| [….]
Il confronto tra l’uomo e le bestie non ha che lo scopo di dimostrare
come la comunicazione sia la condizione universale e necessaria
dell’umanità. Essa è talmente essenziale che tutto
ciò che l’uomo è, e quello che per lui esiste, si
trova in un senso o nell’altro nella comunicazione. L’essere onnicomprensivo
che noi stessi siamo, è in ogni sua forma comunicazione.
L’essere onnicomprensivo in cui consiste l’essere stesso esiste
per noi soltanto quando nella sua comunicabilità diventa
parola o accoglie la nostra parola [….] non soltanto io non esisto
di fatto per me solo, ma io stesso non
posso pormi, in quanto io, senza formarmi senza realizzarmi insieme
con gli altri. [1]
La
comunicazione è una condizione dell’esistenza, necessaria
alla persona fin dal suo affacciarsi al mondo, un’espressione plasmata
sulla metafora che non limita il nesso temporale alla nascita ma
prende con sé ogni occasione della vita personale, percorsa
e segnata da episodi più o meno importanti i quali, come
quadri numerati, fanno parte di una biografia e passano attraverso
le stagioni di questa.
Come
persone si sperimenta, allora, cosa sia la comunicazione nel suo
distendersi nel tempo e come essa si modifichi nel corso di una
esistenza nelle forme temporali della vita, nei legami di relazione.
In una vita appena iniziata, ad esempio, il bisogno di qualcuno,
ma non qualunque, che sfami desideri declinati secondo modalità
primitive di possesso, avidità, eccitazioni, appetiti oggettivi
e fame d’amore.
Più in là, quando si è nelle fasi evolutive
della graduale conquista del sé e dell’identità, il
bisogno di appartenere all’altro che confermi antiche promesse d’amore.
Infine nella maturità della vita, quando, pur disincantati
dai tempi dell’emozioni primordiali ma non per questo indifferenti
ai sogni e alle speranze “Noi siamo della stessa sostanza di
cui son fatti i sogni” [2],
si sente il bisogno di raccontarsi e di farsi narrare nel pensiero
altrui alternando, nel colloquio con l’altro, occhiate impreviste
o volute sul proprio e altrui passato, a sguardi eloquenti sul presente
scambievole con vista sull’oriente del tempo.
La
comunicazione viene alla luce e si diffonde attraverso diverse forme,
può essere scritta oppure orale, altrimenti servirsi, nel
contempo, del lessico del corpo e delle sue movenze.
In ogni caso comunque sono riconoscibili alcuni tratti specifici
dell’una o dell’altra forma che caratterizzano il fluire della comunicazione.
La comunicazione, soprattutto dialogica, è scandita dai ritmi
e dai toni delle parole e dai tempi verbali con cadenze modulate
da conflitti e armonie, fra storie coniugate al passato, al presente
al futuro, dalla polisemia del linguaggio verbale e non verbale
del messaggio, dai silenzi che con tempismo perfetto aprono al significato
del non detto, uno spazio nel quale le parole mettono in serbo per
se stesse suoni e significato.
Le dinamiche linguistiche hanno un ruolo notevole nello scambio
comunicativo, il rapporto tra pensiero e linguaggio, fra linguaggio
e significato. Entrano in gioco i significati delle parole, i sensi
che noi diamo a certe espressioni: sarebbe sufficiente, in alcune
occasioni comunicative conflittuali riferire il significato delle
parole per sottrarsi ad eventuali equivoci, origine di contrasti
non voluti. Spesso infatti accade che mentre noi parliamo crediamo
che l’altro abbia le nostre stesse idee solo perché usiamo
uno stesso codice linguistico.
Con
deplorevole ritardo, ci si accorge, che molto spesso la comunicazione
è fatalmente piena di intendimenti al rovescio nonostante
si faccia uso dello stesso linguaggio.
Di per sé l’interazione comunicativa comporta sequenze molteplici
impostate su vari livelli: sintattici, semantici, pragmatici del
testo e del contesto; gli avvicendamenti a moto elicoidale delle
domande e delle risposte sono ricorrenti e spesso le intenzioni
del parlante si accavallano sull’attese dell’ascoltatore e viceversa.
Non solo. La complessità dell’interazione si estende ancora
di più se consideriamo la coesistenza di atti mentali che
contengono messaggi impliciti sovrapposti a quelli espliciti.
Il grado di cooperazione e di pertinenza delle domande e delle risposte
nella comunicazione non è garantito ogni volta, anzi è
possibile riflettere che sia le implicature linguistico/ cognitive
che le dinamiche psicologiche non sempre siano, per così
dire, sincronizzate con quello che si esprime a parole.
Nel
dialogo la comunicazione trova la sua paidéia: nelle forme
dialogiche le domande e le risposte sono indispensabili per procedere
nel cammino della conoscenza.
Nella comunicazione la conoscenza conquista un grado più
elevato perché diventa comprensione del Noi. La dialettica
importa sapienza dalle maglie dei pensieri, il dialogo come il telaio
disegna la trama di un complesso di idee che si rendono esplicite
nelle figurazioni, sempre nuove, della relazione comunicativa. Le
domande e le risposte non fanno parte di una requisitoria. Al contrario
esse stesse sono dispositivi necessari perché la comunicazione
svolga la funzione indispensabile, quella, cioè, di favorire
l’autonomia di pensiero, forme di pensiero critico emancipate da
codici ristretti che soffocano i significati del linguaggio e nello
stesso tempo menti pensanti capaci di evidenziare per raffronto
le carenze di un qualsivoglia ragionamento. Nel dialogo l’ascolto
attivo fa parte della pratica della comunicazione ed è una
parte importante della relazione perché comporta, fra l’altro,
l’analisi del modo d’esprimersi dell’interlocutore; un esame discreto
ma vigile che ha lo scopo non di valutare la correttezza delle frasi
quanto piuttosto di capire la semantica delle parole e da qui comprendere
i pensieri tra parlanti.
