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Mappatura
In
questo tipo di progetti, realizzare la mappatura topografica di
un territorio significa innanzitutto ricostruire alcuni di quelli
che Martini e Sequi chiamano i "profili"(1) della comunità:
il profilo territoriale (confini, caratteristiche geografiche,
insediamenti urbani, infrastrutture e vie di comunicazione, ecc.),
il profilo demografico (caratteristiche anagrafiche, distribuzione
spaziale e per fasce d'età degli abitanti, flussi di immigrazione
ed emigrazione, ecc.), il profilo economico (attività produttive
esistenti, situazione occupazionale, ecc.), il profilo istituzionale
e dei servizi (organizzazione politico-amministrativa, tipologie
dei servizi sanitari, socio-educativi, culturali e ricreativi,
realtà del terzo settore e del volontariato, ecc.). Sono
queste le prime "fotografie" della realtà territoriale
che consentono agli operatori di orizzontarsi, iniziando a comprendere
quale sia lo scenario di fondo nel quale sono chiamati ad intervenire.
E' utile in particolare ricuperare informazioni e dati quantitativi
su alcuni fenomeni che possono avere per protagonisti gli adolescenti
del territorio: ripetenze, bocciature ed abbandoni scolastici,
casi seguiti dai Servizi socio-sanitari, consumatori di sostanze
conosciuti dal Ser.T., denunce e segnalazioni alle forze dell'ordine
per microcriminalità ed atti vandalici, ecc. In questa
tappa del lavoro la raccolta di dati, specie di quelli a carattere
anagrafico e statistico, a volte può mettere a dura prova
la resistenza degli operatori, non solo per la difficoltà
di reperire dati informatizzati ed organizzati in maniera sistematica,
in particolare presso i servizi pubblici, ma anche per gli ostacoli
di carattere burocratico talora frapposti alla concessione degli
stessi da parte delle varie fonti. Contemporaneamente alla ricerca
di queste informazioni può iniziare il lavoro di osservazione-ricognizione
sul campo, mirato a costruire una mappa attendibile delle aggregazioni
spontanee di adolescenti.
Percorrendo
le strade in diverse ore della giornata e nei diversi giorni della
settimana ed effettuando uscite ripetute in fasce orarie diverse
(prima di cena, dopo cena, al pomeriggio e di mattina), è
possibile verificare in modo sufficientemente attendibile la presenza
effettiva di gruppi e la loro stanzialità. E' importante
anche considerare i segnali che i gruppi lasciano di sé
nei luoghi di ritrovo (dalle scritte sui muri ad altre tracce,
come i danni all'arredo urbano o i resti di uso di sostanze alteranti),
la cui lettura ed interpretazione concorre a fornire ulteriori
indicazioni circa la natura e la qualità della loro presenza.
Già
in questa fase iniziale del lavoro in strada è utile che
gli operatori, oltre che dotarsi di opportuni strumenti di rilevazione
(come una scheda di osservazione dei gruppi informali, da compilare
a seguito delle varie ricognizioni effettuate in ore e giorni
diversi sul territorio), si rendano via via sempre più
consapevoli di quale sia lo spirito che li anima nell'accingersi
a frequentare - e, quindi, comunque a perturbare - un mondo, quello
dei gruppi naturali, che non è il loro. A tale proposito
L.R. Raimondo(2) offre un'interessante panoramica di alcuni dei
possibili atteggiamenti dell'operatore che si propone di lavorare
in strada con le aggregazioni informali di adolescenti.
Detto
in altri termini é importante che gli operatori di strada
possano imparare, sin dall'inizio, a riconoscere quali sono i
"fantasmi"(3) che li "abitano" nel loro intervento: anche il semplice
stazionare o girovagare nel territorio, se realizzato con stile
e modalità da "controllori" piuttosto che da "terapeuti",
da "missionari", da "esploratori" ovvero da "giovani mimetizzati",
può sin dall'inizio veicolare dei messaggi e produrre degli
effetti, positivi e/o negativi, sulle future relazioni con i vari
soggetti e, in particolare, con gli adolescenti dei gruppi informali.
