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STUDI E RIFLESSIONI

 

 

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IL LEGAME PRIMARIO
In apparenza un racconto ascoltato molte volte ma in realtà... Un'esperienza di vita tutt'altro che perduta
prima parte

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di Denise Bucalossi

 

1. INTRODUZIONE

La madre è una figura fondamentale nella vita di un figlio e tutti noi sappiamo che, senza una figura di attaccamento, come può essere la madre, un neonato, per quanto munito di buone risorse, stenta a crescere. Sappiamo anche che la madre è quasi sempre il polo affettivo e il punto di riferimento più importante durante il periodo dell’infanzia e tale resta, a volte, anche in età adulta. Ma non dobbiamo pensare che i bambini soffrano di “mammite” poiché è sbagliato pensare che il bambino sviluppi un attaccamento selettivo solo verso la madre. La maggior parte dei bambini ha una molteplicità di attaccamenti selettivi, forse tre o quattro; tra questi in genere vi sono il padre, i fratelli e altri membri della famiglia, come i nonni ma anche con tutte le persone con cui i bambini interagiscono regolarmente nel tempo. Ognuno di questi attaccamenti sembra adempiere a funzioni simili di conforto e sicurezza. Tuttavia, di solito la gerarchia fra le diverse persone è ben marcata e la madre, nella nostra società, detiene il primo posto e i più forti attaccamenti dei bambini si stabiliscono soprattutto con lei. Comunque la cosa importante è che i bambini abbiano un rapporto di attaccamento sicuro con qualcuno, ma quale sia nei fatti la figura di attaccamento è molto meno importante.
E’ grazie agli studi sull’attaccamento nel mondo animale, alle osservazioni cliniche e agli studi di psicologi e psicoanalisti su persone che abbiano sofferto di carenze affettive nella prima infanzia, che oggi disponiamo di un corpus sistematico di conoscenze.
In questo elaborato, oltre che raccogliere i contenuti teorici più importanti sulla teoria dell’attaccamento andrò ad individuare quali e quante importanti funzioni svolga il rapporto fondamentale tra madre e figlio nelle prime fasi della vita, e quali rischi, talvolta anche per la propria salute mentale, corrano i bambini quando il “legame primario” è, per motivi diversi, carente, difettoso o assente.

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1. La teoria dell’attaccamento di Bowlby

E’ stato John Bowlby (1969), psichiatra inglese, basandosi su osservazioni di carattere etologico, a richiamare l’attenzione sulla funzione particolare del legame affettivo madre-bambino ai fini dello sviluppo della competenza sociale e dell’autonomia e sul ruolo della madre nell’organizzazione emozionale del piccolo.
Bowlby elaborò il concetto di comportamento di attaccamento, che “è quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un’altra persona, chiaramente identificata, ritenuta in grado di affrontare il mondo in modo adeguato” (Bowlby, 1988).
Il comportamento di attaccamento è evidente soprattutto nella prima infanzia, anche se può essere osservato lungo tutto l’arco della vita.
Dato che, pur con modalità diverse, si manifesta in tutti gli esseri umani, può essere considerato parte integrante della natura umana.
Bowlby (1988) distinse chiaramente tra attaccamento e comportamento di attaccamento: “dire di un bambino (o di un adulto) che è attaccato a, o ha un attaccamento per, qualcuno significa dire che il bambino è fortemente portato a cercare la prossimità e il contatto con quell’individuo, specialmente in certe situazioni specifiche. La disposizione a comportarsi in quel modo è attributo della persona che si è attaccata, un attributo che persiste cambiando solo lentamente nel corso del tempo e che non è influenzato dalla situazione momentanea. Il comportamento di attaccamento, invece, si riferisce a una delle varie forme di comportamento che la persona mette in atto di tanto in tanto per ottenere e/o mantenere la prossimità che desidera”.

