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INTRODUZIONE
La
madre è una figura fondamentale nella vita di un figlio e
tutti noi sappiamo che, senza una figura di attaccamento, come può
essere la madre, un neonato, per quanto munito di buone risorse,
stenta a crescere. Sappiamo anche che la madre è quasi sempre
il polo affettivo e il punto di riferimento più importante
durante il periodo dell’infanzia e tale resta, a volte, anche in
età adulta. Ma non dobbiamo pensare che i bambini soffrano
di “mammite” poiché è sbagliato pensare che il bambino
sviluppi un attaccamento selettivo solo verso la madre. La maggior
parte dei bambini ha una molteplicità di attaccamenti selettivi,
forse tre o quattro; tra questi in genere vi sono il padre, i fratelli
e altri membri della famiglia, come i nonni ma anche con tutte le
persone con cui i bambini interagiscono regolarmente nel tempo.
Ognuno di questi attaccamenti sembra adempiere a funzioni simili
di conforto e sicurezza. Tuttavia, di solito la gerarchia fra le
diverse persone è ben marcata e la madre, nella nostra società,
detiene il primo posto e i più forti attaccamenti dei bambini
si stabiliscono soprattutto con lei. Comunque la cosa importante
è che i bambini abbiano un rapporto di attaccamento sicuro
con qualcuno, ma quale sia nei fatti la figura di attaccamento è
molto meno importante.
E’ grazie agli studi sull’attaccamento nel mondo animale, alle osservazioni
cliniche e agli studi di psicologi e psicoanalisti su persone che
abbiano sofferto di carenze affettive nella prima infanzia, che
oggi disponiamo di un corpus sistematico di conoscenze.
In questo elaborato, oltre che raccogliere i contenuti teorici più
importanti sulla teoria dell’attaccamento andrò ad individuare
quali e quante importanti funzioni svolga il rapporto fondamentale
tra madre e figlio nelle prime fasi della vita, e quali rischi,
talvolta anche per la propria salute mentale, corrano i bambini
quando il “legame primario” è, per motivi diversi, carente,
difettoso o assente.
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La teoria dell’attaccamento di Bowlby
E’
stato John Bowlby (1969), psichiatra inglese, basandosi
su osservazioni di carattere etologico, a richiamare l’attenzione
sulla funzione particolare del legame affettivo madre-bambino ai
fini dello sviluppo della competenza sociale e dell’autonomia e
sul ruolo della madre nell’organizzazione emozionale del piccolo.
Bowlby elaborò il concetto di comportamento di attaccamento,
che “è quella forma di comportamento che si manifesta in
una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti
di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado
di affrontare il mondo in modo adeguato” (Bowlby, 1988).
Il comportamento di attaccamento è evidente soprattutto nella
prima infanzia, anche se può essere osservato lungo tutto
l’arco della vita.
Dato che, pur con modalità diverse, si manifesta in tutti
gli esseri umani, può essere considerato parte integrante
della natura umana.
Bowlby (1988) distinse chiaramente tra attaccamento e comportamento
di attaccamento: “dire di un bambino (o di un adulto) che è
attaccato a, o ha un attaccamento per, qualcuno significa dire che
il bambino è fortemente portato a cercare la prossimità
e il contatto con quell’individuo, specialmente in certe situazioni
specifiche. La disposizione a comportarsi in quel modo è
attributo della persona che si è attaccata, un attributo
che persiste cambiando solo lentamente nel corso del tempo e che
non è influenzato dalla situazione momentanea. Il comportamento
di attaccamento, invece, si riferisce a una delle varie forme di
comportamento che la persona mette in atto di tanto in tanto per
ottenere e/o mantenere la prossimità che desidera”.
Riesaminando
la natura del legame del bambino verso la madre, Bowlby affermò
che tale legame è il risultato di un sistema di schemi
comportamentali a base innata, il cui significato adattativo
va rintracciato nella protezione dai predatori e dai pericoli offerta
al piccolo, nel nostro ambiente di adattamento evoluzionistico,
da chi si prendeva cura di lui, vale a dire dalla madre e che “nell’ambiente
normale si sviluppa durante i primi mesi di vita e ha l’effetto
di mantenere il bambino in una più o meno stretta prossimità
con la figura materna” (1988).
