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In
questi ultimi anni, almeno sul piano teorico viene affermata e sostenuta
la necessità di una convergenza di competenze professionali diverse,
di una multidisciplinarietà e di una dimensione collettiva nell’approccio
alle problematiche del territorio.
L’operatore sociale che lavora all’interno dei servizi certamente
non può affrontare da solo le molteplici situazioni problematiche
che incontra nel territorio. In quanto membro di una èquipe deve
essere affiancato e sostenuto dalle altre figure professionali.
La
necessità della costruzione di contesti collaborativi, oltre che
a richiamare aspetti valoriali, è strettamente collegata alla necessità
di integrazione imposta dalla presenza, nella società attuale, di
elementi quali la complessità dei bisogni e delle risorse nonché
la limitatezza e scarsità di queste ultime.
Il lavoro d’èquipe è uno strumento operativo per tutta l’attività
del servizio sociale. Il sistema dove l’assistente sociale è inserito
è fatto di una organizzazione di servizi che si sovrappongono ed
è qui, all’interno di un sistema complesso e burocratizzato com’è
quello dei servizi pubblici dove si sviluppano interventi significativi,
che dovrebbero inserirsi il lavoro d’èquipe: unica strategia di
lavoro utile per contenere tale impatto organizzativo.
In questi ultimi anni sotto la spinta delle grandi trasformazioni
organizzative delle istituzioni e all’emergere sempre di più di
nuove figure professionali si sono formate èquipe inter e multidisciplinari
che impongono nuovi percorsi formativi e di crescita. Tra le più
importanti èquipe multiprofessionali nate dal sorgere di nuove aree
d’intervento possiamo citare, in particolare, quelle che sono state
istituite all’interno dell’area dell’handicap, SerT, materno-infantile,
ecc.
Il
lavoro d’èquipe rappresenta una vera e propria risorsa del lavoro
sociale all’interno di servizi diversi; è il metodo più efficace
di lavoro per favorire il raggiungimento degli obiettivi professionali
ed inoltre tutela l’operatore da eventuali rischi di isolamento
e di <burn-out> professionale (1).
La trasformazione innescata nei servizi socio-sanitari dalle leggi
di trasferimento delle competenze dello Stato agli enti locali ha
lasciato spazio ad assetti diversi per quanto riguarda orientamenti,
metodologie e procedure e ha portato l’assistente sociale dall’esperienza
in cui era il solo titolare della funzione, operatore unico, ad
una attività interprofessionale, applicata mediante il lavoro di
èquipe.
Lavoro
d’èquipe
Visto
che competenza richiede specializzazione dello studio e dei compiti,
nasce la necessità che le problematiche debbano essere affrontate
da diverse professionalità, ognuna delle quali le deve considerare
nella propria competenza specifica, per poi passare ad una sintesi
collettiva che valuti la situazione, appunto, di équipe, sia per
chiarire le cause del disadattamento o disabilità che per instaurare
tutto quanto è necessario all’integrazione ed al recupero.
L’équipe
per funzionare, deve essere composta da operatori tutti allo stesso
livello, con eguali spazi d’intervento e d’espressione, rispettando
il grado d’autonomia decisionale d’ogni professionalità. L’autonomia
tecnica che caratterizza le professioni consente a ciascun operatore
di decidere responsabilmente, nella consapevolezza che agendo in
questo modo si mantengono degli ambiti di riservatezza che salvaguardano
la persona senza sottrarre elementi utili ad una valutazione congiunta.
Come riporta la Cellentani (2)
che, riassumendo riguardo al come pensare l’èquipe, afferma che
ogni gruppo si costituisce sempre a partire da un compito, che il
compito rappresenta l’aspetto razionale dell’attività mentale di
un gruppo e che in ogni gruppo si muovono sempre tendenze emotive
molto forti che possono ostacolare il processo di sviluppo del gruppo
verso il compito. Ciascuna professione ha bisogno di spazi di riflessione,
di momenti di scambio che siano tra pari, che consentono di rassicurarsi
rispetto all’identità professionale, identificare dei confini chiari,
non per trincerarsi dietro. Ma per potere più serenamente aprirsi
ad un confronto interprofessionale (3).
Il
lavoro d’èquipe richiede, pertanto, una formazione specifica che
consenta alle diverse figure professionali di mettere a disposizione
il patrimonio di conoscenze senza paure di prevaricazioni e senza
atteggiamenti di delega o disimpegno. Deve essere costruita una
cultura muntidisciplinare in cui il tempo per lavorare in gruppo
sia programmato e <protetto> con responsabilità, assicurando
la presenza e la partecipazione attiva di tutti i membri dell’èquipe.
La
società di oggi, proprio per la sua caratteristica di complessità,
ha più che mai bisogno di gruppi di lavoro in cui siano presenti
diverse posizioni, differenti punti di vista che possano dar origine
ad un dialogo fruttuoso ed ad un confronto costruttivo (4).
L’aumento delle professionalità
coinvolte nei servizi alla persona ed alla famiglia consente di
affrontare in maniera più articolata e specifica le situazioni.
Lavorare in èquipe, ciascuno con la propria specificità, ma per
assolvere una funzione comune, richiede ad ogni professionista coinvolto
una serie di condizioni, di atteggiamenti che si possono ravvisare
in:
-
consapevolezza
del proprio ruolo, delle proprie potenzialità, ma anche dei
propri limiti, sui quali è necessario mantenere una vigile attenzione,
-
lealtà e rispetto
reciproci,
-
competenza nella
propria professione e conoscenza del ruolo delle altre,
-
riconoscimento
e valorizzazione degli interventi e delle prestazioni degli
altri,
-
definizione di
una metodologia comune di intervento.
