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STUDI E RIFLESSIONI

 

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L’IO E L’ALTRO NEL FUTURO DI RELAZIONE:
DINAMICHE PSICOLOGICHE
prima parte

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di Daniela Boccanera

bibliografia

 

[….] Il confronto tra l’uomo e le bestie non ha che lo scopo di dimostrare come la comunicazione sia la condizione universale e necessaria dell’umanità. Essa è talmente essenziale che tutto ciò che l’uomo è, e quello che per lui esiste, si trova in un senso o nell’altro nella comunicazione. L’essere onnicomprensivo che noi stessi siamo, è in ogni sua forma comunicazione. L’essere onnicomprensivo in cui consiste l’essere stesso esiste per noi soltanto quando nella sua comunicabilità diventa parola o accoglie la nostra parola [….] non soltanto io non esisto di fatto per me solo, ma io stesso non posso pormi, in quanto io, senza formarmi senza realizzarmi insieme con gli altri. [1]

La comunicazione è una condizione dell’esistenza, necessaria alla persona fin dal suo affacciarsi al mondo, un’espressione plasmata sulla metafora che non limita il nesso temporale alla nascita ma prende con sé ogni occasione della vita personale, percorsa e segnata da episodi più o meno importanti i quali, come quadri numerati, fanno parte di una biografia e passano attraverso le stagioni di questa.

Come persone si sperimenta, allora, cosa sia la comunicazione nel suo distendersi nel tempo e come essa si modifichi nel corso di una esistenza nelle forme temporali della vita, nei legami di relazione.
In una vita appena iniziata, ad esempio, il bisogno di qualcuno, ma non qualunque, che sfami desideri declinati secondo modalità primitive di possesso, avidità, eccitazioni, appetiti oggettivi e fame d’amore.
Più in là, quando si è nelle fasi evolutive della graduale conquista del sé e dell’identità, il bisogno di appartenere all’altro che confermi antiche promesse d’amore.
Infine nella maturità della vita, quando, pur disincantati dai tempi dell’emozioni primordiali ma non per questo indifferenti ai sogni e alle speranze “Noi siamo della stessa sostanza di cui son fatti i sogni” [2], si sente il bisogno di raccontarsi e di farsi narrare nel pensiero altrui alternando, nel colloquio con l’altro, occhiate impreviste o volute sul proprio e altrui passato, a sguardi eloquenti sul presente scambievole con vista sull’oriente del tempo.

La comunicazione viene alla luce e si diffonde attraverso diverse forme, può essere scritta oppure orale, altrimenti servirsi, nel contempo, del lessico del corpo e delle sue movenze.
In ogni caso comunque sono riconoscibili alcuni tratti specifici dell’una o dell’altra forma che caratterizzano il fluire della comunicazione.
La comunicazione, soprattutto dialogica, è scandita dai ritmi e dai toni delle parole e dai tempi verbali con cadenze modulate da conflitti e armonie, fra storie coniugate al passato, al presente al futuro, dalla polisemia del linguaggio verbale e non verbale del messaggio, dai silenzi che con tempismo perfetto aprono al significato del non detto, uno spazio nel quale le parole mettono in serbo per se stesse suoni e significato.
Le dinamiche linguistiche hanno un ruolo notevole nello scambio comunicativo, il rapporto tra pensiero e linguaggio, fra linguaggio e significato. Entrano in gioco i significati delle parole, i sensi che noi diamo a certe espressioni: sarebbe sufficiente, in alcune occasioni comunicative conflittuali riferire il significato delle parole per sottrarsi ad eventuali equivoci, origine di contrasti non voluti. Spesso infatti accade che mentre noi parliamo crediamo che l’altro abbia le nostre stesse idee solo perché usiamo uno stesso codice linguistico.

Con deplorevole ritardo, ci si accorge, che molto spesso la comunicazione è fatalmente piena di intendimenti al rovescio nonostante si faccia uso dello stesso linguaggio.
Di per sé l’interazione comunicativa comporta sequenze molteplici impostate su vari livelli: sintattici, semantici, pragmatici del testo e del contesto; gli avvicendamenti a moto elicoidale delle domande e delle risposte sono ricorrenti e spesso le intenzioni del parlante si accavallano sull’attese dell’ascoltatore e viceversa.
Non solo. La complessità dell’interazione si estende ancora di più se consideriamo la coesistenza di atti mentali che contengono messaggi impliciti sovrapposti a quelli espliciti.
Il grado di cooperazione e di pertinenza delle domande e delle risposte nella comunicazione non è garantito ogni volta, anzi è possibile riflettere che sia le implicature linguistico/ cognitive che le dinamiche psicologiche non sempre siano, per così dire, sincronizzate con quello che si esprime a parole.

Nel dialogo la comunicazione trova la sua paidéia: nelle forme dialogiche le domande e le risposte sono indispensabili per procedere nel cammino della conoscenza.
Nella comunicazione la conoscenza conquista un grado più elevato perché diventa comprensione del Noi. La dialettica importa sapienza dalle maglie dei pensieri, il dialogo come il telaio disegna la trama di un complesso di idee che si rendono esplicite nelle figurazioni, sempre nuove, della relazione comunicativa. Le domande e le risposte non fanno parte di una requisitoria. Al contrario esse stesse sono dispositivi necessari perché la comunicazione svolga la funzione indispensabile, quella, cioè, di favorire l’autonomia di pensiero, forme di pensiero critico emancipate da codici ristretti che soffocano i significati del linguaggio e nello stesso tempo menti pensanti capaci di evidenziare per raffronto le carenze di un qualsivoglia ragionamento. Nel dialogo l’ascolto attivo fa parte della pratica della comunicazione ed è una parte importante della relazione perché comporta, fra l’altro, l’analisi del modo d’esprimersi dell’interlocutore; un esame discreto ma vigile che ha lo scopo non di valutare la correttezza delle frasi quanto piuttosto di capire la semantica delle parole e da qui comprendere i pensieri tra parlanti.

