchio riassuntivo
di una memoria, è il suggello di una storia di formazione
che prevede, tra le sue varianti, la banalizzazione del male, l’ordinaria
capillarità delle pratiche di dominio. Il guinzaglio, nel
suo ridurre il rapporto tra custode e prigioniero al rapporto uomo-bestia,
è la pietra miliare, poco raffinata ma ostinatamente propensa
a ritornare in auge, di un rapporto pedagogico violento, in cui
l’accompagnatore costringe il riottoso a un percorso obbligato,
lo dispone entro il suo raggio d’azione per farne corpo raggiungibile
in qualsiasi momento, accessorio tutto integrato a un sistema a
cui partecipano entrambi. Le foto, nel mostrare le torture, inscenano
archetipi che, come sempre, apparivano superati dal battage del
progresso, e che invece ne dirigono le sorti [7].
Il
pedagogo dell’antichità, probabilmente, si sarà sentito
in diritto di sostituire, nel caso dell’alunno recalcitrante, al
vincolo della mano tesa ad accompagnare quello più rude del
laccio idoneo a costringere, ripetendo lo stesso gesto antropologicamente
depositato nell’addomesticamento delle bestie, ridotte da estranee
o nemiche a strumento docile. Un salto ulteriore, nello statuto
di queste tecniche di sorveglianza, si deve alla sostituzione del
legame diretto con quello reso possibile dallo sguardo, uno sguardo
che, potendosi allargare a raggiera, trova il suo luogo prima nel
Panopticon e poi nella società amministrata.
È
proprio sul guardare che si svolge parte del conflitto iracheno:
le torture sono meticolosamente, e in apparenza senza logica, fotografate,
così come le esecuzioni di inermi prigionieri divengono materiale
per voyeurs telematici.
Il
dominio sullo sguardo è il dispositivo pedagogico che sovrintende
a legacci e guinzagli di qualsiasi tipo. La riduzione dell’accaduto
nei termini delle dinamiche psicosociali appare, pertanto, consolatoria
e forse funzionale all’evitamento delle rispettive responsabilità.
Milgram
e Zimbardo hanno mostrato non solo, e non principalmente, effetti
spiacevoli riconducibili a tare della psiche o a prezzi dell’influenza
tra gruppi: il nucleo delle loro sorprendenti ricerche consiste
nel mostrare cosa può avvenire quando è in atto un
dispositivo pedagogico teso a produrre obbedienza. Le due situazioni
sperimentali presentano gli ingredienti tipici del setting pedagogico:
una gerarchia, un ordine seriale di obiettivi, gesti e comportamenti,
uno scopo esplicito accanto a un altro sovraordinato, una precisa
ripartizione del sapere e del potere, strumenti di controllo e correzione,
e infine un consenso maggioritario intorno a una scala di valori.
Partire
di qui, dalla riappropriazione, per la pedagogia, del proprio cono
d’ombra e del guinzaglio che a sua volta la lega al potere, significa
riconoscere innanzitutto che l’educazione “può far male,
[...] può letteralmente fare il male” [8]
ponendosi a rimorchio dell’obbedienza anziché come traino
dell’autonomia.
Occorre dunque assumere l’incrocio tra storie personali e storia
collettiva come snodo in cui si manifestano elaborazioni pedagogiche
mai neutre, segnate da rapporti di dominio o da tensioni liberatorie,
e restituire alla formazione il significato assolutamente prioritario
che le spetta. Altrimenti, come afferma M. Serra, non resta che
eleggere la soldatina Linndye a “star mondiale della malvagità”.
Bibliografia
[1]
Il concetto di dispositivo pedagogico, elaborato da R. Massa, si
riferisce a “unità strutturate di pratiche che architettano
e gestiscono spazi, scandiscono e colonizzano tempi, producono e
diffondono discorsi e relativi saperi, organizzano e celebrano rituali,
abitano e addestrano corpi, costituiscono e strutturano soggetti
“ (Mantegazza R., Filosofia dell’educazione, B. Mondadori,
1998, p. 183)
[2]
Serra M., L’amaca, “Repubblica”, 12 maggio 2004.
[3]
Haney C., Banks C., Jaffe D., Zimbardo P., Stanford Prison Experiment,
Stanford, Calif., P.G. Zimbardo, 1972.
[4]
Banuazizi A., Movahedi S., Interpersonal Dynamics in a Simulated
Prison: a Methodological Analysis, in “American Psychologist”,
30, 1975, p. 160.
[5]
Bronfenbrenner U., Ecologia dello sviluppo umano, tr. it.,
Il Mulino, Bologna, 1986, p. 151.
[6]
Cfr Zamparini A., in Milgram S., Obbedienza all’autorità,
tr. it., Einaudi, Torino, 2003.
[7]
Seguendo Nietzsche e Walter Benjamin, è da sottolineare come
il nuovo della cronaca nasconda il vecchissimo. La persistenza di
un nucleo archetipico, sotteso all’inedito, ridisegna la storia
cumulativa e la consegna all’ambito delle illusioni.
[8]
Mantegazza R., Pedagogia della resistenza, Enna, Città
Aperta, 2003, p. 122.
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