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STUDI E RIFLESSIONI

 

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Lo Studio dell’Interazione Sociale nei Contesti Educativi:
risultati e questioni irrisolte

terza parte

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già pubblicato su Human Development, n. 47, anno 1998

di Hugh Mehan
trad. di Raffaele Alessandro Panza

indice - Bibliografia

Questioni irrisolte e future direzioni
Gli studi pionieristici dell’interazione faccia-a-faccia negli contesti educativi contribuirono a creare nuove immagine del comportamento umano, proponendo che le strutture cognitive e sociali sono costruite nell’interazione e dimostrando come il comportamento umano sia definito dal contesto. L’analisi interazionista del linguaggio usato in classe, abbinata alle comparazioni linguistiche casa/scuola e cross-culturali, generarono strategie pedagogiche al fine di rendere l’insegnamento culturalmente compatibile.
I risultati ottenuti sono molti. Eppure in questo campo ci sono ancora questioni di una certa rilevanza che giacciono irrisolte. L’integrazione delle strutture sociale nell’analisi interazionista è uno di questi aspetti. La riconcettualizzazione dell’apprendimento come un processo contestuale è un altro punto cruciale. La risoluzione di questi quesiti dovrà guidare il lavoro futuro.

Affrontare lo studio degli schemi culturali e delle strutture sociali attraverso l’analisi interazionista
L’analisi interazionista è stata contestata per un radicale contestualismo. Se ad essa si dà atto dell’elegante capacità di descrivere la struttura degli organismi locali e di mostrare il carattere di negoziazione dell’ordine sociale, allo stesso tempo essa viene criticata in quanto (1) tralascia il ruolo svolto dal potere; (2) ignora la cultura; (3) non riconosce o sotto-rappresenta l’influenza dei vincoli imposti dalle economie politiche (Apple, 1982; Foley, 1991, 1992; Giroux, 1983; Karabel e Halsey, 1977; MacLaren, 1989; Ogbu, 1987; Weis, 1985, 1990).
Potere. La critica secondo la quale l’analisi interazionista avrebbe trascurato il ruolo del potere è sorprendentemente fuori bersaglio. Sin dai primi studi per arrivare al presente, è stato dimostrato il ruolo del potere nell’interazione insegnante-studente, esaminatore-studente e consulente-studente. Si può considerare l’analisi linguistica effettuata da Labov (1970) sotto varie condizioni imposte dall’autorità adulta, l’indagine realizzata da realizzata Mehan (1973, 1978) circa il differente utilizzo che gli esaminatori fanno di indizi e suggerimenti con diversi studenti, lo studio di Michaels (1981) dei differenti trattamenti che l’insegnante riserva in base ai discorsi fatti da uno studente bianco ed uno di colore, la ricerca condotta da Erickson e Shultz relativamente alla diversa distribuzione di informazioni durante le consulenze, l’esame di McDermott’s (1976) e Gumperz e Herasimchk’s (1975) sui differenti trattamenti riservati agli studenti posti “più in alto” e a quelli “più in basso” nei gruppi di lettura; tuttavia vi sono pochi studi che hanno mostrato il funzionamento della distribuzione di potere nei contesti educativi.
Cultura. Anche la critica in base alla quale l’analisi interazionista avrebbe tralasciato la cultura è erronea. Gee et al. (1992) fanno giustamente notare che i rituali, le routine, le tradizioni, i ruoli, le teorie popolari ed i modelli culturali costituiscono una parte della dimensione culturale di un contesto più ampio che vincola la spontaneità del linguaggio.
Vincoli politico-economici. In alcuni recenti studi, diversi ricercatori interazionisti hanno esplicitamente considerato l’influenza dei vincoli politici, economici ed istituzionali nell’interazione sociale faccia-a-faccia. Questo genere di riflessioni li ha poi condotti ad instaurare un dialogo con le analisi politiche fatte a riguardo dell’iniquità educativa.
Gli analisti in politica ci invitano a porre attenzione alle pressioni che le politiche ed i vincoli economici impongono sull’azione sociale, attraverso i piani istituzionali (Apple, 1982; Apple e Weis, 1983; Bourdieu, 1986; Bourdieu e Passeron, 1977; Bowles e Gintis, 1976; Coleman et al., 1966; Foley, 1991, 1992; Giroux, 1983; MacLaren, 1989; MacLeod, 1987, Passeron, 1977; Weis, 1985, 1990; Willis, 1977). Queste prospettive teoriche sono certamente seducenti e focalizzate sull’obiettivo. Tuttavia le ricerche concepite da una prospettiva politica sono spesso povere metodologicamente. Dopo aver riconosciuto l’importanza delle politiche economiche, dei piani istituzionali e della stratificazione sociale, ci si trova di fronte ad una seria sfida metodologica: come è possibile mostrare il “ruolo” del capitalismo, la forza delle politiche economiche ed il potere dei piani istituzionali nelle interazioni tra gli individui in situazioni sociali concrete?
