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STUDI E RIFLESSIONI

 

LE FASI NEL LAVORO DI STRADA CON GLI ADOLESCENTI

di Alessio Cazzin

"Quattro fasi nel lavoro di strada con adolescenti", pubblicato in "Animazione Sociale", 1999, n. 1

Sommario:

Mappatura |Primo contatto |Consolidamento della relazione |Micro-progettualità

Nell'ambito degli interventi di strada le fasi che caratterizzano il processo di lavoro con i gruppi informali di adolescenti sono, di solito, quattro: mappatura, contatto, consolidamento della relazione e realizzazione di micro-progettualità. Solo per semplicità di esposizione sono qui elencate in successione lineare: in realtà, nello sviluppo temporale degli interventi, capita di frequente che le diverse operazioni si sovrappongano, realizzandosi almeno in parte contemporaneamente (è difficile, ad esempio, "mappare" un gruppo senza entrare mai in contatto con esso !).

Ognuna di queste quattro fasi si articola, in momenti diversi, su più livelli, così rappresentabili schematicamente:

Mappatura

  • Topografica
  • Cognitiva
  • Dei bisogni
  • Relazionale
  • Dei risultati

Contatto/Aggancio

  • Primo contatto
  • Aggancio

Consolidamento della relazione

  • Costruzione di una relazione significativa
  • Riconoscimento dell'OdS come adulto significativo

Micro-progettualità

  • Proposte - stimolo
  • Sviluppo delle competenze/potenzialità del gruppo
  • Sviluppo delle relazioni gruppo - territorio

Schema tratto da AA.VV. a cura di F. Guaita (1998), Progetto sperimentale "Interventi di prevenzione con Operatori di strada: organizzazione, operatività, valutazione", Regione del Veneto. Rielaborazione dell'autore.

1. Mappatura

In questo tipo di progetti, realizzare la mappatura topografica di un territorio significa innanzitutto ricostruire alcuni di quelli che Martini e Sequi chiamano i "profili"(1) della comunità: il profilo territoriale (confini, caratteristiche geografiche, insediamenti urbani, infrastrutture e vie di comunicazione, ecc.), il profilo demografico (caratteristiche anagrafiche, distribuzione spaziale e per fasce d'età degli abitanti, flussi di immigrazione ed emigrazione, ecc.), il profilo economico (attività produttive esistenti, situazione occupazionale, ecc.), il profilo istituzionale e dei servizi (organizzazione politico-amministrativa, tipologie dei servizi sanitari, socio-educativi, culturali e ricreativi, realtà del terzo settore e del volontariato, ecc.). Sono queste le prime "fotografie" della realtà territoriale che consentono agli operatori di orizzontarsi, iniziando a comprendere quale sia lo scenario di fondo nel quale sono chiamati ad intervenire. E' utile in particolare ricuperare informazioni e dati quantitativi su alcuni fenomeni che possono avere per protagonisti gli adolescenti del territorio: ripetenze, bocciature ed abbandoni scolastici, casi seguiti dai Servizi socio-sanitari, consumatori di sostanze conosciuti dal Ser.T., denunce e segnalazioni alle forze dell'ordine per microcriminalità ed atti vandalici, ecc. In questa tappa del lavoro la raccolta di dati, specie di quelli a carattere anagrafico e statistico, a volte può mettere a dura prova la resistenza degli operatori, non solo per la difficoltà di reperire dati informatizzati ed organizzati in maniera sistematica, in particolare presso i servizi pubblici, ma anche per gli ostacoli di carattere burocratico talora frapposti alla concessione degli stessi da parte delle varie fonti. Contemporaneamente alla ricerca di queste informazioni può iniziare il lavoro di osservazione-ricognizione sul campo, mirato a costruire una mappa attendibile delle aggregazioni spontanee di adolescenti.

Percorrendo le strade in diverse ore della giornata e nei diversi giorni della settimana ed effettuando uscite ripetute in fasce orarie diverse (prima di cena, dopo cena, al pomeriggio e di mattina), è possibile verificare in modo sufficientemente attendibile la presenza effettiva di gruppi e la loro stanzialità. E' importante anche considerare i segnali che i gruppi lasciano di sé nei luoghi di ritrovo (dalle scritte sui muri ad altre tracce, come i danni all'arredo urbano o i resti di uso di sostanze alteranti), la cui lettura ed interpretazione concorre a fornire ulteriori indicazioni circa la natura e la qualità della loro presenza.

