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STUDI E RIFLESSIONI

 

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Lo Studio dell’Interazione Sociale nei Contesti Educativi: risultati e questioni irrisolte - Lo Studio dell’Interazione Sociale
introduzione

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già pubblicato su Human Development, n. 47, anno 1998

di Hugh Mehan
trad. di Raffaele Alessandro Panza

indice - Bibliografia

Riassunto
Lo studio dell’interazione faccia-a-faccia nei contesti educativi è collocato storicamente. Saranno riesaminati i temi più importanti affrontati dall’analisi interazionista (le strutture sociali e cognitive sono costruite attraverso l’interazione sociale, il comportamento umano è contesto-relativo, la discontinuità culturale aiuta a spiegare l’iniquità nell’educazione, l’apprendimento è un processo socioculturale). Altresì verranno valutati gli apporti di questi studi allo sviluppo teorico, metodologico e pedagogico. L’articolo si concluderà con una discussione relativa a due questioni tuttora irrisolte: l’integrazione dell’analisi delle strutture sociali e delle dinamiche interattive negli studi inerenti l’educazione; la riconciliazione delle dimensioni conflittuali e consensuali dell’apprendimento.

Parole Chiave
Costruttivismo; comportamento contesto-specifico; etnografia critica; discontinuità culturale; interazione; macro-micro connessioni; microetnografia; teoria socioculturale.

Abstract
The study of face-to-face interaction in educational settings is placed in historical context. The major themes of interactional analysis – that social and cognitive structures are constructed in social interaction, human behavior is context-specific, cultural discontinuity helps explain educational inequality, and learning is a sociocultural process – are reviewed, and the contributions of these findings to theory, methodology and pedagogy are assessed. The paper concludes with a discussion of two unresolved issues: the integration of social structure and interaction in educational analysis and the reconciliation of conflictual and consensual dimensions of learning.

Key Words
Constructivism; context-specific behavior; critical ethnography; cultural discontinuity; interaction; micro-macro connections; microethnography; sociocultural theory.

 

Introduzione
Riesaminerò i risultati e le questioni irrisolte riguardanti gli studi dell’interazione faccia-a-faccia nei contesti educativi – con particolare riferimento agli eventi prodotti all’interno dell’ambiente scolastico. Le radici intellettuali di questo filone di ricerca verranno discusse nell’Introduzione. I problemi centrali dell’analisi interazionista verranno identificati nel paragrafo “Tematiche e Risultati”. Nella sezione “Valutazione dei Contributi” verranno presentati i contributi forniti alla teoria, alla metodologia e alla pedagogia, partendo da una prospettiva interazionista delle strutture sociali e cognitive, dall’idea che il comportamento umano è contesto-specifico, dalla discontinuità culturale come spiegazione all’iniquità nell’Educazione, da una concezione socioculturale dell’apprendimento. Concluderò l’articolo suggerendo che gli studi futuri dovranno perseverare nella ricerca di vie attraverso le quali poter incorporare nell’analisi interazionista sia le strutture sociali che la cultura, e riconciliare le dimensioni conflittuali e consensuali dell’apprendimento.

Contesto Storico
Lo studio dell’interazione faccia-a-faccia nei contesti educativi risale agli anni Sessanta del Novecento, i quali videro l’emergere di una crescente preoccupazione per le difficoltà scolastiche nutrite dagli studenti provenienti da famiglie a basso reddito e da minoranze etniche. In questo periodo la comparsa di una serie di spiegazioni controverse a questo divario di successo suscitò un profondo interesse.
Jensen (1969) scioccò gli accademici, come pure la “gente comune”, quando concluse che le caratteristiche biologiche limitano lo sviluppo del potenziale umano degli afro-americani e che una larga scala di interventi non potrebbe colmare la differenza di risultati conseguiti da Neri e Bianchi: “E’ stata testata un’educazione di tipo compensatorio, ma apparentemente essa ha fallito (Jensen, 1969, p.2)”. Bereiter e Englemann avanzarono una posizione egualmente controversa quando dichiararono che “…il linguaggio della popolazione di ceto basso… è inadeguato ad esprimere opinioni personali ed originali, a condurre uno studio analitico, ad un ragionamento accurato, a trattare in termini ipotetici o aldilà dei fatti presenti, ad approfondire questioni complesse” (1966, p.32). Questa “deprivazione linguistica” condurrebbe gli studenti provenienti da famiglie a basso reddito a conseguire mediocri risulti accademici.
I pionieri degli studi interazionisti interessati all’educazione si batterono veementemente contro tali istanze. L’idea per la quale le difficoltà nell’educazione erano da attribuirsi ad una deprivazione ereditaria (Herrnstein, 1974; Jensen, 1969) o culturale (Bereiter e Englemann, 1966; Deutsch, 1967) fu giudicata fallace poiché essa denigrava la ricca e complessa organizzazione sociale degli studenti “a basso reddito”, delle loro famiglie e le delle loro comunità. Inoltre furono parimenti criticate le argomentazioni fornite in suffragio di queste teorie: esse trascuravano il modo con cui le disposizioni economiche di una società (il denaro, lo status ed il potere), le pratiche istituzionali scolastiche (il raggruppamento degli studenti secondo le loro abilità, le verifiche di profitto ed i percorsi accademici), le difficili relazioni tra casa, scuola e lavoro contribuiscono alla costruzione del successo o dell’insuccesso educativo degli studenti.
A partire dagli anni Sessanta fino al presente, i professionisti dell’analisi interazionista hanno cercato di modificare la rappresentazione dei gruppi storicamente assoggettati, al fine di costruire contesti per l’apprendimento che potessero migliorarne l’educazione, per informarci su come i cittadini ed i ricercatori siano alla stregua parte dello stesso problema, per rivelare l’ideologia che soggiace alle politiche economiche incentrate su questo genere di problemi. La comparsa di libri come The Bell Curve (Hernestein and Murray, 1994) ha dimostrato come questo lavoro “correttivo” debba necessariamente continuare, giacché le spiegazioni fornite dalle teorie della deprivazione ereditaria e culturale non sono ancora state completamente debellate.