Per questo, oltre alla professionalità del singolo operatore,
in questa fase può rivelarsi più o meno utile il
tipo di organizzazione che il gruppo di lavoro riesce a darsi,
a seconda che essa preveda o no uno spazio per poter confrontare
e rivisitare assieme attese, vissuti, impressioni, obiettivi impliciti,
chiavi di lettura, riferimenti epistemologici e modelli d'intervento.
Allo
stesso modo é importante che gli operatori possano rendersi
consapevoli delle proprie rappresentazioni e dei propri stereotipi
(positivi o negativi) rispetto agli adolescenti e, in particolare,
alle loro forme di aggregazione spontanea; sono queste infatti
le "lenti", attraverso le quali chi lavora in strada osserva e
legge i fenomeni che vi avvengono, che possono "distorcere" in
maniera più o meno forte gli avvenimenti con ricadute a
volte negative sul futuro rapporto tra operatori e gruppi. L'allenamento
e l'abitudine, acquisiti mediante il lavoro in équipe,
a tenere conto dei propri modi di vedere possono tornare estremamente
utili agli operatori lungo tutta la fase della cosiddetta mappatura
cognitiva, che procede parallelamente al lavoro di ricognizione
ed osservazione dei gruppi. L'obiettivo principale di questo momento
di lavoro infatti è quello di ricostruire da un lato le
rappresentazioni che i vari soggetti del territorio (opinion-leaders,
testimoni privilegiati, operatori grezzi) hanno delle aggregazioni
informali giovanili, dall'altro (a mano a mano che nasce e si
sviluppa una relazione con le compagnie) le percezioni ed i vissuti
degli adolescenti dei gruppi informali rispetto al mondo adulto
ed istituzionale. In particolare può tornare utile agli
operatori la rilevazione di quei pregiudizi e di quelle stigmatizzazioni
reciproche che, se esistono, spesso incentivano la fisiologica
conflittualità esistente tra adulti ed adolescenti, tra
mondo formale e mondo informale, costituendo talora un serio ostacolo
allo sviluppo di relazioni significative e utili per i vari soggetti
che vivono nel territorio.
Il
materiale raccolto, solitamente attraverso un sistematico lavoro
di interviste a queste persone, costituisce una buona base di
partenza per tracciare il primo abbozzo di una mappa delle relazioni
esistenti tra i vari destinatari dell'intervento e per definire
con maggior precisione alcuni obiettivi del lavoro di strada,
una finalità del quale può essere proprio il miglioramento
della qualità dei rapporti all'interno della comunità
nella quale il progetto opera.
2. Primo contatto (aggancio)
Tuttavia
il lavoro di mappatura relazionale, mirato non solo a riscontrare
i legami esistenti tra i gruppi naturali e gli altri soggetti,
ma anche a rilevare quali siano e come evolvano i rapporti all'interno
dei gruppi e tra i gruppi e gli operatori, inizia solamente dopo
che si sono sviluppati i primi contatti con le compagnie di adolescenti.
Questa è una delle fasi più delicate ed impegnative,
almeno stando all'esperienza degli operatori, dell'intero percorso
di lavoro; la costruzione di una relazione significativa è
la premessa indispensabile dalla quale dipendono le possibilità
di realizzare o meno con questi gruppi un percorso, il quale,
è bene ricordarlo, non può essere mai imposto ma
solo costruito attraverso la negoziazione tra operatori ed adolescenti.