Già in questa fase iniziale del lavoro in strada è utile che gli operatori, oltre che dotarsi di opportuni strumenti di rilevazione (come una scheda di osservazione dei gruppi informali, da compilare a seguito delle varie ricognizioni effettuate in ore e giorni diversi sul territorio), si rendano via via sempre più consapevoli di quale sia lo spirito che li anima nell'accingersi a frequentare - e, quindi, comunque a perturbare - un mondo, quello dei gruppi naturali, che non è il loro. A tale proposito L.R. Raimondo(2) offre un'interessante panoramica di alcuni dei possibili atteggiamenti dell'operatore che si propone di lavorare in strada con le aggregazioni informali di adolescenti.

Detto in altri termini é importante che gli operatori di strada possano imparare, sin dall'inizio, a riconoscere quali sono i "fantasmi"(3) che li "abitano" nel loro intervento: anche il semplice stazionare o girovagare nel territorio, se realizzato con stile e modalità da "controllori" piuttosto che da "terapeuti", da "missionari", da "esploratori" ovvero da "giovani mimetizzati", può sin dall'inizio veicolare dei messaggi e produrre degli effetti, positivi e/o negativi, sulle future relazioni con i vari soggetti e, in particolare, con gli adolescenti dei gruppi informali. Per questo, oltre alla professionalità del singolo operatore, in questa fase può rivelarsi più o meno utile il tipo di organizzazione che il gruppo di lavoro riesce a darsi, a seconda che essa preveda o no uno spazio per poter confrontare e rivisitare assieme attese, vissuti, impressioni, obiettivi impliciti, chiavi di lettura, riferimenti epistemologici e modelli d'intervento.

Allo stesso modo é importante che gli operatori possano rendersi consapevoli delle proprie rappresentazioni e dei propri stereotipi (positivi o negativi) rispetto agli adolescenti e, in particolare, alle loro forme di aggregazione spontanea; sono queste infatti le "lenti", attraverso le quali chi lavora in strada osserva e legge i fenomeni che vi avvengono, che possono "distorcere" in maniera più o meno forte gli avvenimenti con ricadute a volte negative sul futuro rapporto tra operatori e gruppi. L'allenamento e l'abitudine, acquisiti mediante il lavoro in équipe, a tenere conto dei propri modi di vedere possono tornare estremamente utili agli operatori lungo tutta la fase della cosiddetta mappatura cognitiva, che procede parallelamente al lavoro di ricognizione ed osservazione dei gruppi. L'obiettivo principale di questo momento di lavoro infatti è quello di ricostruire da un lato le rappresentazioni che i vari soggetti del territorio (opinion-leaders, testimoni privilegiati, operatori grezzi) hanno delle aggregazioni informali giovanili, dall'altro (a mano a mano che nasce e si sviluppa una relazione con le compagnie) le percezioni ed i vissuti degli adolescenti dei gruppi informali rispetto al mondo adulto ed istituzionale. In particolare può tornare utile agli operatori la rilevazione di quei pregiudizi e di quelle stigmatizzazioni reciproche che, se esistono, spesso incentivano la fisiologica conflittualità esistente tra adulti ed adolescenti, tra mondo formale e mondo informale, costituendo talora un serio ostacolo allo sviluppo di relazioni significative e utili per i vari soggetti che vivono nel territorio.

Il materiale raccolto, solitamente attraverso un sistematico lavoro di interviste a queste persone, costituisce una buona base di partenza per tracciare il primo abbozzo di una mappa delle relazioni esistenti tra i vari destinatari dell'intervento e per definire con maggior precisione alcuni obiettivi del lavoro di strada, una finalità del quale può essere proprio il miglioramento della qualità dei rapporti all'interno della comunità nella quale il progetto opera.

