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STUDI E RIFLESSIONI

 

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Lo Studio dell’Interazione Sociale nei Contesti Educativi:
risultati e questioni irrisolte

prima parte

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già pubblicato su Human Development, n. 47, anno 1998

di Hugh Mehan
trad. di Raffaele Alessandro Panza

indice - Bibliografia

Tematiche e Risultati
In questa rassegna di risultati conseguiti dell’analisi interazionista negli studi sull’educazione ho identificato quattro temi: (1) la costruzione sociale delle strutture sociali e cognitive; (2) la natura contesto-specifica del comportamento umano; (3) lo sviluppo della teoria della “discontinuità culturale” come spiegazione alla differenza di opportunità educative che gli studenti provenienti da ceti più bassi, minoranze etniche e con diverso linguaggio, devono fronteggiare; (4) la natura sociale dell’apprendimento.

Le strutture sociali e cognitive sono costruite nell’Interazione
Dal 1965 in avanti, i ricercatori hanno studiato l’interazione studente-insegnante nelle classi, durante le verifiche di profitto, le consulenze, le attività a casa e dopo la scuola. I “microetnografi”, come li chiamava Erickson (1975), usavano videoregistrazioni, audioregistrazioni e/o trascrizioni derivate da questi materiali per condurre le analisi. Queste informazioni erano consultate innanzitutto poiché l’interazione faccia-a-faccia è il luogo dove le differenze di opportunità sono generate e possono, fiduciosamente, essere riparate. In secondo luogo, audio e videoregistrazioni effettuate in questi ambienti erano usate dai microetnografi per dimostrare come i fenomeni si realizzino in situ, “attraverso le persone, al momento”, e per determinati propositi ed obiettivi.
Questo impegno metodologico, a suo volta, generò un differente nucleo di questioni per la ricerca. Invece di porsi domande che sembravano implicare un risposta correlazionale, come per esempio: “Quale caratteristiche del retroterra socio-culturale dei bambini sono correlate al successo accademico?” o, “Quali aspetti della scuola sono connessi ad un particolare risultato accademico?”, gli studi microetnografici si addentrarono in questioni che richiamavano una risposta costitutiva. “Qual è il meccanismo interattivo della disabilità, dell’identità o del successo scolastico?”. Oppure: “Quando si può parlare di contesto?” o “Come è costruita l’iniquità?”, “Come l’iniquità può essere de-costituita?”, “Come può essere realizzata l’equità?”
La sbalorditiva rappresentazione fatta McDermott (1976) delle danze interattive in un “gruppo di lettura di base” illustra vividamente il modo in cui si sviluppa l’iniquità. L’insegnante e gli studenti colludevano nello stabilire i turni di lettura, evitare la lettura pubblica, schivare interazioni spiacevoli, assistere quelli che avevano bisogno di un aiuto minimo, fornendo così differenti opportunità educative agli alunni posti ai livelli più bassi dei gruppi rispetto a quelli collocati più in alto.
I ricercatori interessati alle verifiche di profitto nell’educazione (Cicourel et al., 1974; Mehan, 1973, 1978; e più tardi Marlaire e Maynard, 1990, e Poole, 1994) trovarono che gli esaminatori e gli studenti assemblavano congiuntamente le risposte alle domande dei test d’intelligenza. I cenni ed i suggerimenti degli esaminatori – persino le loro pause –fornivano differenti informazioni a seconda del modo in cui gli studenti rispondevano; questi a loro volta conducevano gli esaminatori a trattare in modo differente le risposte ricevute. Queste scoperte portarono i ricercatori a concludere che l’intelligenza, il talento “naturale” che si suole attribuire agli individui, emerge dall’interazione tra esaminatori, studenti e la mediazione della tecnologia dei test. Si potrebbe affermare, parafrasando Marx e trascinandolo nella confusione della vita quotidiana, che i risultati dei test (che sono un sommario delle sequenze di negoziazione tra esaminatori e studenti) sono alienanti. Quando presentati come cifre, essi sono prodotti individualizzati separati dal processo sociale che li produce.
L’analisi precisa, fornita da Erickson (1975) e da Erickson e Shultz (1982), della “interazione sincronica” tra consulenti dei college e studenti durante le interviste, dimostrava, sequenza per sequenza, come i passi percorsi sulla scala educativa si formino attraverso l’interazione. Per esempio, i consulenti indagavano spesso circa l’eventuale presenza di esperienze conseguite dagli studenti delle high school in circoli sportivi ed associazioni. Gli studenti che avevano un’“appartenenza” (un esperienza passata) comune con i loro consulenti ricevevano consigli differenti rispetto quegli scolari che non possedevano tale relazione speciale; la presenza o meno di questa particolare “informazione” conduceva ad un differente accesso alle possibilità educative.
Gumperz e Herasimuchuk (1975) mostrarono come le profezie che si auto-avverano circa la prestazione degli studenti emergano giorno per giorno nelle classi delle scuole elementari. Gli studenti al vertice dei gruppi di lettura leggevano storie e poemi, mentre gli studenti posti più in basso venivano addestrati al modo di parlare. Al termine dell’anno scolastico, gli studenti collocati nei livelli più bassi conseguivano risultati mediocri nelle prove di profitto, mentre gli altri studenti ottenevano buoni punteggi, confermando in tal modo le predizioni iniziali dell’insegnante circa le loro abilità.
Michaels (1981) dimostrò come le assunzioni implicite fatte dagli insegnanti rispetto al modo in cui le storie erano raccontate, rafforzavano la produzione di composizioni narrative da parte di bambini bianchi, ma soffocavano quella dei bambini di colore, durante l’onnipresente evento di classe chiamato “il tempo della condivisione”. Questo trattamento differenziato consegnava ai bambini bianchi e neri un differente accesso alla letteratura.
In sintesi, questi “microetnografi” palesarono come l’interazione faccia-a-faccia rappresenti un terreno fertile per lo studio della produzione e riproduzione culturale. Le strutture cognitive significative, come “l’intelligenza”, “l’abilità” e “l’inabilità”, come anche quelle sociali, quali l’identità ed i gradini percorsi sulla scala della carriera educativa, sono mutuamente costruite in situazioni localmente organizzate.