Il confronto fatto da Wilcox (1982) dell’interazione tra insegnanti-studenti in una classe di bambini proventi dal ceto operaio ed una classe di bambini provenienti dal ceto medio è uno dei pochi studi nella tradizione politica che esamina momento-per-momento le parti del processo interattivo. I dati ricavati mostravano come fosse difficile rintracciare il ruolo del capitalismo negli ambienti sociali concreti. L’insegnate di una scuola di bambini di ceto medio incoraggiava i propri studenti a studiare duramente, usando ingiunzioni circa le loro vite future, mentre l’insegnante di un istituto scolastico a prevalenza di studenti del ceto operaio disciplinava i propri allievi attraverso richiami alla sua autorità personale, pratiche che, Wilcox sostiene, avevano la funzione di socializzare gli studenti ai loro futuri ruoli occupazionali. Queste attività hanno una pluralità di significati e, tuttavia, non tutte possono essere definite esclusivamente come una preparazione per i giovani della classe operaia ad un posto di operai comuni alla Ford o di commessi al McDonald’s. L’insegnante della scuola di classe operaia, ad esempio, organizzava le sue classi in gruppi piccoli ed auto-diretti, mentre l’insegnante di scuola di ceto medio impiegava metodi più tradizionali, basati sulla centralità dell’insegnante. Di conseguenza si può sostenere che l’insegnante della scuola di classe operaia non preparava i suoi studenti al “nuovo capitalismo”, poiché un lavoro di tipo cooperativo, e non di cieca obbedienza, è ciò che i lavori dirigenziali richiedono nell’era dell’informazione (Gee, 1996).
I teorici in politica applaudono l’acume dei giovani della classe operaia (Foley, 1990; MacLeod, 1987; Weis, 1990; Willis, 1977). Riconoscendo l’esistenza di pochi quanto preziosi impieghi industriali nell’opera di restrizione delle economie capitaliste, i figli e le figlie della classe operaia “resistono” alla prevalente credenza per la il quale successo accademico condurrebbe a quello occupazionale. I “ragazzi” di Willis (1977), gli “hallway hangers” di MacLeod, e i vatos di Foley di rado frequentavano la scuola. Quelle poche volte che si presentavano in classe arrivano in ritardo, consegnavano i compiti fatti a metà, interrompevano le lezioni. L’avversità di questi giovani della classe operaia a partecipare alle pratiche educative derivava dalla valutazione che essi facevano dei costi e dei benefici dell’adesione a questo gioco. Basandosi sulle osservazioni dei propri padri, dei fratelli e degli amici al di fuori del lavoro, essi concludevano che la scuola non li avrebbe aiutati ad ascendere la scala del successo; di conseguenza essi consideravano di poco valore un sforzo verso la partecipazione scolastica. Data questa logica, il comportamento di opposizione dei giovani della classe operaia risalta come una forma di resistenza ad un’istituzione che non può consegnare loro la promessa di mobilità verticale per ogni singolo studente.
Se da un lato la ricerca nella tradizione politica è molto importante poiché mostra come nella vita gli individui compiano scelte in modo attivo, più che rispondere passivamente alle pressioni socioeconomiche che gravano su di essi, dall’altro i teorici politici tendono a romanticizzare il non-conformismo della gente. Non ogni esempio di cattiva condotta dello studente è un caso di resistenza (Bandeau e Collins, 1994; Erickson, 1987; Mehan et al., 1996; Ogbu, 1992). In quanto soggetta a multiple interpretazioni, figlie di differenti prospettive, non è sempre chiaro quando l’azione sia una resistenza, una forma di devianza o una conformità ad un codice di condotta alternativo.
La natura molteplice delle prospettive umane ci invita ad adottare una nuova posizione rispetto alla descrizione etnografica. Invece di ricercare la “prospettiva” migliore e più disinteressata (“oggettivismo”), presumibilmente priva di valori, o di tentare di cogliere le esperienze vissute dal punto di vista dei partecipanti (“soggettivismo”), sarebbe più opportuno adottare una strategia euristica che presenti le molteplici ottiche dei partecipanti e che descriva come alcune di esse finiscano per dominarne altre. Shweder (1996) chiama questa strategia “la visione dei molti dove”, ed io, seguendo Holquist (1984) e Shapiro (1988), ne ho parlato in termini di “politiche di rappresentazione” (Mehan, 1993; cf. Cole, 1996, pp.326-350). L’adozione di questa strategia riguardante la “resistenza” dovrebbe incoraggiare a specificare, sulla base di un’accurata analisi delle situazioni sociali, come l’abbandono scolastico, il fumare nei corridoi ed il consegnare i compiti a casa incompleti sorgano da un articolata critica degli studenti circa le relazioni, ma simultaneamente appaiano come attività di alunni svogliati se considerati dal punto di vista di insegnanti ed amministratori. Considerare questi conflitti come dispute aldilà del significato può aiutare la comprensione di come certe definizioni, spesso sancite istituzionalmente, acquisiscano supremazia e siano imposte su chi gestisce meno potere.
