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L'intervista
narrativa sembra in tal senso sfuggire alla tradizionale classificazione
delle modalità di conduzione dei colloqui, che distingue
tra intervista strutturata (standardizzazione delle domande e delle
risposte, somministrazione di tutte le domande, rispetto dell'ordine
di somministrazione predefinito), intervista semistrutturata (assenza
di standardizzazione delle domande e delle risposte, somministrazione
di tutte le domande, ordine di somministrazione non prevedibile)
e intervista non strutturata (assenza di standardizzazione delle
domande e delle risposte, tipo e ordine di somministrazione delle
domande non prevedibile). L’intervista narrativa è caratterizzata
da tre aspetti principali:
-
Il ruolo attivo dell’intervistatore, che grazie alla sua competenza
in termini di processo narrativo ha l'opportunità di scegliere
quando e come intervenire a sostenere il racconto a partire da sollecitazioni
orientate di volta in volta a focalizzare, approfondire, amplificare
ecc. L'intervistatore non è una figura completamente neutra,
ma partecipa alla costruzione del materiale di ricerca e lo fa consapevolmente,
ovvero è in grado di controllare il proprio intervento rivolgendolo
a migliorare la qualità del materiale ma non a influenzarne
il contenuto.
-
La durata dell'interazione, che non può risolversi nell'arco
di una, due ore ma richiede un tempo variabile tra mezza giornata
e tre giornate in cui l'intervistato possa attingere alla propria
memoria personale in profondità, con la possibilità
di ripetere cose dette, di modificare le versioni dei fatti, di
integrarle con nuovi elementi, di stare in silenzio, di divagare,
di tentare collegamenti apparentemente impropri.
-
La definizione del formato del materiale atteso dall'intervistatore,
che esplicita una consegna in cui richiede all'intervistato di raccontare
episodi della propria esperienza di lavoro che considera significativi
in riferimento all'oggetto di ricerca. La produzione di racconti
si qualifica per la presenza di alcune regole, quali la definizione
di scenario, personaggi, problema, peripezia, soluzione, morale
(Greimas, 1983; Propp, 1928), che ne orientano la produzione. In
sintesi, l'intervistato è completamente libero di attingere
i contenuti delle storie dall'intero perimetro della propria esperienza,
ma per la loro esplicitazione utilizza un "canone" condiviso
a priori con l'intervistatore.
Risulta
evidente come il terzo carattere, la definizione del formato del
materiale atteso, non rientri tra quelli canonici per l'intervista
non strutturata: nell'intervista narrativa si chiede che le risposte
dell'intervistato vengano formulate come un racconto, ovvero che
assumano la forma di una o più storie.
In tal senso, come osservano Fontana e Frey (1994), non tutte le
domande sono in grado di produrre storie. Ad esempio, se si chiede
"Guardando alla tua vita, quali relazioni sono state importanti
per te?", sarà difficile raccogliere storie, mentre
se si chiede "Potresti descrivere una situazione in cui dovevi
decidere e non sapevi bene quale fosse la soluzione corretta?"
è più probabile che la risposta dell'intervistato
contenga una storia. Ciò evidenzia ulteriormente il bisogno
di considerare l'intervista narrativa come una modalità di
intervista a sé stante che difficilmente si può adattare
agli schemi abitualmente utilizzati per classificare le interviste.
Storie
vere o vere storie?
L'interrogativo che viene più frequentemente posto dai critici
dell'intervista narrativa (e più in generale dai critici
dello strumento dell'intervista) è: "Ma come fate a
essere certi che le storie che avete raccolto sono vere?".
Si tratta di un interrogativo da considerare in tutta la sua rilevanza
e in tutte le sue sfumature. Partiamo da queste. Quando si pone
tale interrogativo in realtà si possono intendere due cose:
-
gli enunciati che il soggetto formula nel corso dell'intervista
narrativa corrispondono a ciò che egli effettivamente pensa?
(ovvero, il soggetto mente deliberatamente?);
- la verità presentata dagli enunciati che il soggetto formula
nel corso dell'intervista narrativa trova una corrispondenza nella
realtà dei fatti? (ovvero, il soggetto distorce inconsapevolmente
la realtà?).