Le
strategie utilizzabili per tentare il primo approccio sono sostanzialmente
di due tipi: dirette o indirette. Le prime, sia che ci si presenti
esplicitamente come "operatori di strada", sia che si utilizzi
il "pretesto" di stare realizzando un lavoro di ricerca con i
giovani, presentano tutti vantaggi e gli svantaggi dell'impatto
immediato (in senso letterale, senza alcuna mediazione) con tutto
il gruppo: un certo livello di ansia per gli operatori che devono
misurarsi con il timore del rifiuto e del fallimento, la possibilità
di rompere subito il ghiaccio anche facendo leva sulla curiosità
tipica degli adolescenti, il rischio di un conflitto, di fare
un'esperienza negativa che comprometta le possibilità di
sviluppo della relazione perché difficile da elaborare
per gli operatori e/o per il gruppo.
Spesso
può essere utile accompagnare l'approccio diretto al gruppo
con alcuni accorgimenti che riducano il livello di diffidenza
o di timore reciproci, mettendo anche gli operatori maggiormente
a proprio agio: presentarsi in maniera informale offrendo qualcosa
da mangiare o creando un momento piacevole ed inaspettato (in
estate distribuendo i gelati o l'anguria, o una bevanda calda
se ci si trova fuori al freddo d'inverno, ad esempio), oppure
avvicinarsi al gruppo usando un "codice comunicativo" (tipo il
giocare a calcio, a basket o ad altri giochi) che riduca momentaneamente
la lontananza tra operatori e gruppo, rispettando al contempo
regole e ritmi di quest'ultimo, sono tutte piccole attenzioni
che possono aumentare le probabilità di un buon esito del
primo contatto.
Le
strategie indirette, forse più indicate laddove si avverta
un clima di elevata diffidenza da parte del gruppo nei confronti
dell'esterno, prevedono un ruolo di mediazione tra operatori e
gruppo, quello cosiddetto del "portinaio", che può essere
svolto sia da un componente del gruppo stesso - che, innescando
un processo "a carambola" o "a palla di neve", consente di contattare
uno dopo l'altro gli altri membri della compagnia - o da un soggetto
esterno, anche adulto, il quale goda della fiducia degli adolescenti
e possa fare da garante per gli operatori. A fronte dell'indubbio
vantaggio rappresentato dalla "morbidezza" e dalla gradualità
di questa strategia di approccio, essa presenta però il
limite della difficoltà o, a volte, dell'impossibilità
di individuare il portinaio "giusto", specie in presenza di gruppi
particolarmente isolati o stigmatizzati.
3. Consolidamento della relazione
Superato
lo scoglio del primo contatto solitamente si apre un'altra fase
molto delicata ed interessante nel lavoro con i gruppi. E' un
momento di studio reciproco, che può anche sfociare in
un mancato aggancio o in una chiusura del rapporto anticipata
rispetto ai piani degli operatori, durante il quale, spesso in
modo inconsapevole, il gruppo e gli operatori si mettono reciprocamente
alla prova e, così facendo, pongono le premesse per la
crescita della relazione. Di fronte alla costante presenza degli
operatori nel "loro" territorio nel gruppo possono emergere, più
o meno esplicitamente, alcune domande - "Ma come mai continuate
a venire qui ?", "Ma siete dei Carabinieri ?", "Noi non abbiamo
problemi, perché venite a cercarci ?", "Quanto ci possiamo
fidare di voi?", "Fino a che punto ci rispettate veramente per
quello che siamo e quanto, al di là delle parole, in realtà
volete cambiarci o controllarci ?", "Siete veramente degli adulti
diversi dagli altri ?", "State con noi o ...?", "Davvero vi interessa
di noi oppure siete qui solo perché vi pagano ?" - che
spesso non vengono espresse attraverso il canale verbale ma piuttosto
agite e, proprio per questo, non sono sempre facili da comprendere
e rileggere. Questi comportamenti esprimono tutta l'ambivalenza
di un rapporto che, essendo nato artificialmente, si misura allo
stesso tempo con le dimensioni della curiosità e del sospetto,
della fiducia e della diffidenza, dello slancio e della paura,
della lealtà e della trasgressione, della gratuità
e della manipolazione.
