Riassunto
Lo studio dell’interazione faccia-a-faccia nei contesti educativi
è collocato storicamente. Saranno riesaminati i temi più
importanti affrontati dall’analisi interazionista (le strutture
sociali e cognitive sono costruite attraverso l’interazione sociale,
il comportamento umano è contesto-relativo, la discontinuità
culturale aiuta a spiegare l’iniquità nell’educazione,
l’apprendimento è un processo socioculturale). Altresì
verranno valutati gli apporti di questi studi allo sviluppo teorico,
metodologico e pedagogico. L’articolo si concluderà con
una discussione relativa a due questioni tuttora irrisolte: l’integrazione
dell’analisi delle strutture sociali e delle dinamiche interattive
negli studi inerenti l’educazione; la riconciliazione delle dimensioni
conflittuali e consensuali dell’apprendimento.
Parole
Chiave
Costruttivismo; comportamento contesto-specifico; etnografia critica;
discontinuità culturale; interazione; macro-micro connessioni;
microetnografia; teoria socioculturale.
Abstract
The study of face-to-face interaction in educational settings
is placed in historical context. The major themes of interactional
analysis – that social and cognitive structures are constructed
in social interaction, human behavior is context-specific, cultural
discontinuity helps explain educational inequality, and learning
is a sociocultural process – are reviewed, and the contributions
of these findings to theory, methodology and pedagogy are assessed.
The paper concludes with a discussion of two unresolved issues:
the integration of social structure and interaction in educational
analysis and the reconciliation of conflictual and consensual
dimensions of learning.
Key
Words
Constructivism; context-specific behavior; critical ethnography;
cultural discontinuity; interaction; micro-macro connections;
microethnography; sociocultural theory.
Introduzione
Riesaminerò i risultati e le questioni irrisolte riguardanti
gli studi dell’interazione faccia-a-faccia nei contesti educativi
– con particolare riferimento agli eventi prodotti all’interno
dell’ambiente scolastico. Le radici intellettuali di questo filone
di ricerca verranno discusse nell’Introduzione. I problemi centrali
dell’analisi interazionista verranno identificati nel paragrafo
“Tematiche e Risultati”. Nella sezione “Valutazione dei Contributi”
verranno presentati i contributi forniti alla teoria, alla metodologia
e alla pedagogia, partendo da una prospettiva interazionista delle
strutture sociali e cognitive, dall’idea che il comportamento
umano è contesto-specifico, dalla discontinuità
culturale come spiegazione all’iniquità nell’Educazione,
da una concezione socioculturale dell’apprendimento. Concluderò
l’articolo suggerendo che gli studi futuri dovranno perseverare
nella ricerca di vie attraverso le quali poter incorporare nell’analisi
interazionista sia le strutture sociali che la cultura, e riconciliare
le dimensioni conflittuali e consensuali dell’apprendimento.
Contesto
Storico
Lo studio dell’interazione faccia-a-faccia nei contesti educativi
risale agli anni Sessanta del Novecento, i quali videro l’emergere
di una crescente preoccupazione per le difficoltà scolastiche
nutrite dagli studenti provenienti da famiglie a basso reddito
e da minoranze etniche. In questo periodo la comparsa di una serie
di spiegazioni controverse a questo divario di successo suscitò
un profondo interesse.
Jensen (1969) scioccò gli accademici, come pure la “gente
comune”, quando concluse che le caratteristiche biologiche limitano
lo sviluppo del potenziale umano degli afro-americani e che una
larga scala di interventi non potrebbe colmare la differenza di
risultati conseguiti da Neri e Bianchi: “E’ stata testata un’educazione
di tipo compensatorio, ma apparentemente essa ha fallito (Jensen,
1969, p.2)”. Bereiter e Englemann avanzarono una posizione egualmente
controversa quando dichiararono che “…il linguaggio della popolazione
di ceto basso… è inadeguato ad esprimere opinioni personali
ed originali, a condurre uno studio analitico, ad un ragionamento
accurato, a trattare in termini ipotetici o aldilà dei
fatti presenti, ad approfondire questioni complesse” (1966, p.32).
Questa “deprivazione linguistica” condurrebbe gli studenti provenienti
da famiglie a basso reddito a conseguire mediocri risulti accademici.
I pionieri degli studi interazionisti interessati all’educazione
si batterono veementemente contro tali istanze. L’idea per la
quale le difficoltà nell’educazione erano da attribuirsi
ad una deprivazione ereditaria (Herrnstein, 1974; Jensen, 1969)
o culturale (Bereiter e Englemann, 1966; Deutsch, 1967) fu giudicata
fallace poiché essa denigrava la ricca e complessa organizzazione
sociale degli studenti “a basso reddito”, delle loro famiglie
e le delle loro comunità. Inoltre furono parimenti criticate
le argomentazioni fornite in suffragio di queste teorie: esse
trascuravano il modo con cui le disposizioni economiche di una
società (il denaro, lo status ed il potere), le pratiche
istituzionali scolastiche (il raggruppamento degli studenti secondo
le loro abilità, le verifiche di profitto ed i percorsi
accademici), le difficili relazioni tra casa, scuola e lavoro
contribuiscono alla costruzione del successo o dell’insuccesso
educativo degli studenti.