Il comportamento umano è contesto-specifico
In una seconda linea di investigazione, gli studi interazionisti attaccarono l’idea che le disposizioni culturali delle minoranze siano dovute ad una inferiorità innata. Negli studi che seguirono questa linea di pensiero, Labov (1970, 1972) smontò la spiegazione della deprivazione culturale di Bereiter e Englemann (1966) riguardante gli scarsi risultati accademici conseguiti dagli studenti di colore, dimostrando che il BEV è un sistema linguistico ordinato, coerente e logico, benché conforme a regole diverse dall’inglese “standard”. (La controversia generata dalla Oakland School District quando nel 1996 propose lo sviluppo di programmi d’educazione che impiegassero l’Ebonico (BEV) mostra, tuttavia, che le conclusioni a cui era giunto Labov sono state perse dalla comunità educativa. Il come ed il perché le evidenze stabilite dalle scienze sociali non siano conservate all’interno del discorso politico pubblico è una questione che richiede un’investigazione più estesa).
Ben presto, una pletora di studi furono condotti per dimostrare che i bambini che erano fatti apparire stupidi durante gli esperimenti, nei test e negli uffici dei consulenti, potevano essere ingegnosi, verbalmente espressivi, e logici nel campo da gioco, dal droghiere o a cena (Bremme, 1982; Dìaz et al., 1986; Erickson e Shultz, 1977; Hall et al., 1977; Heath, 1982, 1983, 1986; Moll e Dìaz, 1987; Philips, 1972, 1982; Shultz et al., 1979).
Rivelando come la natura del comportamento sia “contesto-specifica”, questi studi dimostrarono come le vite dei bambini siano organizzate, complesse e sagge, se solo si sapesse dove e come cercare. Tali analisi esposero i limiti della attuale visione teorica e dei metodi di ricerca attuati nelle indagini relative alle competenze dei bambini, specialmente di quelli provenienti da minoranze etniche e con un differente linguaggio. I bambini assoggettati sono competenti; ma spesso non si sa come vedere i loro punti di forza.