2. Primo contatto (aggancio)

Tuttavia il lavoro di mappatura relazionale, mirato non solo a riscontrare i legami esistenti tra i gruppi naturali e gli altri soggetti, ma anche a rilevare quali siano e come evolvano i rapporti all'interno dei gruppi e tra i gruppi e gli operatori, inizia solamente dopo che si sono sviluppati i primi contatti con le compagnie di adolescenti. Questa è una delle fasi più delicate ed impegnative, almeno stando all'esperienza degli operatori, dell'intero percorso di lavoro; la costruzione di una relazione significativa è la premessa indispensabile dalla quale dipendono le possibilità di realizzare o meno con questi gruppi un percorso, il quale, è bene ricordarlo, non può essere mai imposto ma solo costruito attraverso la negoziazione tra operatori ed adolescenti.

Le strategie utilizzabili per tentare il primo approccio sono sostanzialmente di due tipi: dirette o indirette. Le prime, sia che ci si presenti esplicitamente come "operatori di strada", sia che si utilizzi il "pretesto" di stare realizzando un lavoro di ricerca con i giovani, presentano tutti vantaggi e gli svantaggi dell'impatto immediato (in senso letterale, senza alcuna mediazione) con tutto il gruppo: un certo livello di ansia per gli operatori che devono misurarsi con il timore del rifiuto e del fallimento, la possibilità di rompere subito il ghiaccio anche facendo leva sulla curiosità tipica degli adolescenti, il rischio di un conflitto, di fare un'esperienza negativa che comprometta le possibilità di sviluppo della relazione perché difficile da elaborare per gli operatori e/o per il gruppo.

Spesso può essere utile accompagnare l'approccio diretto al gruppo con alcuni accorgimenti che riducano il livello di diffidenza o di timore reciproci, mettendo anche gli operatori maggiormente a proprio agio: presentarsi in maniera informale offrendo qualcosa da mangiare o creando un momento piacevole ed inaspettato (in estate distribuendo i gelati o l'anguria, o una bevanda calda se ci si trova fuori al freddo d'inverno, ad esempio), oppure avvicinarsi al gruppo usando un "codice comunicativo" (tipo il giocare a calcio, a basket o ad altri giochi) che riduca momentaneamente la lontananza tra operatori e gruppo, rispettando al contempo regole e ritmi di quest'ultimo, sono tutte piccole attenzioni che possono aumentare le probabilità di un buon esito del primo contatto.

Le strategie indirette, forse più indicate laddove si avverta un clima di elevata diffidenza da parte del gruppo nei confronti dell'esterno, prevedono un ruolo di mediazione tra operatori e gruppo, quello cosiddetto del "portinaio", che può essere svolto sia da un componente del gruppo stesso - che, innescando un processo "a carambola" o "a palla di neve", consente di contattare uno dopo l'altro gli altri membri della compagnia - o da un soggetto esterno, anche adulto, il quale goda della fiducia degli adolescenti e possa fare da garante per gli operatori. A fronte dell'indubbio vantaggio rappresentato dalla "morbidezza" e dalla gradualità di questa strategia di approccio, essa presenta però il limite della difficoltà o, a volte, dell'impossibilità di individuare il portinaio "giusto", specie in presenza di gruppi particolarmente isolati o stigmatizzati.

3. Consolidamento della relazione

Superato lo scoglio del primo contatto solitamente si apre un'altra fase molto delicata ed interessante nel lavoro con i gruppi. E' un momento di studio reciproco, che può anche sfociare in un mancato aggancio o in una chiusura del rapporto anticipata rispetto ai piani degli operatori, durante il quale, spesso in modo inconsapevole, il gruppo e gli operatori si mettono reciprocamente alla prova e, così facendo, pongono le premesse per la crescita della relazione. Di fronte alla costante presenza degli operatori nel "loro" territorio nel gruppo possono emergere, più o meno esplicitamente, alcune domande - "Ma come mai continuate a venire qui ?", "Ma siete dei Carabinieri ?", "Noi non abbiamo problemi, perché venite a cercarci ?", "Quanto ci possiamo fidare di voi?", "Fino a che punto ci rispettate veramente per quello che siamo e quanto, al di là delle parole, in realtà volete cambiarci o controllarci ?", "Siete veramente degli adulti diversi dagli altri ?", "State con noi o ...?", "Davvero vi interessa di noi oppure siete qui solo perché vi pagano ?" - che spesso non vengono espresse attraverso il canale verbale ma piuttosto agite e, proprio per questo, non sono sempre facili da comprendere e rileggere. Questi comportamenti esprimono tutta l'ambivalenza di un rapporto che, essendo nato artificialmente, si misura allo stesso tempo con le dimensioni della curiosità e del sospetto, della fiducia e della diffidenza, dello slancio e della paura, della lealtà e della trasgressione, della gratuità e della manipolazione.