A partire dagli anni Sessanta fino al presente, i professionisti
dell’analisi interazionista hanno cercato di modificare la rappresentazione
dei gruppi storicamente assoggettati, al fine di costruire contesti
per l’apprendimento che potessero migliorarne l’educazione, per
informarci su come i cittadini ed i ricercatori siano alla stregua
parte dello stesso problema, per rivelare l’ideologia che soggiace
alle politiche economiche incentrate su questo genere di problemi.
La comparsa di libri come The Bell Curve (Hernestein and Murray,
1994) ha dimostrato come questo lavoro “correttivo” debba necessariamente
continuare, giacché le spiegazioni fornite dalle teorie
della deprivazione ereditaria e culturale non sono ancora state
completamente debellate.
Origini
intellettuali
Lo studio dell’interazione sociale nei contesti educativi ha avuto
le sue radici intellettuali nell’antropologia, nella sociologia
e nella linguistica. Mentre gli psicologi dello sviluppo nutrivano
un largo interesse per l’apprendimento al di fuori della scuola,
gli psicologi influenzati dalla scuola socio-storica sovietica
approfondirono gli studi interazionistici nei contesti scolastici,
percorrendo diverse vie – la maggior parte delle quali focalizzando
l’attenzione prevalentemente attorno alle basi sociali dell’apprendimento
da parte degli studenti.
I pionieri dell’analisi interazionista attinsero le loro fonti
da un eclettico assortimento di precursori – provenienti dalla
sociolinguistica, dalla cinesica, dall’analisi della conversazione,
dall’antropologia cognitiva, dall’antropologia dell’educazione,
dall’etnometodologia – e li fusero in nuove ed uniche questioni
per la ricerca. Nella sociolinguistica, Ervin-Tripp (1973), Grimshaw
(1981), Gumperz (1971), Hymes (1974), Labov (1970, 1972), e Shuy
(1972) (vedi anche Cazden et al., 1972; Gumperz e Hymes, 1964,
1972) spiegarono le basi sociali dell’uso del linguaggio. Nella
cinesica, Birdwhistell (1970) e Scheflen (1970) mostrarono come
i movimenti corporali e la postura non siano casuali, ma sistematici
e sequenziali, e come possano rafforzare, completare o contraddire
i messaggi verbali. Nell’analisi della conversazione Sacks et
al. (1974) rilevarono le caratteristiche sequenziali e di organizzazione
delle conversazioni ordinarie. Nell’antropologia cognitiva Conklin
(1955, 1962), D’Andrade (1976), Frake (1961, 1964) e Goodenough
(1956, 1964) riscrissero la cultura in termini cognitivi chiedendosi
quale conoscenza i membri di una società debbano impiegare
per essere riconosciuti come competenti? Nell’antropologia dell’educazione,
Jules Henry (1963) e Spindler e Spindler (1971) ci dimostrarono
l’utilità che lo studio dei contesti educativi assume per
il funzionamento di processi culturali come la socializzazione
e la trasmissione di conoscenza. Nell’etnometodologia, Cicourel
(1964, 1968, 1970) e Garfinkel (1967) incoraggiarono gli studiosi
a rivelare il “lavoro sociale” che costituiva, in modo durevole
e vincolante, i fatti del mondo.
I primi professionisti dell’arte, benché provenienti da
diversi apparati disciplinari, espressero uniformemente un’insoddisfazione
per gli strumenti metodologici ed i paradigmi teorici prevalenti
all’interno dei campi disciplinari di loro competenza, e si rivolsero
allo studio dell’interazione momento-per-momento al fine di capire
meglio i processi costitutivi che producono il successo o le difficoltà
degli studenti a scuola.
...continua...
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Autore:
Prof.
Hugh Mehan, docente ordinario della Facoltà di
Sociologia, UCSD. Il lavoro del Prof. Mehan è profondamente
improntato sull'Educazione, con particolare risalto alle iniquità
educative generate all'interno dei contesti scolastici.
Traduttore:
Raffaele Alessandro Panza,
studente della Facoltà di
Psicologia di Padova, attualmente ricercatore/collaboratore all'University
of California, San Diego (UCSD). Nel tempo speso qui ha avuto
modo di conoscere e collaborare con il Prof. Hugh Mehan
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