Lo studio da me condotto sulle decisioni prese in ambito educativo (Mehan et al., 1986) partì da queste considerazioni. La mia intenzione era di mostrare come i legami prodotti dalle istituzioni sociali, sebbene lontani dalle circostanze immediate, tuttavia influiscano sulle interazioni localmente organizzate. In altre parole, il mio intento era di rendere palesi le interconnessioni riflessive tra “micro” e “macro” fattori, pur senza abbandonare un micro-livello di analisi per un macro-livello. Ero convinto che un’analisi accurata dell’interazione sociale qui ed ora potesse rivelare l’impatto degli eventi che si verificano altrove e come gli elementi della struttura sociale siano generati all’interno dei contesti interattivi.
Ritengo di aver raggiunto un parziale successo in questo tentativo. Sono stato capace di dimostrare come i vincoli legali e fisici, generati da speciali leggi federali in ambito educativo, influenzino le decisioni prese dagli insegnanti per gli studenti, durante le verifiche di profitto ed gli incontri di collocamento. Ad esempio, le scelte delle commissioni di collocare alcuni studenti all’interno di speciali programmi educativi erano vincolate dalla disponibilità di insegnanti e di aule, di fondi per la diagnosi ed il trattamento, e di considerazioni ordinarie e pratiche, come il tempo e lo spazio disponibile per valutare gli studenti e pervenire a conclusioni comuni. Forse in maniera ancor più soddisfacente, sono stato in grado di dimostrare come gli attori sociali non siano meramente marionette danzanti sulle corde dei vincoli imposti dall’esterno; essi agiscono in modo creativo, producendo i risultati migliori in circostanze per loro difficili. Inoltre, le condizioni che organizzano le linee politiche nazionali, statali e distrettuali, a riguardo dei programmi educativi speciali, allo stesso tempo dispongono le circostanze scolastiche, per mezzo delle quali i genitori e gli insegnanti interpretano alcuni comportamenti degli studenti in termini di “difficoltà di apprendimento”.
I vincoli generati a distanza dalle classi influenzano l’interazione insegnante-studente (Anderson-Levitt, 1987; Cohen, 1994; Tharp e Gallimore, 1988). Come ho precedentemente riferito, sono state rilevate differenze organizzative dell’interazione nelle classi in diverse culture. Se osservate da una particolare direzione, esse appaiono significative ed illustrano ancora una volta il mistero della varietà cross-culturale. Viste da un punto di vista differente, queste differenze rappresentano molto di più che semplici variazioni sul tema. L’insegnamento scolastico ha sempre luogo in spazi fisici confinati ed in segmenti di tempo circoscritti. Parimenti gli insegnanti organizzano l’insegnamento ed invitano gli studenti a dimostrare le loro conoscenze.
L’interazione in classe varia all’interno di parametri ristretti, in quanto non è facile fuggire dai legami imposi dall’ambiente insegnante-apprendimento: il primo e principale vincolo riguarda le scuole che rappresentano una parte del percorso educativo all’interno delle società industrializzate: gli insegnanti sviluppano particolari ricette per l’insegnamento, limitate dalle condizioni che sono in grado di controllare. La lunghezza della giornata e dell’anno scolastico, il numero degli studenti per classe, il sistema di età scolastica e la disponibilità di materiale di insegnamento, sono tutti fatti stabiliti dallo Stato. Le aspettative pubbliche (per esempio, che gli studenti possano leggere entro la fine del primo grado, che possiedano i requisiti richiesti per l’ammissione ai college entro la fine del liceo, ect.) rinforzano questi vincoli disposti dal governo.
Esistono sicuramente legami culturalmente determinati. Gli insegnati francesi, per esempio, operano all’interno di un sistema di verifiche altamente competitivo che, a sua volta, esercita pressione sugli ingegnanti di scuola elementare ad esprimere giudizi circa la promozione o la bocciatura di alcuni studenti alla fine dell’anno (Anderson-Levitt, 1987). Gli insegnanti dei licei americani impartiscono le conoscenze che i college e le università si aspettano che siano “ricoperte”, ovvero competenze relative alla letteratura, alla matematica e alla scienza; ciò scoraggia i sistemi educativi che sono costruiti su attività di valutazione di gruppo e di insegnamento “supportato dai coetanei”. Di conseguenza, è possibile vedere simili caratteristiche comparire più e più volte nella formula che prevede una situazione insegnante-apprendimento (che noi siamo soliti definire “classe”) a causa dei vincoli creati in situazioni che sono lontane dall’ambiente immediato in cui l’insegnamento si realizza.
Il movimento d’incorporazione all’interno dell’analisi interazionista degli aspetti politici ed economici relativi ad un particolare contesto sociale è un lavoro tuttora in progresso. Gli studiosi interazionisti continuano a lottare contro le difficoltose questioni associate all’esercizio del potere, ai vincoli istituzionali ed a tutti gli aspetti ad essi correlati.

