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Sono
sempre di più i genitori che vogliono sapere qual è
il quoziente dei figli. Secondo gli psicologi questa tendenza rischia
di danneggiare molti bambini.
ANNICK
COJEAN, LE MONDE, FRANCIA*
“Questa
smania per i test che misurano il quoziente d’intelligenza
(Qi) è spaventosa”, spiega al telefono la psicologa
Claire Meljac. “Molti miei colleghi sono allarmati per i danni
che possono subire alcuni bambini”. Meljac è troppo
abituata a soppesare le parole degli altri per non stare attenta
a quelle che usa lei stessa. Così quando parla di “catastrofe”,
quando denuncia “il commercio dell’intelligenza”,
quando si arrabbia per la “deificazione dei geni” è
chiaro che il malessere tra gli psicologi dell’infanzia è
fondato.
Meljac lavora all’Unità di psicologia del bambino e
dell’adolescente presso l’ospedale Saint-Anne di Parigi.
Da qualche anno, spiega la psicologa, i consultori per l’infanzia
sono sommersi di richieste che si potrebbero riassumere così:
“Presto, un Qi!”. I genitori si precipitano dallo psicologo
per sottoporre i figli al test d’intelligenza, soprattutto
quando i bambini hanno difficoltà a scuola. Sono convinti
di aver generato dei cervelloni e che il “supertalento”
dei ragazzi spieghi la noia che provano in classe e forse anche
la loro indisciplina. Inoltre pensano che un certificato con un
Qi elevato permetterà di capirli meglio e stimarli per quello
che valgono. Senza contare, aggiunge la psicologa, la riabilitazione
narcisistica degli adulti che, da genitori di un somaro, diventerebbero
genitori di un piccolo genio.
Servizi
intasati
“Con questi test mi è anche capitato di scoprire bambini
particolarmente dotati”, racconta Meljac, “ma nella
maggior parte dei casi non è così”. Tre quarti
dei bambini sottoposti al test non appartengono alla categoria sperata
dai genitori: intasano senza motivo i servizi ospedalieri e spesso
nascondono problemi che meritano più attenzione e cure, come
la difficoltà di apprendimento o l’autismo.
I genitori dovrebbero ascoltare la diagnosi di uno psicologo e abbandonare
la loro ossessione per il Qi. Ma molti non vogliono saperne: preferiscono
fare finta di niente e cercare qualcuno più accomodante.
Alcuni psicologi, spesso legati alle associazioni dei genitori di
bambini superdotati, accettano di eseguire test rapidi e poco costosi,
e sono pronti a sopprimere alcune prove che potrebbero far abbassare
il punteggio medio. Il punteggio del test è compreso tra
55 e 145: in genere meno dello 0,2 per cento della popolazione supera
i 145 punti, e i cosiddetti bambini superdotati - quelli con un
punteggio superiore a 130 - rappresentano solo il 2,2 per cento.
Uno
strumento prezioso
Anche Robert Voyazopoulos, psicologo del Ministero dell’istruzione
e docente all’Ecole de psychologues praticiens e all’università
Paris-V, è sorpreso dal record di richieste di test fatte
dai genitori. È felice per la rinnovata fiducia nell’esame
psicologico del bambino, ma si arrabbia per il modo sbagliato di
considerare il Qi, spesso scambiato per una misura oggettiva come
l’altezza o il peso. “È uno strumento prezioso”,
afferma Voyazopoulos. “La psicologia non si può basare
solo sull’ascolto e sull’osservazione del soggetto,
ma ha bisogno di strumenti di misura e di modelli di riferimento.
E il dato del Qì è il meno soggettivo e aleatorio
che ci sia. Ma dev’essere interpretato e collocato nel giusto
contesto psicologico: consegnarlo così com’è
ai genitori o alle istituzioni è assurdo, pericoloso e privo
di senso”. Secondo Voyazopoulos, è meglio illustrare
i dati ai genitori e dare il maggior numero d’informazioni
sulle capacità del bambino e sul suo stato psicologico.
Il test, quindi, è un punto di partenza per ipotesi e investigazioni.
E per ricordare che il Qi non è “né una fatalità
nè un destino”, Voyazopoulos e altri medici hanno scritto
un testo firmato da più di seicento specialisti. Secondo
Christine Arbisio, una dei firmatari, è sconfortante che
gli psicologi si prestino al gioco dei test istantanei. Arbisio
difflda anche di chi “considera l’intelligenza una categoria
ereditaria e minimizza l’influenza dell’ambiente culturale,
che invece è fondamentale”. Ma ciò che la colpisce
di più sono le aspettative riposte sui figli. “Vedo
soprattutto bambini superstimolati, spinti narcisisticamente a gratificare
i loro genitori. La ricerca del Qi è solo un sintomo di questa
società fanatica delle prestazioni”.
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