Anche gli operatori, specularmente al gruppo, in questa fase attraversano analoghi stati d'animo dalla loro posizione di adulti e di professionisti che si giocano, fuori dai setting tradizionali dei servizi, in un rapporto sicuramente atipico e a volte ambiguo: un rapporto che chiede frequentemente di essere ridefinito nella costante attenzione sia di rispettare tempi e codici dei gruppi naturali, sia di mantenersi sempre su due registri: quello della simmetria, intesa come possibilità di un confronto alla pari, e quello dell'asimmetria, che da modo agli operatori di ribadire il proprio ruolo di adulti/educatori e di non mistificare così la relazione con gli adolescenti.

Agli operatori di strada spetta dunque il non facile compito di saper tollerare non solo i propri dubbi e la propria ambivalenza - "Essere professionisti distaccati o amici, adulti o pari, rigidi o tolleranti, costanti o incostanti ?" - ma anche quelli del gruppo, spesso manifestati attraverso le piccole-grandi sfide e provocazioni che molte volte rappresentano il linguaggio preferito degli adolescenti: mancare ad appuntamenti concordati, mettere alla prova la "tenuta" e la capacità di contenimento, ma anche di rispetto dei confini, degli operatori, aggredire verbalmente, tentare di sedurre - specie se l'operatore è dell'altro sesso -, minacciare lo scontro fisico, provocare mediante l'uso di sostanze, ecc.

Attraversare queste esperienze, che spesso producono una effettiva rinegoziazione, anch'essa implicita nella maggior parte dei casi, dei rapporti tra operatori e gruppo, fa in modo che la relazione tra di essi si rafforzi sempre più, magari proprio perché il gruppo comincia man mano ad avvertire che può fidarsi di questi "intrusi", capaci di reggere, di "contenerlo" e di essere al tempo stesso discreti e rispettosi. Contribuiscono a questi esiti anche tutti quei momenti di stimolo o quelle proposte, che spontaneamente nascono dal gruppo, o che gli operatori possono introdurre, e che spesso permettono di ridimensionare attese e fantasie reciproche più o meno sproporzionate.

Può capitare ad esempio che la pretesa degli operatori, del resto tipica di molti adulti, che un gruppo di adolescenti passi quasi automaticamente dall'espressione di un desiderio ( "Perché non facciamo un torneo di biliardo tra noi adesso che é autunno, fuori piove e fa freddo e non sappiamo dove stare ?") alla capacità di organizzarsi per tradurlo in realtà, si scontri con la fantasia dei ragazzi che, una volta manifestato il bisogno, sia l'adulto a risolvere tutti i problemi facendosi carico della realizzazione dell'iniziativa. E' in questi momenti, forse, che per gli operatori diventa estremamente importante "saper stare al proprio posto", senza cedere alla tentazione di accettare una delega sicuramente gratificante - proprio perché rafforza in loro l'idea di essere quelli che rispondono ai bisogni dei ragazzi - finendo però di fatto con il sostituirsi a loro, ma lavorando invece perché emergano appieno, oltre ai desideri, anche le competenze e le risorse del gruppo e mantenendo così continuità ed intenzionalità nel proprio intervento educativo.

Accompagnare in questo modo degli adolescenti in simili, sia pur limitate, esperienze può produrre significativi mutamenti sia nella qualità e nel clima dei rapporti tra essi e gli operatori, come aumento della fiducia e della stima reciproca, sia tra i ragazzi in termini di crescita del protagonismo, rispetto ai propri bisogni/desideri e all'utilizzo del proprio tempo, e della capacità di valorizzare le potenzialità cognitive, affettive e relazionali del gruppo. Ma un simile percorso consente anche di rompere alcune stereotipie e rigidità comportamentali e di sperimentare nuove modalità e possibilità di relazione all'interno della compagnia e nei rapporti del gruppo con l'esterno.