Anche
gli operatori, specularmente al gruppo, in questa fase attraversano
analoghi stati d'animo dalla loro posizione di adulti e di professionisti
che si giocano, fuori dai setting tradizionali dei servizi, in
un rapporto sicuramente atipico e a volte ambiguo: un rapporto
che chiede frequentemente di essere ridefinito nella costante
attenzione sia di rispettare tempi e codici dei gruppi naturali,
sia di mantenersi sempre su due registri: quello della simmetria,
intesa come possibilità di un confronto alla pari, e quello
dell'asimmetria, che da modo agli operatori di ribadire il proprio
ruolo di adulti/educatori e di non mistificare così la
relazione con gli adolescenti.
Agli
operatori di strada spetta dunque il non facile compito di saper
tollerare non solo i propri dubbi e la propria ambivalenza - "Essere
professionisti distaccati o amici, adulti o pari, rigidi o tolleranti,
costanti o incostanti ?" - ma anche quelli del gruppo, spesso
manifestati attraverso le piccole-grandi sfide e provocazioni
che molte volte rappresentano il linguaggio preferito degli adolescenti:
mancare ad appuntamenti concordati, mettere alla prova la "tenuta"
e la capacità di contenimento, ma anche di rispetto dei
confini, degli operatori, aggredire verbalmente, tentare di sedurre
- specie se l'operatore è dell'altro sesso -, minacciare
lo scontro fisico, provocare mediante l'uso di sostanze, ecc.
Attraversare
queste esperienze, che spesso producono una effettiva rinegoziazione,
anch'essa implicita nella maggior parte dei casi, dei rapporti
tra operatori e gruppo, fa in modo che la relazione tra di essi
si rafforzi sempre più, magari proprio perché il
gruppo comincia man mano ad avvertire che può fidarsi di
questi "intrusi", capaci di reggere, di "contenerlo" e di essere
al tempo stesso discreti e rispettosi. Contribuiscono a questi
esiti anche tutti quei momenti di stimolo o quelle proposte, che
spontaneamente nascono dal gruppo, o che gli operatori possono
introdurre, e che spesso permettono di ridimensionare attese e
fantasie reciproche più o meno sproporzionate.
Può
capitare ad esempio che la pretesa degli operatori, del resto
tipica di molti adulti, che un gruppo di adolescenti passi quasi
automaticamente dall'espressione di un desiderio ( "Perché
non facciamo un torneo di biliardo tra noi adesso che é
autunno, fuori piove e fa freddo e non sappiamo dove stare ?")
alla capacità di organizzarsi per tradurlo in realtà,
si scontri con la fantasia dei ragazzi che, una volta manifestato
il bisogno, sia l'adulto a risolvere tutti i problemi facendosi
carico della realizzazione dell'iniziativa. E' in questi momenti,
forse, che per gli operatori diventa estremamente importante "saper
stare al proprio posto", senza cedere alla tentazione di accettare
una delega sicuramente gratificante - proprio perché rafforza
in loro l'idea di essere quelli che rispondono ai bisogni dei
ragazzi - finendo però di fatto con il sostituirsi a loro,
ma lavorando invece perché emergano appieno, oltre ai desideri,
anche le competenze e le risorse del gruppo e mantenendo così
continuità ed intenzionalità nel proprio intervento
educativo.
Accompagnare
in questo modo degli adolescenti in simili, sia pur limitate,
esperienze può produrre significativi mutamenti sia nella
qualità e nel clima dei rapporti tra essi e gli operatori,
come aumento della fiducia e della stima reciproca, sia tra i
ragazzi in termini di crescita del protagonismo, rispetto ai propri
bisogni/desideri e all'utilizzo del proprio tempo, e della capacità
di valorizzare le potenzialità cognitive, affettive e relazionali
del gruppo. Ma un simile percorso consente anche di rompere alcune
stereotipie e rigidità comportamentali e di sperimentare
nuove modalità e possibilità di relazione all'interno
della compagnia e nei rapporti del gruppo con l'esterno.