Riesaminando la natura del legame del bambino verso la madre, Bowlby affermò che tale legame è il risultato di un sistema di schemi comportamentali a base innata, il cui significato adattativo va rintracciato nella protezione dai predatori e dai pericoli offerta al piccolo, nel nostro ambiente di adattamento evoluzionistico, da chi si prendeva cura di lui, vale a dire dalla madre e che “nell’ambiente normale si sviluppa durante i primi mesi di vita e ha l’effetto di mantenere il bambino in una più o meno stretta prossimità con la figura materna” (1988).
Bowlby riconduce l’attaccamento alla madre ad una motivazione intrinseca, primaria, basata sulla necessità del bambino di stabilire uno stretto contatto fisico con questa figura. Comportamenti come piangere, aggrapparsi, sorridere, detti “comportamenti di attaccamento”, vengono considerati da Bowlby come schemi pre-programmati, che compaiono e si sviluppano in quanto favoriscono prossimità e contatto con la madre e quindi, in termini biologici, aumentano le probabilità del piccolo di sopravvivere e di lasciare a sua volta una discendenza. Quanto più l’ambiente diventa pericoloso, o come tale viene percepito dal bambino, tanto più tendono a manifestarsi i comportamenti di attaccamento e ciò perché questi comportamenti gli assicurano protezione. Analogamente, è pre-programmata la “sensibilità” ai segnali del figlio da parte della madre, la sua capacità di decodificarne il tipo di pianto (di fame, di dolore, di paura), la sua inclinazione a precipitarsi con prontezza quando il piccolo sembra aver bisogno di lei. E’ pre-programmata, infine, la propensione della madre a farsi incantare dal sorriso del figlio, a rimanere accanto a lui, a prenderlo in braccio e a parlargli. Queste predisposizioni sono rimaste nel patrimonio genetico degli individui della nostra specie a seguito della selezione naturale. Per Bowlby, prendere in braccio il proprio piccolo che piange è la risposta più adeguata, da parte della madre, ad un segnale di disagio: non si configura come un rinforzo e non è un comportamento che condiziona il piccolo rendendolo “viziato” come vogliono i comportamentisti e i teorici dell’apprendimento sociale. In pratica, gli schemi emozionali e comportamentali dell’attaccamento, anche se sono frutto della selezione naturale e quindi pre-programmati, possono essere visti come delle risposte che vengono prodotte quando nell’individuo si attiva un vero e proprio sistema di controllo di tipo cibernetico, il “sistema dell’attaccamento”. Questo sistema si basa su processi di elaborazione delle informazioni che provengono dall’ambiente esterno ed è organizzato secondo un processo omeostatico. La prossimità alla madre e la perlustrazione dell’ambiente sono i due poli di questo processo: quando il piccolo si imbatte in una situazione di pericolo, il sistema si attiva e il bambino mette in atto quei comportamenti che “danno origine” alla vicinanza con la madre. Quando le condizioni ambientali cambiano e il sistema dà il segnale di “fine pericolo”, riprende ad esplorare. Nel frattempo, la sicurezza è stata mantenuta ad un livello ottimale. Alcuni bambini piangono e si attaccano alla madre anche quando, almeno in apparenza, non vi è alcun pericolo nell’ambiente circostante e questo perché il pericolo può essere costituito sia da una fonte reale esterna, sia da una presunta mancanza d’aiuto da parte della madre. E’ sufficiente che il bambino “anticipi” mentalmente che la madre non offrirà, in caso di necessità, l’aiuto richiesto, perché ne ricerchi subito, e in maniera pressante, la prossimità. Di fronte all’indisponibilità della madre, o in sua assenza, il bambino prova quella che viene detta “ansia da separazione” e manifesta tutti quei comportamenti riferiti sopra proprio perché meglio potevano garantire la sua sopravvivenza, vale a dire quelli che esibirebbe davanti ad un pericolo reale.

La risposta di protezione e l’offerta di conforto da parte della figura di attaccamento, permetteranno al piccolo di regolare le sue emozioni e riprendere l’attività di esplorazione. Questi comportamenti appena descritti non mettono però in discussione la “base sicura” costituita dalla madre, base da cui potersi allontanare e da cui potersi rifugiare in caso di pericolo, poiché sono comportamenti adattativi, sono cioè il risultato di propensioni che ai primordi della specie si sono rivelate funzionali alla sopravvivenza e mostrano che il legame di attaccamento madre-bambino ha una sua qualità ottimale.

Lo sviluppo del legame di attaccamento attraversa quattro fasi:

1) In una prima fase, che va dalla nascita a circa la fine del secondo mese di vita, il piccolo manifesta i comportamenti dell’attaccamento (il pianto, il sorriso, l’aggrapparsi) ma si tratta di comportamenti non selettivi (non presuppongono una discriminazione tra persone diverse) e non intenzionali, anche se viene loro attribuito un significato.