Riconcettualizzare l’apprendimento come un processo contestato
Postulando l’interazione esperto-novizio come argomento di investigazione, la tradizione socioculturale scioglie significativamente i suoi legami con la psicologia americana, che tende a focalizzarsi sugli individui e sui processi mentali interni. Studiando i complessi processi educativi che si realizzano in classe, relativi all’apprendimento della matematica, della scienza e del linguaggio delle arti, i ricercatori appartenenti alla tradizione socioculturale hanno documentato le capacità degli studenti di risolvere problemi, di investigare e di generare significati, includendo gli alunni appartenenti a gruppi storicamente assoggettati, che sorpassano le aspettative di natura stereotipata.
Tuttavia la tradizione socioculturale si è spesso rifatta ad una particolare concezione dell’interazione insegnante-studente. L’insegnamento e l’apprendimento è stato rappresentato come un processo consensuale che procede spontaneamente dall’esperto, pieno di conoscenze, al novizio alle prime armi. In questa “benefica” visione dell’interazione (Litowitz, 1990; Panofsky, 1995), diadi perfettamente addestrate di insegnanti volenterosi e studenti desiderosi si muovono simultaneamente, senza alcuno sforzo, attraverso il processo di apprendimento.
Questa visione dei processi interattivi è alquanto differente dalla proposta presentata dalla microetnografia e dagli “etnografi critici”, per i quali conflitto e resistenza caratterizzano le relazioni tra insegnanti e studenti provenienti dai ceti bassi o da minoranze etniche e linguistiche. Nella tradizione microetnografica si è notato come gli insegnanti e gli studenti, i genitori coi propri figli, si trovino comunemente implicati in tentativi volti ad evitare la lettura, i compiti a casa e altre spiacevoli interazioni (McDermott, 1976; McDermott et al., 1978, 1984). Gli studenti lavorano sulle loro relazioni sociali mentre l’insegnante si occupa di organizzare l’apprendimento accademico (Mehan, 1980). Essi devono spesso impiegare considerevoli sforzi nel tentativo di mantenere le lezioni scorrevoli (Bremme, 1982; Mehan, 1979; Shultz et al, 1979). Nella tradizione dell’etnografia critica, gli studenti provenienti da gruppi storicamente subordinati sono continuamente ritratti come resistenti ed allontanati dalla vita accademica, in quanto essi non riescono a vedere i benefici che maturano dal loro duro lavoro (Foley, 1990, 1991; MacLaren, 1989; MacLeod, 1987; Weis, 1985, 1990; Willis, 1977).
Contestazione ed identità non sono argomenti completamente assenti nella tradizione socioculturale. Hood et al. (1980) hanno dimostrato come uno studente “disabile” lottasse disperatamente per nascondere le sue difficoltà a rispondere alle domande di un test “QI Bee”, manipolando intelligentemente gli indizi forniti dal contesto e dagli individui che interagivano con lui. Rogoff (1990, p. 173-176) ha mostrato l’importanza del conflitto nello sviluppo dell’intersoggettività. Reddy (1995) ha svelato le tensioni generate dalla divergenza di obiettivi a cui studenti e insegnanti miravano durante le ore di scienza. Panofsky (1994, 1995) ha presentato le lotte che intercorrono tra genitori ed i propri figli durante la lettura dei libri. Durante questi studi, i bambini non acconsentivano volontariamente ad alcune azioni dell’adulto (come prendere il comando nello sfogliare le pagine o nello stabilire il tema della discussione). Essi resistevano del tutto all’apprendimento o barattavano i momenti educativi offrendo cortesie. Come risultato, l’adulto doveva lavorare duramente per mantenere i bambini sulle ginocchia, a tavola o a teatro.