4.
Micro-progettualità
Per
riconoscere un'evoluzione significativa della relazione operatori-gruppi
un utile indicatore può essere rappresentato dalle richieste
di "consulenza" e di "supporto", più o meno dirette, che
possono essere rivolte dagli adolescenti per le questioni più
svariate: da quelle affettive alla ricerca di lavoro, dalle esperienze
con le sostanze alle difficoltà scolastiche, dai rapporti
con i familiari a quelli all'interno del gruppo. Anche in questi
momenti è importante che gli operatori riescano definire
e rispettare i limiti del proprio ruolo all'interno della relazione,
evitando di proporre legami di dipendenza o a carattere assistenzialistico
per puntare invece a rinforzare e a promuovere le risorse dell'interlocutore,
singolo o gruppo.
Proprio
questa caratteristica del lavoro di strada con i gruppi, l'essere
cioè fortemente connotato da un ascolto non giudicante,
dal rispetto di ritmi, codici e valori e dei cosiddetti destinatari
dell'intervento, da una costante attenzione a far emergere i bisogni
reali degli adolescenti e a promuoverne il protagonismo, impone
agli operatori di strada di non predefinire rigidamente programmi
e iniziative ma di costruire con i ragazzi stessi le microprogettualità
di volta in volta più adeguate per essi e, quindi, originali,
accettando sia la fatica di misurarsi con l'eventualità
di dover rivedere i propri obiettivi sia l'incertezza rispetto
ai loro tempi di realizzazione.
In
questo modo diventa possibile offrire agli adolescenti del gruppo
un modello diverso di relazione con il mondo adulto, non più
caratterizzata esclusivamente dallo scontro o dall'impossibilità
di comunicare (così di frequente lamentata da parecchi
adulti quando si parla di difficoltà nei rapporti con gli
adolescenti), ma significativamente "alternativa", anche perché
frutto di un "pezzo di strada" fatto assieme.
Sperimentare,
mediante quella specie di "laboratorio" che viene ad essere la
relazione con gli educatori, una diversa possibilità di
rapporto può talvolta avere delle ricadute positive anche
sulle abituali relazioni che il gruppo vive con il mondo adulto
o istituzionale e viceversa. Per illustrare questa affermazione
forse può essere utile riportare un brano tratto da una
relazione di operatori di strada impegnati da Giugno '92 a Giugno
'94 nel Progetto pilota "Interventi con operatori di strada" della
Regione Veneto: "...C'era sempre della grande tensione tra adulti
e gruppo perché i ragazzi spostavano alcune delle panchine
che erano posizionate vicino al campetto, le sradicavano e le
piazzavano in maniera diversa; questo veniva visto dagli adulti
solo come l'ennesimo atto di teppismo, di vandalismo degli adolescenti,
finché dopo un lungo e faticoso percorso di incontri e
riunioni con noi operatori di strada, gli adulti hanno cominciato
a chiedersi: "Ma che cosa ci vogliono dire questi qua con questo
comportamento?". A quel punto, la nostra risposta è stata:
"Perché non provate a chiederglielo ?". Così, seguendo
questo invito, per la prima volta, il gruppo si è trovato
di fronte, in un incontro mediato da noi operatori di strada,
degli adulti che si rapportavano in maniera diversa, non stereotipata,
non spaventata, e che alla fine hanno scoperto perché i
ragazzi facevano questa cosa così strana dello sradicare
le panchine. Loro dicevano: "Ci avete messo tutte le panchine
dritte, e noi se vogliamo parlare in cerchio tra di noi non ci
riusciamo, per cui l'unico modo che abbiamo è spostarle
!...".
Credo
che questo episodio possa dirci parecchie cose sul processo di
lavoro in strada con i gruppi adolescenti.