2) In un secondo periodo, che va da circa la fine del secondo mese di vita fino ai 6-8 mesi, il piccolo produce un comportamento di attaccamento verso una o più persone discriminate, per lo più verso la madre. In questo periodo ancora non compare la protesta alla separazione e l’ansia è generata principalmente dall’essere lasciato da solo.

3) In una terza fase, che comincia fra i 6-8 mesi e arriva all’inizio del secondo anno di vita, il bambino mantiene un contatto preferenziale con la madre. Compaiono la “protesta alla separazione” e “l’ansia da separazione”. Il bambino si avventura nell’esplorazione dell’ambiente circostante utilizzando la sua figura di attaccamento come “base sicura”; compare la “paura dell’estraneo”. E’ in pratica in questa fase che i comportamenti dell’attaccamento si organizzano intorno ad una particolare figura e si struttura il legame di attaccamento vero e proprio. Tale svolta è da ricondurre sia ai sopraggiunti sviluppi cognitivi che consentono al piccolo di discriminare la madre dalle altre figure, sia all’attivarsi di predisposizioni, come la paura dell’estraneo, di origine filogenetica. Infatti, Bowlby nota che non è un caso se proprio intorno agli 8 mesi si verifichi, come in altre specie animali, quello che viene comunemente chiamato imprinting filiale, ovvero quella maggiore prontezza del piccolo ad apprendere, fissare e conservare in memoria, in maniera più o meno irreversibile, le caratteristiche della figura allevante.

4) La quarta fase dello sviluppo dell’attaccamento inizia dai 18 mesi in poi. Tra il bambino e la madre inizia un “rapporto corretto secondo lo scopo”, cioè una relazione reciproca che ha come scopo comune darsi conforto e mantenere la vicinanza. In questa fase il piccolo, a seguito delle sue esperienze, si forma dei modelli operativi interni dell’attaccamento, delle rappresentazioni mentali, che Bowlby chiama “Internal Working Model”, di se stesso e dell’altro (della figura di attaccamento) che riflettono la storia della sua relazione con la figura materna. Come dei veri e propri “copioni” (o script), questi schemi mentali organizzano le azioni del bambino sia nei riguardi del genitore, sia nei riguardi delle situazioni nuove. Bowlby li definisce Internal Working Model, per sottolinearne il carattere dinamico e aperto al cambiamento a seguito delle continue nuove esperienze che nel corso della vita vengono fatte con la stessa figura di attaccamento, con le altre figure significative, con il mondo esterno. Saranno queste rappresentazioni interne a guidare successivamente l’individuo nell’interpretazione delle informazioni che provengono dal mondo esterno e ad avere un grande peso per ciò che riguarda il suo sviluppo in molti altri ambiti. Inoltre, esse influenzeranno la costruzione stessa delle nuove esperienze, poiché spingeranno l’individuo a ricercare attivamente, sia pure a livello inconsapevole, persone, situazioni e relazioni che corrispondano alle sue aspettative affettive.
Detto tutto ciò, secondo Bowlby quindi, il comportamento genitoriale e il comportamento di attaccamento hanno forti radici biologiche, ma le caratteristiche con cui tali comportamenti si manifestano dipendono dall’esperienze reali degli individui e ritiene che siano i comportamenti prodotti dai genitori ad avere un impatto sui figli, sia a breve che a lungo termine, per ciò che concerne il loro adattamento.

Le ricerche condotte all’interno della teoria dell’attaccamento hanno fin dall’inizio cercato di individuare l’apporto dato dalla figura di attaccamento principale allo strutturarsi del legame affettivo.

 

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Autore: Dott.ssa Denise Bucalossi, psicopedagogista. Laureata in Scienze dell'Educazione con una tesi in Psicologia sociale dal titolo "PER LE VIE DEL MONDO. Migrazione e disagio psichico". Attualmente specializzanda in pedagogia clinica. Lavoro, come psicopedagogista, presso il Centro socio-riabilitativo dell'Azienda USL 11 di Empoli.

 

copyright © Educare.it - Anno V, Numero 7, Giugno 2005


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