Gli obiettivi del
lavoro d’èquipe sono:
-
raccordare verso
la persona che necessita di un intervento tutte le tecniche
professionali necessarie,
-
costruire omogeneità
complementare per le figure professionali,
-
realizzare una
lettura comune e collettiva del territorio, elaborare una metodologia
d’intervento simile per le diverse professionalità impegnate.
Lavorare in èquipe
è utile in quanto, grazie all’apporto di professionalità diverse
si arriva ad una visione più definita, integrata e globale dei bisogni
espressi dalla persona. E’ essenziale che ogni operatore si metta
in rapporto con gli altri con un senso di autocritica e non con
un atteggiamento difensivo e conflittuale. Soltanto così potranno
svilupparsi una crescita collettiva ed una collaborazione reciproca.
La realtà della pratica del lavoro interdisciplinare può nascondere
anche grandi difficoltà, laddove, principalmente esiste un sistema
poco comunicante tra operatori e servizi e quando emergono confusioni,
cioè quando l’operatore non focalizza il proprio intervento su progetti
unitari che definiscono e sostengono il lavoro sul territorio.
Lavorando in èquipe si userà la tecnica della presa di decisione
collettiva che prevede alcune fasi:
-
raccogliere informazioni
sul problema,
-
analizzare il
problema nelle sue varie sfaccettature,
-
elaborazione
comune delle possibili soluzioni del problema visto dalle varie
professionalità.
Per lavorare insieme
è necessario che ogni operatore facente parte dell’èquipe abbia
una sua collocazione, propria della professione che esercita, uno
specifico in grado di garantirgli quello spazio di autonomia professionale
senza la quale ogni intervento di collaborazione diventa inutile.
Il lavoro d’èquipe deve dare vita ad un processo di reciproca costruzione
di un patrimonio comune riducendo la quantità di specifico professionale
di ognuno ma aumentandone la qualità ed il livello di professionalità.
Il lavoro d’èquipe deve essere finalizzato (5)
a:
-
proficua collaborazione
interprofessionale,
-
scambio di opinioni,
lavoro di gruppo,
-
vantaggi e risorse
che l’èquipe può offrire,
-
valenza autoformativa,
-
efficienza ed
efficacia dei servizi nella risoluzione dei problemi.
Si crea così una
prospettiva più ampia per l’assistente sociale nella trattazione
del caso, nell’approfondimento dei fatti, nella diagnosi, favorendo
così un interscambio ed un autocontrollo (6).
Lavorando in èquipe si crea una particolare sinergia tra i vari
operatori che consente di fornire alla persona un trattamento di
tipo psico-sociale-sanitario prevedendo il confluire di più e diverse
risorse e formazioni esperienziali nel caso che si sta trattando.
Il funzionamento dell’èquipe diventa a rischio se:
-
l’èquipe è troppo
rigida nei ruoli e nelle funzioni,
-
i ruoli sono
troppo statici,
-
è presente competitività
e rivalità tra i vari professionisti,
-
sono presenti
livelli di comunicazione disfunzionale.
Gli indicatori positivi
per un buon funzionamento di una èquipe sono:
-
presenza obiettivi
comuni e condivisi,
-
valorizzazione
delle varie personalità e professionalità,
-
senso di appartenenza
all’èquipe,
-
equa distribuzione
delle responsabilità tra tutti i componenti,
-
attribuzioni
di compiti specifici ad ogni componente.
Il lavoro d’èquipe
favorisce una <auto-supervisione di gruppo> e ciò si
realizza attraverso l'interscambio delle proprie esperienze emotive,
personali che possono essere un valido supporto professionale nella
trattazione del caso. Il confronto reciproco e continuo è un valido
aiuto per attenuare quegli atteggiamenti di identificazione e di
proiezione che si creano nella relazione tra operatori e utente.
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Lavoro
d’èquipe e lavoro di rete Stiamo
parlando di auspici, di dover essere. Ma le cose potrebbero anche
andare in modo diverso. Una corretta impostazione professionale
dei singoli professionisti, che li dispone in un atteggiamento collaborativi
così come un saldo senso deontologico, che li disponga nello stesso
modo, possono non esserci, o non bastare. Una èquipe pluriprofessionale
è una squadra di diversi operatori, con qualifiche e ruoli funzionali
diversi, che appartengono ad uno stesso Ente. Essi in genere si
riuniscono e si coordinano sotto la direzione del responsabile del
servizio. Nell’èquipe la collaborazione è un dovere d’ufficio.
Nel lavoro di rete, tutto è più destrutturato, e anche spesso, perciò,
più complicato. In una rete i professionisti che si incontrano appartengono
a servizi diversi, e questi a loro volta si incontrano con la controparte
naturale: le famiglie, la comunità, ecc. Tutte questi componenti
si ritrovano alla pari, in linea di principio. Il principio gerarchico
che fa funzionale un’èquipe non vale nel lavoro di rete, dove l’enfasi
è piuttosto posta sulla collaborazione tra differenti organizzazioni
e tra differenti tipi di persone a livello locale (7).
Dalla
collaborazione interprofessionale entrano in gioco sia dinamiche
proprie che quelle legate all’integrazione dei servizi di diversa
natura. In questo quadro l’A.S. diventa colui che riporta ad unitarietà
l’intervento, sintetizzando i diversi apporti specialistici delle
varie figure professionali. La responsabilità professionale dell’assistente
sociale, quindi, non è quella di dare una specifica risposta mirata
e segmentaria, bensì di attivare, organizzare ed integrare la varietà
di risorse informali e formali necessarie alla complessità "soggettiva"
del bisogno (8)..
Per
esercitare questa funzione altamente specializzata, l’assistente
sociale rimane un operatore unico (9).
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