La
scelta di una parola piuttosto che un’altra svela la volontà
da parte della persona di un significato per quel termine; le parole,
pertanto, diventano frammenti di un linguaggio comunicativo particolare,
quello che va ad indagare, a porre nuove domande e dare nuove risposte.
Nel dialogo niente è immutabile se non la ricerca insistente
di conoscenza al di là del suo apparire esteriore.
Non è un caso infatti che il predicato di valore di un messaggio
scatta quando c’è in esso qualcosa di nuovo che suscita in
noi maggiore attenzione, una maggiore tensione come stato dinamico
della relazione: l’immanente del contenuto tende le corde dei pensieri
e delle emozioni e li fa vibrare per fare apparire dentro di noi
l’inatteso del messaggio. L’inatteso del messaggio che rende viva
la comunicazione e mantiene in contatto i soggetti fra loro altro
non è che l’atteso messaggio, latente nel nostro inconscio.
In questo intervallo di tempo fra l’inatteso e il compiuto si inseriscono
il contenuto del messaggio e la sua presa di contatto nel feed-back
di relazione.
La
comunicazione è un appuntamento tra persone durante il quale
gli interlocutori percorrono e possono conoscere, se vogliono, i
luoghi segreti del loro essere interiore e quelli altrettanto misteriosi
e ignoti custoditi nell’Altro fuori.
L’incontro può diventare allora tempo e spazio di narrazione
dialogica durante il quale i soggetti si intrattengono con le parole
per guardarsi attorno e osservare come i confini dell’uno e dell’altro
possono essere netti e definiti nei giochi dietro le quinte che
diventano nell’esplicito rituali di simulazione e di nascondimento.
Tutto può cambiare invece quando, liberi da sospetti e paure,
essi- i soggetti fra loro- si offrono con la comunicazione per diffondere
il suono del contatto e del confronto fra sé e il prossimo
in una relazione reciproca e reversibile, negoziando e ricostruendo
il messaggio, i suoi significati in rapporto al loro essere insieme.
La comunicazione tra persone muove i suoi passi dall’inquietudine
di ciò che è sconosciuto fra loro per l’appagamento
dell’essere nuovo-manifesto che sarà con il quale non hanno,
ancora, rapporti espliciti di pensiero – coscienza- e conoscenza
ma solo di intuizioni, percezioni, sensazioni in sospensione.
Nella
comunicazione si può essere sulle tracce di un passato proprio
e altrui per capire il presente pertinente a sé e all’altro
da sé e comprendere come metafore di pensieri al futuro le
speranze, le promesse, le aspirazioni, i sogni, le fantasie pronunciate.
Nel mentre della relazione comunicativa possono scoprirsi rituali
che, per il loro svolgersi, sono a metà strada, fra cerimonie
vaghe e per questo più sfumate di iniziazione e quelle proprie
del corteggiamento e dell’accoppiamento.
Il rituale di per sé rimanda al significato del rito che
come fenomeno appartiene alla storia e alle tradizioni delle religioni
oppure è incluso anche in alcune celebrazioni a livello di
gruppi sociali istituzionali (congressi politici- investiture di
cariche politiche- giuridiche ecc). Il rito può avere valenze
di affettività vissute per un valore o una credenza rinnovate
nella conferma dalla rassicurante ripetizione nel tempo. Tuttavia
esso indica anche le date particolari di una vita, quelle in cui
il tempo del rito è scandito dalle pagine voltate che segnano
i passaggi, i cambiamenti di una persona verso nuove forme di appartenenza
e di identità. Il rito denota il confine tra il passato e
il futuro, quella sottile linea al limite tra ciò che è
finito e ciò che sta per cominciare. Esso è l’incontro
dell’individuo con un altro mondo (individui altri) con il quale
si vuol condividere le regole e le simbologie, ma soprattutto si
desidera appartenere. La comunicazione è un appuntamento
con l’altro e su questa linea di senso i riti possono essere ammessi
a far parte della relazione dialogica secondo una graduale analogia
in virtù della codificazione dei termini “incontro” e “scambi
di appartenenza” come predicati di valore della comunicazione stessa.
Nel
rituale della comunicazione i partecipanti si muovono con circospezione,
si mettono alla prova comunicando parole e silenzi, disaccordi e
intese, ognuno per concedere – o negare- accesso reciproco al proprio
mondo.
...continua...
Note:
[1]
K., Jaspers, Ragione ed esistenza, I classici del pensiero,
Fabbri editori, Milano 1998, pp. 88-89.
[2] W., Shakespeare,
La Tempesta, Atto IV
torna
su
Bibliografia
K.,
Jaspers, Ragione ed esistenza, Fabbri editori, Milano,
1998
W., Shakespeare, La Tempesta, Atto IV
L.Cerioli, Appassionata Mente. Sul desiderio e la paura di conoscere,
FrancoAngeli Milano, 1998
Autore:
Daniela Boccanera,
laureata in Pedagogia e Sociologia, opera come docente di Filosofia
e Storia, nonché come formatrice in corsi per Insegnanti.
Ha frequentato il Master di Psicologia della comunicazione e tecniche
dialogiche. Attualmente sta conseguendo il Dottorato di Ricerca
in Psicologia della comunicazione e tecniche dialogiche presso l’Università
degli Studi di Macerata.
torna
su
|