La spiegazioni fornite dalla Discontinuità Culturale all’iniquità nell’Educazione
In una terza linea di indagine, i ricercatori studiarono l’organizzazione delle lezioni e compararono il linguaggio usato nelle classi con quello parlato nelle famiglie di basso reddito o appartenenti a minoranze etniche. Questi cross-contesti, queste comparazioni cross-culturali condussero alla formulazione della teoria della “discontinuità culturale”, con l’intento di rivaleggiare la tesi della deprivazione culturale.
Un’analisi dettagliata delle interazioni scolastiche rivelò la tacita presenza di norme e regole, precedentemente non rilevate nel comportamento attuato in classe. Queste includevano le sequenze “Inizio-Replica-Valutazione” (I-R-V) con le loro “domande di informazioni note” , che potevano affievolire la discussione ed indurre gli studenti ad assumere un atteggiamento passivo (Cazden, 1988; Edwards e Mercer, 1897; Mehan, 1979; Sinclair e Coulthard, 1975). Furono inoltre rilevati altri aspetti, come tutte le regole sottointese all’assegnazione dei turni di lettura, le quali ponevano gli studenti in competizione ed inducevano gli insegnanti a focalizzare l’attenzione su particolari allievi (Humphries, 1979; McHoul, 1978; Mehan, 1978, 1979); furono esaminati i messaggi verbali indiretti, i cambi sistematici di postura dei partecipanti, i ritmi di conversazione e la prosodia (Bremme, 1982; Erickson e Shultz, 1977; Green e Wallat, 1981; McDermott e Gospodinoff, 1981; McDermott et al., 1978), aspetti che segnalavano la creazione ed i mutamenti tra contesti di classe.
La cultura di ogni classe rassomiglia alle altre attività culturalmente fondate, in quanto guidata da regole o norme stabilite convenzionalmente, implicitamente insegnate, tacitamente concordate e cooperativamente mantenute. Di conseguenza, tutti gli studenti, specialmente quelli provenienti da famiglie di basso reddito, con linguaggio diverso o di etnia differente, sono forzati, sotto normali circostanze, ad imparare le regole sottaciute proprie di ogni cultura di classe, alla stregua di come essi hanno appreso implicitamente la loro prima lingua. Poiché la padronanza del linguaggio accademico adoperato in classe (anche nei suoi usi più specifici) è di così vitale importanza, alcuni ricercatori hanno raccomandato che agli studenti fosse esplicitamente insegnato ad esprimersi utilizzando il “discorso accademico”, i “codici del potere” (Delpit, 1988). Le pratiche imitative, la partecipazione significativa alle attività comunicative all’interno dei discorsi di comunità, il “discutere di scienza” con gli esperti (Gee, 1990; Gee et al., 1992, Lemke, 1990; Roseberry et al., 1992) si sono dimostrate attività utili per permettere agli studenti di demistificare il programma di studi implicitamente assunto della scuola.
Il confronto tra le caratteristiche del linguaggio parlato nelle case di studenti provenienti da famiglie di basso reddito, minoranze linguistiche o diversa etnia, con gli aspetti discorsivi richiesti in classe, ha rivelato differenze significative. (Au, 1980; Au e Jordan, 1980; Cadzen, 1988; Delgado-Gaiton, 1988; Gumperz, 1983; Heath, 1982, 1983, 1986; Levin, 1978; Shultz et al., 1979, Trueba, 1988; Wells, 1986). Nell’esempio più conosciuto all’interno di questa tradizione di ricerca, Heath (1983) comparò il modo in cui gli insegnanti di medio reddito (sia neri che bianchi) parlavano ai loro studenti di colore provenienti da ceti bassi, nelle classi di scuola elementare, con il modo in cui parlavano con i loro bambini a casa, in una comunità che l’autrice di questo studio chiamava “Trackton”. Alla stregua di Cazden (1979), Heath scoprì che gli insegnanti in classe, coi bambini di colore di famiglie a basso reddito, si affidavano più a domande e giochi linguistici, come il cucù , mentre parlavano in modo più enigmatico quando si rivolgevano ai propri figli a casa. (Cadzen, 1979; Heath, 1983). La più frequente forma di domanda utilizzata nei discorsi fatti in classe era l’“informazione conosciuta” (Shuy e Griffin, 1978; Sinclair e Coulthard, 1975; Mehan, 1979). Inoltre, i genitori “a medio reddito” parlavano spesso ai propri figli mentre questi erano ancora nella fase preverbale, rifornendo l’ambiente circostante di risposte ipotetiche alle domande che essi ponevano. Queste “quasi-conversazioni”anticipavano la sequenza I-R-V attuata durante le lezioni tradizionali.