La scelta di una parola piuttosto che un’altra svela la volontà da parte della persona di un significato per quel termine; le parole, pertanto, diventano frammenti di un linguaggio comunicativo particolare, quello che va ad indagare, a porre nuove domande e dare nuove risposte. Nel dialogo niente è immutabile se non la ricerca insistente di conoscenza al di là del suo apparire esteriore.
Non è un caso infatti che il predicato di valore di un messaggio scatta quando c’è in esso qualcosa di nuovo che suscita in noi maggiore attenzione, una maggiore tensione come stato dinamico della relazione: l’immanente del contenuto tende le corde dei pensieri e delle emozioni e li fa vibrare per fare apparire dentro di noi l’inatteso del messaggio. L’inatteso del messaggio che rende viva la comunicazione e mantiene in contatto i soggetti fra loro altro non è che l’atteso messaggio, latente nel nostro inconscio.
In questo intervallo di tempo fra l’inatteso e il compiuto si inseriscono il contenuto del messaggio e la sua presa di contatto nel feed-back di relazione.

La comunicazione è un appuntamento tra persone durante il quale gli interlocutori percorrono e possono conoscere, se vogliono, i luoghi segreti del loro essere interiore e quelli altrettanto misteriosi e ignoti custoditi nell’Altro fuori.
L’incontro può diventare allora tempo e spazio di narrazione dialogica durante il quale i soggetti si intrattengono con le parole per guardarsi attorno e osservare come i confini dell’uno e dell’altro possono essere netti e definiti nei giochi dietro le quinte che diventano nell’esplicito rituali di simulazione e di nascondimento.
Tutto può cambiare invece quando, liberi da sospetti e paure, essi- i soggetti fra loro- si offrono con la comunicazione per diffondere il suono del contatto e del confronto fra sé e il prossimo in una relazione reciproca e reversibile, negoziando e ricostruendo il messaggio, i suoi significati in rapporto al loro essere insieme.
La comunicazione tra persone muove i suoi passi dall’inquietudine di ciò che è sconosciuto fra loro per l’appagamento dell’essere nuovo-manifesto che sarà con il quale non hanno, ancora, rapporti espliciti di pensiero – coscienza- e conoscenza ma solo di intuizioni, percezioni, sensazioni in sospensione.

Nella comunicazione si può essere sulle tracce di un passato proprio e altrui per capire il presente pertinente a sé e all’altro da sé e comprendere come metafore di pensieri al futuro le speranze, le promesse, le aspirazioni, i sogni, le fantasie pronunciate.
Nel mentre della relazione comunicativa possono scoprirsi rituali che, per il loro svolgersi, sono a metà strada, fra cerimonie vaghe e per questo più sfumate di iniziazione e quelle proprie del corteggiamento e dell’accoppiamento.
Il rituale di per sé rimanda al significato del rito che come fenomeno appartiene alla storia e alle tradizioni delle religioni oppure è incluso anche in alcune celebrazioni a livello di gruppi sociali istituzionali (congressi politici- investiture di cariche politiche- giuridiche ecc). Il rito può avere valenze di affettività vissute per un valore o una credenza rinnovate nella conferma dalla rassicurante ripetizione nel tempo. Tuttavia esso indica anche le date particolari di una vita, quelle in cui il tempo del rito è scandito dalle pagine voltate che segnano i passaggi, i cambiamenti di una persona verso nuove forme di appartenenza e di identità. Il rito denota il confine tra il passato e il futuro, quella sottile linea al limite tra ciò che è finito e ciò che sta per cominciare. Esso è l’incontro dell’individuo con un altro mondo (individui altri) con il quale si vuol condividere le regole e le simbologie, ma soprattutto si desidera appartenere. La comunicazione è un appuntamento con l’altro e su questa linea di senso i riti possono essere ammessi a far parte della relazione dialogica secondo una graduale analogia in virtù della codificazione dei termini “incontro” e “scambi di appartenenza” come predicati di valore della comunicazione stessa.

Nel rituale della comunicazione i partecipanti si muovono con circospezione, si mettono alla prova comunicando parole e silenzi, disaccordi e intese, ognuno per concedere – o negare- accesso reciproco al proprio mondo.

...continua...

Note:
[1] K., Jaspers, Ragione ed esistenza, I classici del pensiero, Fabbri editori, Milano 1998, pp. 88-89.
[2] W., Shakespeare, La Tempesta, Atto IV



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Bibliografia
K., Jaspers, Ragione ed esistenza, Fabbri editori, Milano, 1998
W., Shakespeare, La Tempesta, Atto IV
L.Cerioli, Appassionata Mente. Sul desiderio e la paura di conoscere, FrancoAngeli Milano, 1998

Autore: Daniela Boccanera, laureata in Pedagogia e Sociologia, opera come docente di Filosofia e Storia, nonché come formatrice in corsi per Insegnanti. Ha frequentato il Master di Psicologia della comunicazione e tecniche dialogiche. Attualmente sta conseguendo il Dottorato di Ricerca in Psicologia della comunicazione e tecniche dialogiche presso l’Università degli Studi di Macerata.

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copyright © Educare.it - Anno V, Numero 4, Marzo 2005


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