Bowlby riconduce l’attaccamento alla madre ad una motivazione intrinseca,
primaria, basata sulla necessità del bambino di
stabilire uno stretto contatto fisico con questa figura. Comportamenti
come piangere, aggrapparsi, sorridere, detti “comportamenti di attaccamento”,
vengono considerati da Bowlby come schemi pre-programmati,
che compaiono e si sviluppano in quanto favoriscono prossimità
e contatto con la madre e quindi, in termini biologici, aumentano
le probabilità del piccolo di sopravvivere e di lasciare
a sua volta una discendenza. Quanto più l’ambiente diventa
pericoloso, o come tale viene percepito dal bambino, tanto più
tendono a manifestarsi i comportamenti di attaccamento e ciò
perché questi comportamenti gli assicurano protezione. Analogamente,
è pre-programmata la “sensibilità” ai segnali del
figlio da parte della madre, la sua capacità di decodificarne
il tipo di pianto (di fame, di dolore, di paura), la sua inclinazione
a precipitarsi con prontezza quando il piccolo sembra aver bisogno
di lei. E’ pre-programmata, infine, la propensione della madre a
farsi incantare dal sorriso del figlio, a rimanere accanto a lui,
a prenderlo in braccio e a parlargli. Queste predisposizioni sono
rimaste nel patrimonio genetico degli individui della nostra specie
a seguito della selezione naturale. Per Bowlby, prendere in braccio
il proprio piccolo che piange è la risposta più adeguata,
da parte della madre, ad un segnale di disagio: non si configura
come un rinforzo e non è un comportamento che condiziona
il piccolo rendendolo “viziato” come vogliono i comportamentisti
e i teorici dell’apprendimento sociale. In pratica, gli schemi emozionali
e comportamentali dell’attaccamento, anche se sono frutto della
selezione naturale e quindi pre-programmati, possono essere visti
come delle risposte che vengono prodotte quando nell’individuo si
attiva un vero e proprio sistema di controllo di tipo cibernetico,
il “sistema dell’attaccamento”. Questo sistema si basa su processi
di elaborazione delle informazioni che provengono dall’ambiente
esterno ed è organizzato secondo un processo omeostatico.
La prossimità alla madre e la perlustrazione dell’ambiente
sono i due poli di questo processo: quando il piccolo si imbatte
in una situazione di pericolo, il sistema si attiva e il bambino
mette in atto quei comportamenti che “danno origine” alla vicinanza
con la madre. Quando le condizioni ambientali cambiano e il sistema
dà il segnale di “fine pericolo”, riprende ad esplorare.
Nel frattempo, la sicurezza è stata mantenuta ad un livello
ottimale. Alcuni bambini piangono e si attaccano alla madre anche
quando, almeno in apparenza, non vi è alcun pericolo nell’ambiente
circostante e questo perché il pericolo può essere
costituito sia da una fonte reale esterna, sia da una presunta mancanza
d’aiuto da parte della madre. E’ sufficiente che il bambino “anticipi”
mentalmente che la madre non offrirà, in caso di necessità,
l’aiuto richiesto, perché ne ricerchi subito, e in maniera
pressante, la prossimità. Di fronte all’indisponibilità
della madre, o in sua assenza, il bambino prova quella che viene
detta “ansia da separazione” e manifesta tutti quei comportamenti
riferiti sopra proprio perché meglio potevano garantire la
sua sopravvivenza, vale a dire quelli che esibirebbe davanti ad
un pericolo reale.
La
risposta di protezione e l’offerta di conforto da parte della figura
di attaccamento, permetteranno al piccolo di regolare le sue emozioni
e riprendere l’attività di esplorazione. Questi comportamenti
appena descritti non mettono però in discussione la “base
sicura” costituita dalla madre, base da cui potersi allontanare
e da cui potersi rifugiare in caso di pericolo, poiché sono
comportamenti adattativi, sono cioè il risultato di propensioni
che ai primordi della specie si sono rivelate funzionali alla sopravvivenza
e mostrano che il legame di attaccamento madre-bambino ha una sua
qualità ottimale.
Lo
sviluppo del legame di attaccamento attraversa quattro fasi:
1)
In una prima fase, che va dalla nascita a circa la fine del secondo
mese di vita, il piccolo manifesta i comportamenti dell’attaccamento
(il pianto, il sorriso, l’aggrapparsi) ma si tratta di comportamenti
non selettivi (non presuppongono una discriminazione tra persone
diverse) e non intenzionali, anche se viene loro attribuito un significato.