Heath riferì che i bambini degli insegnanti di medio reddito venivano istruiti a fornire sia un nome agli oggetti sia a parlare di essi al di fuori del contesto: queste erano esattamente le abilità richieste a scuola. Gli stessi insegnanti parlavano agli studenti in classe nello stesso modo con cui come parlavano coi propri figli a casa. Essi istruivano gli studenti soprattutto attraverso l’impiego di “domande di informazioni note”, ed insegnavano loro a nominare gli oggetti ed identificare le caratteristiche delle cose.
Questo uso del linguaggio (e di quello socializzativo) non era consueto nelle case degli studenti di basso reddito. I genitori dei ceti bassi raramente ponevano domande ai propri bambini a casa, ed ancor meno ai figli che non avevano ancora acquisito l’uso della parola. Dove gli insegnanti di Trackton avrebbero usato domande, i genitori di Trackton usavano affermazioni od imperativi. Inoltre le domande poste da questi genitori erano molto diverse da quelle poste dagli insegnanti: le risposte non richiedevano specifiche analogie o comparazioni. Heath, pertanto, concluse che il linguaggio usato dai genitori di Trackton non preparava i bambini a far fronte alle più importanti caratteristiche linguistiche usate nelle classi, ovvero all’uso di discorsi interrogativi nella forma, ma direttivi nella loro funzione pragmatica, alle “domande di informazioni note”, e alle domande per le quali erano necessarie informazioni tratte dai libri.
Basandosi su un accurato confronto tra le prestazioni degli studenti nativi americani nelle classi ed a casa, Philips (1972, 1982) si oppose alle interpretazioni che vedevano in questi scolari la presenza di una deficienza culturale. L’autrice attribuiva le generali scarse prestazioni dei bambini nativi americani non alla loro cultura indiana, ma alle differenze tra le “strutture di partecipazione” normativamente richieste a casa e a scuola. Philips rinvenne che i bambini nativi americani conseguivano risultati più bassi in quei contesti scolastici che richiedevano attività individualizzate ed enfatizzavano la competizione tra pari, ma ottenevano esiti migliori in quei contesti scolastici che minimizzavano l’obbligo per i singoli studenti di condurre attività in pubblico. Le condizioni accademiche in cui questi alunni agivano al meglio erano simili al sistema organizzativo di una comunità locale indigena, dove veniva apprezzata più la cooperazione che non la competizione, dove era enfatizzata più la socievolezza che non l’individualità. Sembrava quindi che i modelli di partecipazione normalmente attesi nelle classi convenzionali creassero condizioni non-familiari e minacciose per i bambini nativi americani.
Il modo in cui i bambini polinesiani vengono istruiti a casa dai loro genitori a ricavare ed impartire informazioni differisce da quello impiegato nelle loro classi (Au, 1980; Au and Jordan, 1980; Levin, 1978). I genitori polinesiani raramente provvedono espressioni verbali particolarmente elaborate o giustificazioni alle loro azioni; essi piuttosto usano i loro bambini come fonti di notizie genuine. Pertanto, a casa, i bambini imparano a rispondere alle domande dei genitori, poste con l’intento di ottenere informazioni dai propri figli. Al contrario, le scuole frequentate dagli studenti polinesiani fanno largo uso di interrogazioni (domande per la verifica), durante le sequenze I-R-V; inoltre “ciò che è vero e ciò che è falso” è stabilito dall’autorità degli insegnanti, mentre nelle comunità polinesiane “le verità” sono sancite attraverso il consenso comune. Questi studenti, di conseguenza, s’imbattono in aspetti contrastanti tra le regole sottese, le procedure attuate in classe e quelle che imparano a casa.
Queste paragoni effettuati tra differenti contesti cross-culturali costituirono la base della spiegazione fornita dalla teoria della “discontinuità culturale” alle prestazioni scolastiche. Tale ipotesi suggerisce che la differenza di richieste tra classi scolastiche e altri contesti sono causa di diverse difficoltà, specialmente per gli studenti provenienti dai ceti più bassi e da minoranze linguistiche. Poiché i discorsi usati dai genitori dei ceti medi sono spesso in armonia con le implicite e tacite richieste della classe, i bambini di questa estrazione sociale sono equipaggiati con le abilità e le tecniche che sono più ricompensate in classe. Al contrario, poiché i discorsi impiegati dai genitori dei ceti sociali più bassi e dalle minoranze linguistiche non sempre rispecchiano il linguaggio adottato in classe, i bambini di estrazioni sociali “più basse” e di differente linguaggio non posseggono le implicite risorse culturali richieste in classe.
