A QUALE ETA' PARLARE AL BAMBINO?
A due anni un bambino è già in
grado di intendere che cosa significhi perdere qualcosa, anche
se non è in grado di comprendere razionalmente il concetto
di morte. Verso i tre o i quattro anni ha sicuramente sentito
parlare della morte grazie alle fiabe, alla televisione, ha fatto
esperienza del vedere morire qualche pianta o qualche insetto.
Dai quattro ai sei anni, il morire (e il "finire")
è visto spesso come la cosa più naturale del mondo,
in quanto la vita e la morte sono considerati due stadi conseguenti.
E' a questa età che si dovrebbe spiegare ai bambini che
con la morte cessa la vita fisica di una persona, che con questo
evento verrà sepolta o cremata.
E’ dai sette ai dieci anni che un bambino si
pone delle domande riguardo al "dopo", soprattutto se educato
alla religione e alla fede; comincia ad elaborare qualche idea
sull’anima e a maturare qualche riflessione sui misteri della
vita e della morte.
Con la pubertà un ragazzo diventa capace
di pensiero astratto e quindi è in grado di pensare la
morte in un modo sempre più simile a quello dell'adulto.
Cercherà dapprima delle risposte all’interno della famiglia
e successivamente nel gruppo dei pari.
COSA DIRE AD UN BAMBINO?
Le domande più tipiche poste da un bambino
di fronte alla morte sono: "perché una persona muore?";
"che cosa succede a queste persone morte?"; "dove vanno a finire?"
Se siamo persone religiose possiamo senz’altro
rendere partecipi i bambini di ciò che la fede ci porta
a ritenere, ma il miglior aiuto arriva incoraggiandoli ad esprimere
le loro idee e convinzioni personali. Si raccoglie in questo modo
il miglior "materiale" per parlare ai bambini, vicino alle loro
sensibilità e nel rispetto della loro maturità.
Nel cercare le "parole giuste", si dovrebbe evitare
tutto ciò che causa confusione, turbamento, angoscia, dubbi
o rimorsi. Ad esempio, si può creare un senso di colpa
quando si racconta l’assenza di una figura di riferimento come
un abbandono anziché come evento naturale della vita.
Di fronte ad una morte per malattia, è
importante fare in modo che il bambino non associ tutte le malattie
a questo evento terminale della vita. Analogamente si dovrebbe
evitare di paragonare il dormire alla morte, soprattutto quando
i bambini sono troppo piccoli per fare in proprio una corretta
distinzione.
Soprattutto va cercata una corretta gestione
delle emozioni connesse al morire. Sono convinta che l'adulto
abbia il diritto di vivere il suo dolore di fronte alla perdita
di una persona cara, ma deve avere la consapevolezza che il bambino
recepisce fortemente gli stati d’animo di chi lo circonda. Quando
è piccolo, deve poter sentire, nelle parole e negli atteggiamenti
dei familiari, equilibrio, sicurezza e protezione; perciò
anche nella sofferenza causata dal lutto è necessario riservare
al bambino dei momenti di affettuosità che gli confermino
la presenza e la protezione degli adulti.
Quando è più grande, l'adulto potrà
spiegare con le parole le sue lacrime, la tristezza e il dolore:
il ragazzo di undici o dodici anni saprà provare compassione
e persino infondere conforto.
Da questa condivisione il ragazzo si sentirà
valorizzato ed imparerà che l’adulto può manifestare
i propri sentimenti senza vergogna. Ne uscirà rafforzato
anche il senso di appartenenza alla famiglia, che si alimenta
non solo attraverso gli eventi piacevoli, ma anche grazie a quelli
dolorosi.
SUL FUNERALE
Uno degli aspetti più controversi quando
si disquisisce su questi temi riguarda la partecipazione dei bambini
al funerale. A mio avviso è opportuna, perché mette
ciascuno a confronto con "la morte come fatto reale", un passaggio
necessario per poter elaborare la perdita.
E’ il momento in cui è consentito dimostrare
disperazione, senza pudore; è il tempo adatto per dire
addio alla persona che non c’è più, non in solitudine
ma in mezzo ad altri che celebrano il valore e la memoria della
persona defunta.
I bambini vanno ammessi ai funerali solo con
il loro consenso ed avendo cura di integrarli anche dopo la cerimonia
in sé. Perciò vi deve essere una preparazione adeguata,
raccontando in anticipo tutto ciò che succederà,
rispondendo in modo adeguato a tutte le domande. Se il genitore
non si sente in grado di affrontare l'evento in questo modo, è
bene che chieda aiuto ad altri in grado di vivere il lutto in
modo più distaccato.
Non si dimentichi che la cerimonia funebre è
un momento, anche per gli adulti, che si carica di sentimenti
contrastanti, che nel bambino vanno letti ed interpretati con
una particolare attenzione alla dimensione non verbale ed al comportamento
in modo da assicurare comprensione, protezione ed affetto.
In definitiva la morte, il dolore, la malattia,
la sofferenza possono essere importanti motivi di crescita per
bambini, ragazzi ed adolescenti: vanno affrontati in chiave educativa
con cura e senza falsi pudori, cercando una continua mediazione
tra realtà e gli immaginari spontanei che ciascuno si forma
nel proprio quotidiano.