La resistenza non è limitata alle interazioni tra bambini provenienti da famiglie di basso ceto ed insegnati di status elevato. Come ogni genitore di ceto medio è a conoscenza, l’organizzazione dell’orientamento accademico e dei tempi di studio degli studenti di scuola media o superiore è un processo di contestazione, anche per gli alunni provenienti da famiglie che presumibilmente posseggono il capitale culturale per il mantenimento dello status o per l’ascesa sociale (Bourdieu, 1986). Questa è un’importante considerazione poiché i ricercatori della tradizione dell’etnografia critica associano il conflitto e la resistenza alle relazioni tra insegnanti ed i bambini provenienti da gruppi storicamente subordinati. Attribuire resistenze unicamente a questi gruppi può rivelarsi un’azione pericolosa, in quanto si rischia di stigmatizzare i loro comportamenti come anormali o patologici (Panofsky, 1995).
Perché allora la lotta, la contestazione e la resistenza non sono stati presi in considerazione dalla teoria socioculturale? Di certo, non è stato dovuto a lacune o sviste. Forse è necessario ricercarne la causa nella combinazione tra un’eccessiva campionatura dei soggetti durante le indagini e differenti orientamenti politici. Nella loro esuberanza di mostrarci l’apprendimento nella zona di sviluppo prossimale e/o di presentarci i bambini di gruppi subordinati in una luce positiva, i ricercatori socioculturali ci hanno porto solo gli aspetti positivi. Per cui, in queste indagini, è possibile vedere soltanto informazioni frammentarie, gli aspetti più rilevanti, ma non l’incredibile portata della preparazione che si realizza dietro le quinte, o le pratiche educative nei singoli contesti, od il controllo del comportamento e l’improvvisazione necessaria a condurre ogni interazione insegnamento-apprendimento, specialmente nell’istruzione complessa (Cohen, 1994; Foster, 1995; Reddy, 1995; Tharp e Gallimore, 1988).
Una concezione dell’insegnamento e dell’apprendimento diretta, senza alcun vincolo e giuntura, si sviluppa quando un problema è visto come un epifenomeno, non come una parte del fenomeno stesso. Poiché i bambini spesso oppongono resistenza ad essere disciplinati, poiché spesso vengono attivamente reclutati a partecipare al processo di insegnamento-apprendimento e poiché gli esperti spesso devono concertare gli sforzi al fine di rendere scorrevole il processo educativo, è necessario riformulare il problema in maniera differente. Il conflitto è una caratteristica necessaria dell’interazione insegnamento-apprendimento; è lì costante, un aspetto che resiste ai tentativi di essere corretto, riparato o eliminato.
Se guardiamo ai problemi o ai conflitti come un elemento distintivo ed essenziale dell’interazione, allora bisogna modificare la visione che abbiamo del mondo dell’istruzione e dell’apprendimento. Riconoscendo la necessità di questo scarto di prospettiva, Panofsky (1995) fa appello ad un modello di “partecipazione negoziata” che possa rimpiazzare quello della “partecipazione guidata” (Rogoff et al., 1993), che al momento predomina la teoria socioculturale. Mentre io preferisco il concetto di “negoziazione contesta”, poiché mette al centro le idee di una tensione inevitabile e dei conflitti che si instaurano nell’insegnamento e nell’apprendimento, Panofsky si muove in questa direzione in quanto riconcettualizzare l’apprendimento come un processo contestato aiuta la comprensione del lavoro interattivo che, momento-per-momento, mette in atto il processo di realizzazione dell’iniquità educativa.

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Autore: Prof. Hugh Mehan, docente ordinario della Facoltà di Sociologia, UCSD. Il lavoro del Prof. Mehan è profondamente improntato sull'Educazione, con particolare risalto alle iniquità educative generate all'interno dei contesti scolastici.

Traduttore: Raffaele Alessandro Panza, studente della Facoltà di Psicologia di Padova, attualmente ricercatore/collaboratore all'University of California, San Diego (UCSD). Nel tempo speso qui ha avuto modo di conoscere e collaborare con il Prof. Hugh Mehan


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