I punti di forza della teoria della discontinuità culturale sono molti. Spostando l’attenzione dagli stati e dai tratti degli individui alle situazioni sociali, intese come unità d’analisi, non si attribuisce più la colpa delle difficoltà scolastiche degli studenti e dei loro scarsi risultati all’assenza di motivazione, alla mancanza di abilità linguistiche o a deficienze degli stili cognitivi. Viceversa, focalizzando l’interesse sull’importanza degli incontri nei quali si realizzano le decisioni educative (ovvero considerando gli insegnanti, gli esaminatori, i consulenti nel loro fondamentale ruolo istituzionale di giudici del comportamento dei bambini), viene impiegato il concetto di “contesto” come utile strumento d’analisi. In contrasto con l’idea di cultura intesa come un flusso diretto nelle teste dei bambini, si è dimostrato come essa svolga un’azione mediatrice all’interno degli ambienti, socialmente organizzati, in cui il “potere” viene gestito.
Benché l’ipotesi della discontinuità culturale sia stata lodata per le accuse mosse alla tesi della deficienza culturale, essa non è stata esente da critiche. Ogbu (1981, 1987) elogiò solo in parte l’ipotesi della discontinuità culturale in quanto essa considera le difficoltà dei gruppi di un certo linguaggio e di minoranze etniche (latini, afro-americani, nativi americani); tuttavia egli criticò energicamente l’incapacità della teoria di spiegare il successo accademico di altre minoranze (in particolare, di immigranti giapponesi, coreani, cinesi ed ebrei negli Stati Uniti).
Richiamando l’attenzione unicamente sugli aspetti linguistici e sociali delle minoranze etniche o linguistiche che non si integrano con le velate aspettative delle scuole “di ceto medio” (per esempio, poche domande di informazioni note, l’assenza di storie raccontate “prima di andare a letto”, poche domande riferite ad argomenti “fuori contesto”), la prospettiva della discontinuità può essere considerata colpevole di aver ricondotto l’iniquità ad un problema di miscomunicazione. Anche se i genitori leggessero più storie ai loro bambini prima di andare a letto, o gli insegnanti imparassero a rispettare i codici linguistici utilizzati dagli studenti di differente linguaggio, o se conoscessero meglio come comunicare in maniera più efficace con i propri allievi, le strutture che generano l’iniquità rimarrebbero comunque (come, ad esempio, le barriere che impediscono alle minoranze di raggiungere posizioni più elevate nelle corporazioni o la discriminazione istituzionale nei posti lavorativi).
Focalizzando l’attenzione sugli aspetti incongruenti tra le “case di basso ceto” e le “scuole di medio ceto”, la prospettiva della discontinuità corre involontariamente il rischio di ricadere nella trappola deprivazionista. Case e scuole prive di particolari aspetti possono essere tratte, ancora una volta, come deficienti (McDermott e Varenne, 1995). Assumendo che il fallimento o il successo degli studenti possa essere spiegato dall’appartenenza a diversi gruppi etnici, la prospettiva della discontinuità non considera il “lavoro” che tutti i membri di una società svolgono nel determinare l’insuccesso scolastico; questo viene trasformato in una categoria pronta ad essere applicata a bambini che in altre circostanze, per la maggior parte, sarebbero caratterizzati da uno sviluppo umano normale (McDermott, 1997).
La prospettiva della discontinuità culturale rimane una visione romantica del cambiamento sociale. I suoi teorici credevano che fosse loro compito spiegare l’iniquità in modi che fossero rispettosi. Tuttavia, se le autorità avessero davvero compresero la miscomunicazione tra insegnanti e studenti di minoranza linguistica, allora avrebbero tentato di modificare prima di tutto le situazioni sociali, non più ignari dei punti di forza degli studenti. Pertanto, la teoria della discontinuità culturale si rivela in parte poco sofisticata, poiché non considera l’influenza della conoscenza nel cambiamento sociale. Essa sottostima le forze politiche e culturali che vincolano ed influenzano le relazioni insegnante-studente e l’organizzazione scolastica.