2)
In un secondo periodo, che va da circa la fine del secondo mese
di vita fino ai 6-8 mesi, il piccolo produce un comportamento di
attaccamento verso una o più persone discriminate, per lo
più verso la madre. In questo periodo ancora non compare
la protesta alla separazione e l’ansia è generata principalmente
dall’essere lasciato da solo.
3)
In una terza fase, che comincia fra i 6-8 mesi e arriva all’inizio
del secondo anno di vita, il bambino mantiene un contatto preferenziale
con la madre. Compaiono la “protesta alla separazione” e “l’ansia
da separazione”. Il bambino si avventura nell’esplorazione dell’ambiente
circostante utilizzando la sua figura di attaccamento come “base
sicura”; compare la “paura dell’estraneo”. E’ in pratica in
questa fase che i comportamenti dell’attaccamento si organizzano
intorno ad una particolare figura e si struttura il legame di attaccamento
vero e proprio. Tale svolta è da ricondurre sia ai sopraggiunti
sviluppi cognitivi che consentono al piccolo di discriminare la
madre dalle altre figure, sia all’attivarsi di predisposizioni,
come la paura dell’estraneo, di origine filogenetica. Infatti, Bowlby
nota che non è un caso se proprio intorno agli 8 mesi si
verifichi, come in altre specie animali, quello che viene comunemente
chiamato imprinting filiale, ovvero quella maggiore prontezza del
piccolo ad apprendere, fissare e conservare in memoria, in maniera
più o meno irreversibile, le caratteristiche della figura
allevante.
4)
La quarta fase dello sviluppo dell’attaccamento inizia dai 18 mesi
in poi. Tra il bambino e la madre inizia un “rapporto corretto secondo
lo scopo”, cioè una relazione reciproca che ha come scopo
comune darsi conforto e mantenere la vicinanza. In questa fase il
piccolo, a seguito delle sue esperienze, si forma dei modelli
operativi interni dell’attaccamento, delle rappresentazioni
mentali, che Bowlby chiama “Internal Working Model”, di
se stesso e dell’altro (della figura di attaccamento) che riflettono
la storia della sua relazione con la figura materna. Come dei veri
e propri “copioni” (o script), questi schemi mentali organizzano
le azioni del bambino sia nei riguardi del genitore, sia nei riguardi
delle situazioni nuove. Bowlby li definisce Internal Working
Model, per sottolinearne il carattere dinamico e aperto al
cambiamento a seguito delle continue nuove esperienze che nel corso
della vita vengono fatte con la stessa figura di attaccamento, con
le altre figure significative, con il mondo esterno. Saranno queste
rappresentazioni interne a guidare successivamente l’individuo nell’interpretazione
delle informazioni che provengono dal mondo esterno e ad avere un
grande peso per ciò che riguarda il suo sviluppo in molti
altri ambiti. Inoltre, esse influenzeranno la costruzione stessa
delle nuove esperienze, poiché spingeranno l’individuo a
ricercare attivamente, sia pure a livello inconsapevole, persone,
situazioni e relazioni che corrispondano alle sue aspettative affettive.
Detto tutto ciò, secondo Bowlby quindi, il comportamento
genitoriale e il comportamento di attaccamento hanno forti radici
biologiche, ma le caratteristiche con cui tali comportamenti si
manifestano dipendono dall’esperienze reali degli individui e ritiene
che siano i comportamenti prodotti dai genitori ad avere un impatto
sui figli, sia a breve che a lungo termine, per ciò che concerne
il loro adattamento.
Le
ricerche condotte all’interno della teoria dell’attaccamento hanno
fin dall’inizio cercato di individuare l’apporto dato dalla figura
di attaccamento principale allo strutturarsi del legame affettivo.
...continua...
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Autore:
Dott.ssa Denise Bucalossi, psicopedagogista. Laureata in Scienze
dell'Educazione con una tesi in Psicologia sociale dal titolo
"PER LE VIE DEL MONDO. Migrazione e disagio psichico".
Attualmente specializzanda in pedagogia clinica. Lavoro, come
psicopedagogista, presso il Centro socio-riabilitativo dell'Azienda
USL 11 di Empoli.
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