Il
problema sollevato dalla prima formulazione riguarda ogni strumento
di ricerca (questionari, interviste osservazione, diari ecc.) i
soggetti avranno sempre la possibilità di mentire, simulare,
nascondere. L'attenzione posta dal ricercatore nella definizione
del "contratto iniziale" con l'intervistato (di cui parleremo
più diffusamente nell'ultimo paragrafo) ha proprio lo scopo
di limitare il più possibile situazioni di questo tipo che
nella maggior parte dei casi trovano la loro origine nella scarsa
motivazione del soggetto a contribuire alla ricerca.
La seconda formulazione evidenzia una questione ben più sfidante
sul piano del metodo di ricerca. Per quanto nel mondo là
fuori possa esistere una realtà di fatti, la verità
è invece presente solo.
INTERVISTA
NARRATIVA AD UN RESPONSABILE DI PRODUZIONE INDUSTRIALE
Ricorda
nulla dei suoi primi anni di vita? Ricordo
eventi vissuti con piacere, come i periodi che trascorrevo con la
mia famiglia dai nonni, vicino a Mantova, presso il fiume Po. Andavo
a pescare con mio padre, ma i pesci mi infastidivano, allora giocavo
con mio fratello e i miei cugini, nei primi contatti con la natura
e con gli spazi aperti. Altri ricordi sono legati a delle operazioni
manuali che praticava mio nonno nell’eseguire innesti con le piante,
praticando la sua tradizione legata alla terra. Ricordo i momenti
in montagna con i mie genitori e con gli zii a Vigolo Vattaro.
Poi
cosa ricorda?
Ricordo le escursioni per i sentieri montani e boschivi e in cima
alla collina una piccola baita e fattoria i cui gestori elargivano
sempre un piccolo dono per noi bambini, come della marmellata, frutta
o miele, tutti prodotti locali.
Qual
è stata la sua prima esperienza della morte? Come l’ha vissuta? La
prima esperienza della morte l’ho vissuta assistendo al graduale
regresso del male tumorale di mia nonna paterna e quindi le preoccupazioni
della mia famiglia nel vedere la nonna sempre con il sorriso e felice,
pur soffrendo tantissimo, sempre molto contenta di avere accanto
a sé i suoi cari. Questo vissuto mi rassicurava su qualcosa
di tremendo che doveva accadere, anche se ero troppo piccolo per
ricordare i momenti del decesso.
Quali
erano le sue maggiori difficoltà da bambino?
Alcune
difficoltà che posso ricordare del mio passato sono legate
all’essermi percepito più grande, alla mia autopercezione
di grandezza o forse anche di maggiore maturità rispetto
ai ragazzi della mia età di cui per forza mi sentivo responsabile
in senso protettivo come un fratello maggiore. Questo era un peso,
ma anche e soprattutto una responsabilità. A volte qualche
dispetto, o scaramuccia, o litigio tra coetanei poteva generare
un dispiacere e un sentirsi messo da parte. Comunque non ho mai
avuto esperienze di isolamento dal gruppo, in realtà ero
molto integrato.
Qual
è il suo primo ricordo scolastico? Le è piaciuto il
primo approccio con la scuola?
Il
mio approccio con la scuola è stato molto carico di curiosità
e aspettative che mi hanno accompagnato per tutta la vita. La voglia
di scrivere e di esprimere pensieri, parlare di tematiche a me care,
ma soprattutto la mia passione nei confronti delle materie scientifiche,
il disegno, la matematica, nell’evoluzione del mio percorso di studi
si sono concretizzati nella mia attuale professione e nella passione
per il disegno tecnico e per quello che ruota intorno all’informatica
e alla programmazione.
Qual
era l’aspetto più difficile per Lei nei rapporti con l’altro
sesso?
Aspetti
particolarmente difficili non ne ho riscontrati…
Provi
a pensarci…
Certamente
una difficoltà è il confrontarsi nella differenza
di genere, il che mi è risultato e risulta essere più
complesso rispetto al dialogo con i propri pari. Capire le differenze,
stimolare l’interlocutore ad un dialogo costruttivo, non conoscendo
tutti i suoi aspetti più intimi dovuti appunto a implicite
diversità, conduce a pensare, a riflettere e a cercare di
trovare modalità di dialogo che non debbano né compatire
o discriminare l’altro, ma occorre cercare di tirar fuori maieuticamente
le caratteristiche migliori, forse una prerogativa più accentuata
nell’altro sesso, come la sensibilità, la fantasia, l’estro
creativo, caratteristiche di chi naturalmente è portata,
in quanto donna alla generazione e procreazione non solo di esseri
umani, ma soprattutto metaforicamente, esercitando maggiormente
l’estro e la fantasia, ossia madre creatrice.