4. Micro-progettualità

Per riconoscere un'evoluzione significativa della relazione operatori-gruppi un utile indicatore può essere rappresentato dalle richieste di "consulenza" e di "supporto", più o meno dirette, che possono essere rivolte dagli adolescenti per le questioni più svariate: da quelle affettive alla ricerca di lavoro, dalle esperienze con le sostanze alle difficoltà scolastiche, dai rapporti con i familiari a quelli all'interno del gruppo. Anche in questi momenti è importante che gli operatori riescano definire e rispettare i limiti del proprio ruolo all'interno della relazione, evitando di proporre legami di dipendenza o a carattere assistenzialistico per puntare invece a rinforzare e a promuovere le risorse dell'interlocutore, singolo o gruppo.

Proprio questa caratteristica del lavoro di strada con i gruppi, l'essere cioè fortemente connotato da un ascolto non giudicante, dal rispetto di ritmi, codici e valori e dei cosiddetti destinatari dell'intervento, da una costante attenzione a far emergere i bisogni reali degli adolescenti e a promuoverne il protagonismo, impone agli operatori di strada di non predefinire rigidamente programmi e iniziative ma di costruire con i ragazzi stessi le microprogettualità di volta in volta più adeguate per essi e, quindi, originali, accettando sia la fatica di misurarsi con l'eventualità di dover rivedere i propri obiettivi sia l'incertezza rispetto ai loro tempi di realizzazione.

In questo modo diventa possibile offrire agli adolescenti del gruppo un modello diverso di relazione con il mondo adulto, non più caratterizzata esclusivamente dallo scontro o dall'impossibilità di comunicare (così di frequente lamentata da parecchi adulti quando si parla di difficoltà nei rapporti con gli adolescenti), ma significativamente "alternativa", anche perché frutto di un "pezzo di strada" fatto assieme.

Sperimentare, mediante quella specie di "laboratorio" che viene ad essere la relazione con gli educatori, una diversa possibilità di rapporto può talvolta avere delle ricadute positive anche sulle abituali relazioni che il gruppo vive con il mondo adulto o istituzionale e viceversa. Per illustrare questa affermazione forse può essere utile riportare un brano tratto da una relazione di operatori di strada impegnati da Giugno '92 a Giugno '94 nel Progetto pilota "Interventi con operatori di strada" della Regione Veneto: "...C'era sempre della grande tensione tra adulti e gruppo perché i ragazzi spostavano alcune delle panchine che erano posizionate vicino al campetto, le sradicavano e le piazzavano in maniera diversa; questo veniva visto dagli adulti solo come l'ennesimo atto di teppismo, di vandalismo degli adolescenti, finché dopo un lungo e faticoso percorso di incontri e riunioni con noi operatori di strada, gli adulti hanno cominciato a chiedersi: "Ma che cosa ci vogliono dire questi qua con questo comportamento?". A quel punto, la nostra risposta è stata: "Perché non provate a chiederglielo ?". Così, seguendo questo invito, per la prima volta, il gruppo si è trovato di fronte, in un incontro mediato da noi operatori di strada, degli adulti che si rapportavano in maniera diversa, non stereotipata, non spaventata, e che alla fine hanno scoperto perché i ragazzi facevano questa cosa così strana dello sradicare le panchine. Loro dicevano: "Ci avete messo tutte le panchine dritte, e noi se vogliamo parlare in cerchio tra di noi non ci riusciamo, per cui l'unico modo che abbiamo è spostarle !...".

Credo che questo episodio possa dirci parecchie cose sul processo di lavoro in strada con i gruppi adolescenti.

Un primo importante aspetto di questo percorso, l'abbiamo già visto ma è utile ribadirlo, è quello dell'imparare ad osservare ed ascoltare senza giudicare, e comunque acquisendo consapevolezza dei propri stereotipi, i fenomeni che avvengono in un territorio, in particolare quelli che vedono tra i protagonisti principali gli adolescenti ed i giovani con le loro aggregazioni informali. Dall'esperienza sul campo, così come si può notare dall'esempio sopra riportato, appare evidente che il fissarsi sulle proprie opinioni o sui luoghi comuni, precludendosi ipotesi di lettura alternative, ha nella maggior parte dei casi effetti inutili se non addirittura negativi sullo sviluppo delle relazioni tra il mondo degli adulti, più o meno formalizzato, e quello delle aggregazioni naturali di adolescenti.