L’apprendimento è costruito attraverso l’assistenza guidata
La ricerca interazionista influenzata dall’antropologia, dalla linguistica e dalla sociologia prese in esame aspetti come l’organizzazione sociale degli eventi (con particolare riferimento alle lezioni tenute in classe), la formazione dell’identità degli studenti, la costruzione sociale delle abilità (come l’intelligenza), ed il ruolo esercitato dal potere nel produrre trattamenti educativi differenti. Gli psicologi dello sviluppo e cognitivi hanno a lungo nutrito un particolare interesse per l’apprendimento, specialmente per quello che si realizza durante l’apprendistato e negli ambienti al di fuori del contesto scolastico (Bruner et al., 1966; Childs e Greenfield, 1980; Cole et at., 1971; Cole e Scribner, 1974; Greenfield e Lave, 1982; Lave, 1977). Sotto l’emergente influenza della scuola di pensiero socio-storica (o socioculturale) sovietica, l’apprendimento in classe divenne presto un nuovo argomento di interesse all’interno della psicologia (Bakhtin, 1981; Leont’ev, 1978; Luria, 1976; Vygotsky, 1978), nonché centrale nell’analisi interazionista nei contesti scolastici.
I ricercatori influenzati dalla tradizione socio-storica dimostrarono l’utilità del concetto di “zona di sviluppo prossimale” per lo studio dell’apprendimento e dell’istruzione all’interno delle classi. In particolare, la ricerca socioculturale rivelò le condizioni sotto le quali i bambini possono ottenere benefici attraverso l’interazione con membri più esperti della loro stessa cultura (Brown e Campione, 1994; Griffin e Cole, 1984; Lave, 1988; Lave e Wenger, 1991; Newman et al., 1989; Rogoff, 1990; Rogoff et al., 1993; Rogoff e Wertsch, 1984). Rogoff (1990), per esempio, offrì evidenze che svelavano il modo in cui i bambini sviluppano il loro pensiero nel momento in cui partecipano ad attività culturali come il tessere, il cucinare e la conversazione sotto la guida di assistenti ed esperti.
Clay e Cazden (1990) riformularono il programma “Australian-based Reading Recovery” in termini vygotskiani e ne illustrarono la funzionalità. Secondo la descrizione fatta dagli autori, all’inizio della lezione l’insegnante del Reading Recovery non tentava di impartire nuove nozioni, ma intraprendeva azioni che potessero permettere all’alunno di usare ed esperire conoscenze e comportamenti aldilà di quelli che egli era già in grado di controllare. L’insegnante presentava allo studente materiale del tutto sconosciuto, consentendogli così l’elaborazione di nuovi significati, al fine di costruire saperi che andavano oltre l’esperienza passata dell’alunno. Durante questa fase di alfabetizzazione, l’insegnante accettava risposte solo parzialmente valide e successivamente, partendo da quelle, creava ponti attraverso i quali lo studente potesse giungere a soluzioni corrette.
Tharp e Gallimore (1988, pp. 67-69) analizzarono i processi attraverso cui gli studenti acquisiscono la comprensione di nuovi concetti, in termini di prestazione sostenuta dall’insegnante. Essi rilevarono come, nelle “conversazioni educative”, gli insegnanti assistessero i bambini fornendo loro la struttura delle domande, per mezzo delle quali gli studenti potevano poi integrare la conoscenza già posseduta con quella nuova.
Non soddisfatti dalle limitazioni imposte dal metodo educativo della ripetizione , dovuto allo scarso livello di domande ed all’esiguo numero di sequenze I-R-V, gli educatori esplorarono forme di insegnamento più complesse (Brown and Campione, 1994; Cohen, 1994; Palinscar et al., 1993). Il loro interesse verso le modalità attraverso cui i bambini investigavano e risolvevano i problemi, e verso i processi psicologici di ordine superiore, li condusse a nuovi e stimolanti approcci alla ricerca, spesso volti a creare collaborazioni tra insegnanti e ricercatori.

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Autore: Prof. Hugh Mehan, docente ordinario della Facoltà di Sociologia, UCSD. Il lavoro del Prof. Mehan è profondamente improntato sull'Educazione, con particolare risalto alle iniquità educative generate all'interno dei contesti scolastici.

Traduttore: Raffaele Alessandro Panza, studente della Facoltà di Psicologia di Padova, attualmente ricercatore/collaboratore all'University of California, San Diego (UCSD). Nel tempo speso qui ha avuto modo di conoscere e collaborare con il Prof. Hugh Mehan


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