Qual
è la cosa più importante che Le ha dato la Sua famiglia?
La
cosa più importante che ho ricevuto dalla mia famiglia è
il rispetto per quei valori in me costituzionali, per esempio il
rispetto altrui, il senso di giustizia senza l’uso della forza,
ma del raziocinio, dell’intelletto, del pensiero, tramite il dialogo
nel saper comunicare ed esprimere al mio prossimo principi di uguaglianza,
di pace, di amore, di rispetto per ogni creatura e cosa esistente.
Il senso della famiglia e dell’aiuto reciproco, dell’avere dei riferimenti
e punti cardine a cui appellarsi nel momento delle difficoltà
in cui trovare sempre un aiuto e una risorsa sono principi esistenziali
tramandati dalla mia famiglia, anche patriarcale, ossia dalla mia
famiglia estesa, metagenerazionale.
Come si descriverebbe da bambino?
Da bambino
ero un ragazzino sempre presente laddove accadeva un evento, quindi
sempre molto curioso, ma a volte alquanto introverso e timoroso
di un qualcosa che poteva rappresentare un pericolo per la mia incolumità.
Ero un ragazzo che amava molto la manualità nel realizzare
gli oggetti.
Per
esempio?
Ad esempio,
ricordo il lavoro con mio padre per la realizzazione di oggettistica
in legno. Ricordo il famosissimo “meccano” e l’elaborazione e la
creazione di suppellettili metalliche, con l’ausilio di strumenti,
che tuttora utilizzo nel lavoro e nella vita quotidiana. Quindi
la trasmissione di capacità e abilità manuali per
risolvere piccoli e grandi problemi della mia vita quotidiana, come
saper riparare un elettrodomestico guasto, oppure praticare interventi
idraulici, elettrici e meccanici… tutto questo è stato un
insegnamento, una trasmissione culturale ricevuta da parte di mio
padre. Da bambino ero molto curioso. Mi ricordo i miei primi esperimenti
di elettronica realizzati con mio fratello maggiore, più
grande di me di sei anni. Ricordo il mio primo computer con cui
ero molto curioso di imparare e di apprendere un nuovo modo di concepire
una realtà virtuale su computer.
Quali
sono state le decisioni più cruciali della sua vita?
Le
decisioni più cruciali che ho affrontato sono fondamentalmente
collegate a situazioni di lavoro e in particolar modo quando mi
sono trovato nella condizione di dover essere costretto a cambiare
impiego dopo undici anni di presenza nella mia prima società.
Questo cambiamento si è verificato fondamentalmente a causa
del non riconoscimento del forte impegno prestato nella gestione
e organizzazione del lavoro, dal momento che ho assunto un ruolo
di coordinamento. Sono stato costretto a cercare una nuova prospettiva
lavorativa, ma è stata soprattutto una mia decisione dettata
dall’invivibilità del clima aziendale.
Quando
riflette sul futuro, cosa la fa sentire più a disagio? Cosa
le da maggiori speranze?
Riflettendo
sul futuro, un aspetto che mi mette a disagio è la possibilità
di non riuscire ad ottenere determinati risultati professionali
e legati allo studio, magari anche e soprattutto per mancanza di
tempo pratico ed effettivo. Infatti sono completamente assorbito
dal nuovo attuale impiego che comunque mi soddisfa e mi appaga.
Spero sempre di riuscire a dimostrare le mie doti e capacità
in cui si finalizza il mio studio nell’impegno professionale, con
la possibilità, in futuro di riuscire a laurearmi in una
disciplina ingegneristica o comunque scientifica, come l’elettronica
e l’informatica.
Pensa
di avere dato un quadro completo di se stesso?
Chiaramente
non siamo entrati nei dettagli della mia storia evolutiva e formativa.
Non si sono analizzati tutti gli elementi e gli eventi che costituiscono
la storia della mia persona e l’evoluzione della mia individualità.
Comunque ho percorso un excursus anche simpatico che mi ha fatto
ripensare a momenti inizialmente della mia infanzia, poi dell’adolescenza,
fino a toccare le fasi di crescita più matura per approdare
alle vicende attuali.
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Autore:
Laura Tussi, laureata
in Lettere Moderne e in Filosofia, opera come giornalista pubblicista
e formatrice.
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