Altro atteggiamento fondamentale è quello legato alla capacità di riconoscere la positività dell'"informale", rispettandone le caratteristiche e promuovendone le potenzialità, come dice Roberto Merlo(4): "Se parti dal disagio allora il lavoro di strada non può che essere sulle forme del disagio manifesto, se partiamo dalla gestione dei rischi" - come nel caso della compagnia di ragazzi che non si fa, ma vive la propria vita sulla strada o nei giardini - "il lavoro di strada è, in tutte le forme che possiamo immaginare, là dove individuiamo situazioni in cui è possibile aumentare il governo delle relazioni: là dove c'è un conflitto e vi è la possibilità di intervenire spostandosi dal piano riparativo a quello della promozione". In quest'ottica diventa estremamente utile saper "perdere tempo" con i ragazzi, riuscire a rimanere fuori dalla logica eccessivamente rigida del servizio strutturato o dell'iniziativa preconfezionata, a non predeterminare rigidamente i percorsi ed i progetti (in un altro brano della relazione degli operatori di strada veniva evidenziato che "gli adulti avevano provato svariate volte a coinvolgere i ragazzi in attività e iniziative organizzate per essi dai grandi") e ad essere invece disponibili alle novità che possono prodursi nella relazione con gli adolescenti.

Allo stesso modo è importante costruirsi una credibilità e conquistarsi sul campo la fiducia degli adolescenti, evitando le "scimmiottature" che tentano di negare le differenze esistenti o fanno sorgere fantasie di manipolazione, rivelando il proprio interesse per le persone senza cadere in eccessi di coinvolgimento o in confusioni di ruolo, tollerando incostanza ed ambivalenze anche sapendo ribadire confini che contengano e rassicurino chi sta ancora faticosamente costruendosi un'identità nel proprio percorso di svincolo dalla famiglia d'origine.

Infine l'episodio riportato dalla relazione degli operatori ci dice qualcosa anche rispetto alla famosa funzione di "ponte" che chi lavora in strada può e deve esercitare. Ritengo che essa non si esaurisca esclusivamente in un intervento di mediazione, sia pure importantissimo, che in qualche modo "ricuce" i fili più o meno spezzati delle relazioni, dell'individuo con se stesso e con la propria storia, dei legami all'interno di un gruppo o della rete di rapporti tra gruppi, soggetti e servizi di una comunità. Credo che possa costituire soprattutto una "possibilità di passaggio" - verso una maggiore capacità di gestire i propri problemi, di rivendicare i propri diritti di cittadinanza, di esprimere appieno i propri bisogni e le proprie potenzialità - per tutti i soggetti con i quali gli operatori di strada si trovano a lavorare.

Tutto ciò implica però che anche gli stessi operatori siano disponibili a pensarsi "di passaggio", pronti a fare al momento opportuno un passo indietro, destinati cioè a restituire fino in fondo competenze e potere ad adolescenti ed adulti, accettando di distaccarsi dal percorso realizzato e dalle persone incontrate, anche se non si tratta mai di un'operazione indolore e domanda soprattutto di fare i conti fino in fondo con le proprie fantasie d'indispensabilità.

NOTE:

1) Martini E.R., Sequi R. (1988), Il lavoro nella comunità, Cap.2, NIS, Roma.

2) Raimondo L.R., Il lavoro di strada con i gruppi, in Fuori orario 14, n.2, febbraio 1997.

3) Croce M., Tra la via Emilia e il Ser.T., in Animazione sociale, n.9, settembre 1997.

4) Merlo R. in Fuori orario 14, op.cit.

L'autore:

Alessio Cazzin, educatore professionale - animatore, lavora presso il Ser.T. di Mirano (VE) dell'Azienda Ulss 13 della Regione Veneto. Attualmente è Responsabile dei sei Progetti "Interventi con Operatori di strada" attivati dall'Associazione dei Comuni del Miranese per il coordinamento delle Politiche giovanili. Opera inoltre in attività di formazione nel Veneto e nel Trentino. (tox_help@tin.it)

 

Pubblicato su Educare.it per gentile concessione dell'autore e dell'editore


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