Un
primo importante aspetto di questo percorso, l'abbiamo già
visto ma è utile ribadirlo, è quello dell'imparare
ad osservare ed ascoltare senza giudicare, e comunque acquisendo
consapevolezza dei propri stereotipi, i fenomeni che avvengono
in un territorio, in particolare quelli che vedono tra i protagonisti
principali gli adolescenti ed i giovani con le loro aggregazioni
informali. Dall'esperienza sul campo, così come si può
notare dall'esempio sopra riportato, appare evidente che il fissarsi
sulle proprie opinioni o sui luoghi comuni, precludendosi ipotesi
di lettura alternative, ha nella maggior parte dei casi effetti
inutili se non addirittura negativi sullo sviluppo delle relazioni
tra il mondo degli adulti, più o meno formalizzato, e quello
delle aggregazioni naturali di adolescenti.
Altro
atteggiamento fondamentale è quello legato alla capacità
di riconoscere la positività dell'"informale", rispettandone
le caratteristiche e promuovendone le potenzialità, come
dice Roberto Merlo(4): "Se parti dal disagio allora il lavoro
di strada non può che essere sulle forme del disagio manifesto,
se partiamo dalla gestione dei rischi" - come nel caso della compagnia
di ragazzi che non si fa, ma vive la propria vita sulla strada
o nei giardini - "il lavoro di strada è, in tutte le forme
che possiamo immaginare, là dove individuiamo situazioni
in cui è possibile aumentare il governo delle relazioni:
là dove c'è un conflitto e vi è la possibilità
di intervenire spostandosi dal piano riparativo a quello della
promozione". In quest'ottica diventa estremamente utile saper
"perdere tempo" con i ragazzi, riuscire a rimanere fuori dalla
logica eccessivamente rigida del servizio strutturato o dell'iniziativa
preconfezionata, a non predeterminare rigidamente i percorsi ed
i progetti (in un altro brano della relazione degli operatori
di strada veniva evidenziato che "gli adulti avevano provato svariate
volte a coinvolgere i ragazzi in attività e iniziative
organizzate per essi dai grandi") e ad essere invece disponibili
alle novità che possono prodursi nella relazione con gli
adolescenti.
Allo
stesso modo è importante costruirsi una credibilità
e conquistarsi sul campo la fiducia degli adolescenti, evitando
le "scimmiottature" che tentano di negare le differenze esistenti
o fanno sorgere fantasie di manipolazione, rivelando il proprio
interesse per le persone senza cadere in eccessi di coinvolgimento
o in confusioni di ruolo, tollerando incostanza ed ambivalenze
anche sapendo ribadire confini che contengano e rassicurino chi
sta ancora faticosamente costruendosi un'identità nel proprio
percorso di svincolo dalla famiglia d'origine.
Infine
l'episodio riportato dalla relazione degli operatori ci dice qualcosa
anche rispetto alla famosa funzione di "ponte" che chi lavora
in strada può e deve esercitare. Ritengo che essa non si
esaurisca esclusivamente in un intervento di mediazione, sia pure
importantissimo, che in qualche modo "ricuce" i fili più
o meno spezzati delle relazioni, dell'individuo con se stesso
e con la propria storia, dei legami all'interno di un gruppo o
della rete di rapporti tra gruppi, soggetti e servizi di una comunità.
Credo che possa costituire soprattutto una "possibilità
di passaggio" - verso una maggiore capacità di gestire
i propri problemi, di rivendicare i propri diritti di cittadinanza,
di esprimere appieno i propri bisogni e le proprie potenzialità
- per tutti i soggetti con i quali gli operatori di strada si
trovano a lavorare.
Tutto
ciò implica però che anche gli stessi operatori
siano disponibili a pensarsi "di passaggio", pronti a fare al
momento opportuno un passo indietro, destinati cioè a restituire
fino in fondo competenze e potere ad adolescenti ed adulti, accettando
di distaccarsi dal percorso realizzato e dalle persone incontrate,
anche se non si tratta mai di un'operazione indolore e domanda
soprattutto di fare i conti fino in fondo con le proprie fantasie
d'indispensabilità. |