Origini intellettuali
Lo studio dell’interazione sociale nei contesti educativi ha avuto le sue radici intellettuali nell’antropologia, nella sociologia e nella linguistica. Mentre gli psicologi dello sviluppo nutrivano un largo interesse per l’apprendimento al di fuori della scuola, gli psicologi influenzati dalla scuola socio-storica sovietica approfondirono gli studi interazionistici nei contesti scolastici, percorrendo diverse vie – la maggior parte delle quali focalizzando l’attenzione prevalentemente attorno alle basi sociali dell’apprendimento da parte degli studenti.
I pionieri dell’analisi interazionista attinsero le loro fonti da un eclettico assortimento di precursori – provenienti dalla sociolinguistica, dalla cinesica, dall’analisi della conversazione, dall’antropologia cognitiva, dall’antropologia dell’educazione, dall’etnometodologia – e li fusero in nuove ed uniche questioni per la ricerca. Nella sociolinguistica, Ervin-Tripp (1973), Grimshaw (1981), Gumperz (1971), Hymes (1974), Labov (1970, 1972), e Shuy (1972) (vedi anche Cazden et al., 1972; Gumperz e Hymes, 1964, 1972) spiegarono le basi sociali dell’uso del linguaggio. Nella cinesica, Birdwhistell (1970) e Scheflen (1970) mostrarono come i movimenti corporali e la postura non siano casuali, ma sistematici e sequenziali, e come possano rafforzare, completare o contraddire i messaggi verbali. Nell’analisi della conversazione Sacks et al. (1974) rilevarono le caratteristiche sequenziali e di organizzazione delle conversazioni ordinarie. Nell’antropologia cognitiva Conklin (1955, 1962), D’Andrade (1976), Frake (1961, 1964) e Goodenough (1956, 1964) riscrissero la cultura in termini cognitivi chiedendosi quale conoscenza i membri di una società debbano impiegare per essere riconosciuti come competenti? Nell’antropologia dell’educazione, Jules Henry (1963) e Spindler e Spindler (1971) ci dimostrarono l’utilità che lo studio dei contesti educativi assume per il funzionamento di processi culturali come la socializzazione e la trasmissione di conoscenza. Nell’etnometodologia, Cicourel (1964, 1968, 1970) e Garfinkel (1967) incoraggiarono gli studiosi a rivelare il “lavoro sociale” che costituiva, in modo durevole e vincolante, i fatti del mondo.
I primi professionisti dell’arte, benché provenienti da diversi apparati disciplinari, espressero uniformemente un’insoddisfazione per gli strumenti metodologici ed i paradigmi teorici prevalenti all’interno dei campi disciplinari di loro competenza, e si rivolsero allo studio dell’interazione momento-per-momento al fine di capire meglio i processi costitutivi che producono il successo o le difficoltà degli studenti a scuola.

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Autore: Prof. Hugh Mehan, docente ordinario della Facoltà di Sociologia, UCSD. Il lavoro del Prof. Mehan è profondamente improntato sull'Educazione, con particolare risalto alle iniquità educative generate all'interno dei contesti scolastici.

Traduttore: Raffaele Alessandro Panza, studente della Facoltà di Psicologia di Padova, attualmente ricercatore/collaboratore all'University of California, San Diego (UCSD). Nel tempo speso qui ha avuto modo di conoscere e collaborare con il Prof. Hugh Mehan


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