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"Inibizione",
dal latino "inibitio-onis", significa propriamente "atto od effetto
dell'inibire", proibizione, divieto. In psicologia, in senso generale
il temine indica quel processo che diminuisce o ritarda o impedisce
un'eccitazione. In ambito psicomotorio, il termine "inibito" viene
usato quando da parte dei bambini vi è una mancanza di
investimento verso il mondo esterno.
Alcuni
soggetti vivono infatti ogni situazione nuova con difficoltà;
la paura, l'angoscia e l'ansia del non conosciuto prende il sopravvento
sul desiderio di conoscere e sapere, innescando il rinforzo negativo
o addirittura consolidando la loro inibizione. All'interno della
sala, essi restano spesso immobili con le spalle rivolte al muro
e lo sguardo basso, a voler significare il loro non desiderio
di investire, ma anche la loro paura di incontrare l'altro. In
questa situazione, vissuta in modo molto emozionale, non vi è
né ricerca né propensione verso l'esterno, ma un'involuzione
all'interno che implementa lo stato inibitorio.
In
tali casi la comunicazione non avviene quasi mai in modo diretto,
pur esprimendo una forte richiesta di aiuto, di condivisione,
di partecipazione al proprio stato emozionale, ma in modo fievole
ed impercettibile. La provocazione, la seduzione, l'imitazione,
l'aggressività, la ricerca anche del semplice sguardo in
modo continuo diviene per questi bambini non applicabile come
mezzo di approccio alla comunicazione e all'agire: ad ogni richiamo
il loro stato inibitorio li pone di fronte ad un dilemma di difficile
soluzione che necessita più che di imposizione, di accettazione
e condivisione del fare e del non fare.
Prima
di ogni iniziativa occorre quindi rassicurarli, dar loro fiducia,
ma anche prendere coscienza non bisogna avere fretta, bisogna
saper aspettare, bisogna dare senso all'altrui ed alla propria
attesa. Il non fare può essere certamente fonte di paura
e di angoscia, ma se vissuto in sicurezza ed accettato dall'altro
nel "qui ed ora", può essere un forte stimolo al desiderio
latente che può cosi trasformarsi in un desiderio esplicito.
Occorre
dunque una grande discrezione, lasciar il tempo di scoprire a
distanza, dal proprio posto, lo spazio ed i materiali. In certe
situazione potrà essere possibile, ed opportuno, a causa
della forte inibizione, che lo psicomotricista presti il proprio
agire al bambino giocando per lui. In quest'area di sicurezza
in cui il bambino resta spesso immobile, si cercherà di
comprendere i segni minimi del suo desiderio di investire, un'alzata
di sguardi, un sussulto, uno spostamento del corpo verso, un fievole
sorriso, una strizzata di ciglia ecc.; tutti quei piccoli segni
che dimostrino la presenza di un desiderio di ricerca verso l'altro,
lo spazio, gli oggetti.
Il
nostro intervento deve favorire il passaggio dal desiderio passivo,
"il vorrei fare ma non posso", al desiderio attivo, "faccio perché...",
dall'immobilità alla modularità tonico-emozionale,
dalla riduzione/costringimento all'esplosione del desiderio, aggiustando
quindi, la nostra azione, sulla base dei desideri percepiti, pur
nella povertà dell'azione psicomotoria.
L'interazione
di questi bambini è generalmente non verbale e priva di
sguardi. Infatti, lo sguardo e la parola sembrano essere fattori
inibitori della comunicazione, sembrerebbe quasi che l'inibizione
abbia una stretta correlazione con lo sguardo permanente dell'adulto,
vissuto dal bambino come sguardo colpevolizzante che ostacola
e blocca il desiderio di ricerca e di scoperta, annientando il
desiderio di azione e quindi di sentirsi parte del mondo in cui
vive.
Ma
cosa accade allora nell'evoluzione di questi bambini? Come si
comportano? Come agiscono, una volta sbloccato il loro desiderio
di agire?
Si
può sostenere che le azioni, comunque legate all'irripetibilità
ed alla particolarità di ogni individuo, seguiranno un
preciso percorso. Prima, attraverso un investimento dello spazio
senso-motorio, con numerose ripetizioni, a voler dimostrare la
loro nuova competenza (es. saltare verso il basso, arrampicarsi).
Poi, ci potranno essere altri piccoli spostamenti del corpo: rotolarsi,
strisciare, camminare a carponi, ripresentando per certi versi
le varie tappe dell'evoluzione motoria, e a voler significare
questo nuovo desiderio di investire lo spazio, gli oggetti, gli
altri, attraverso il proprio corpo.
In
questi momenti il bambino attende la gratificazione e la condivisione
dell'azione da parte dell'adulto, detentore della legge e dello
sguardo, ora divenuto amico. Seguirà poi il piacere di
investimento nello spazio con l'esplosione del piacere senso-motorio
e dell'investimento sull'oggetto, in particolar modo attraverso
l'utilizzo di azioni che producano l'allontanamento e la riappropriazione
dell'oggetto o la percussione dello stesso. Spesso si assiste
anche a scariche emotive molto violente dove gli oggetti sono
presi d'assalto e percossi con violenza.
Questa
è la fase forse più critica. Infatti, la pulsione
d'agire, per troppo tempo rimasta latente, può rischiare
di esplodere con tutta la sua aggressività. In questi momenti
sembra che il bambino voglia prendersi la rivincita su un tempo
ed un'azione che non ha potuto attuarsi e che ora cerca di esplicitarsi
con tutta la sua carica, con tutto il suo senso. Successivamente
si potrà assistere ad un investimento negli altri spazi
e di ricerca di nuovi modi di approccio e comunicazione con gli
altri.
Durante
tale evoluzione il ruolo dello psicomotricista è quello
d'incoraggiare l'evoluzione del bambino senza esasperazione o
iper-gratificazione. Quest'ultimo deve in primo luogo sentirsi
a suo agio, deve convincersi (introiettare) che in questo spazio,
"la sala di psicomotricità", qualcuno condivide con lui
le sue scoperte, ma accetta in silenzio anche le sue difficoltà
e la sua inibizione. Secondo
questo percorso evolutivo, ci si attende che la relazione con
l'adulto si arricchisca di sguardi e di parole, nonché
della ricerca di approvazione sul proprio agire. E' un modo di
dare, è voler essere riconosciuti; in sala di psicomotricità
è essere accettati simbolicamente nello spazio dell'altro. Ad
ogni adulto il compito di accogliere questi doni. |