|
Abstract: L’Autrice propone una riflessione sui nuovi termini introdotti dalla lingua inglese nel mondo dell’educazione.
Da
un po’ di tempo si fa un gran parlare di emergenza educativa, ma
secondo alcuni è improprio definirla emergenza, perché:
a) non è una situazione transitoria ma durevole; b)
l’educazione è sempre stata problematica; c) si
generalizzerebbe considerando un po’ tutti i minori con disagio o
devianti; d) la vera emergenza non riguarda tanto gli educandi quanto
gli educatori, la cui preoccupazione montante rischia di trasformarsi
in "sfinimento educativo" (come sostiene il pedagogista Duccio
Demetrio, l’educazione non è finita ma sfinita [1]).
Sarebbe più opportuno parlare di sfida educativa perché
già Aristotele parlava della resistenza dei giovani ad essere
educati o di istanza educativa perché proprio i giovani chiedono
delle regole, dei modelli.
Ma cos’è l’educazione oggi? Nel mondo giuridico
è un diritto ed un dovere per gli educatori, un diritto per gli
educandi. Nelle altre scienze umane, mentre in passato per le
definizioni si faceva riferimento al latino (educare e educere) e al greco (philia),
oggi prevalgono gli anglicismi. Prendendo spunto da un programma
di educazione alla sicurezza stradale (E.S.S.), che propone "il
principio delle 3 E" (education, enforcement, engineering), si può provare a dare un contenuto ai nuovi significanti inglesi usati in campo educativo.
Education. Vocabolo
caratterizzato da polisemia (forse più del corrispondente
"educazione" nella nostra lingua), da cultura a formazione. In
quest’ultimo periodo si affacciano numerose locuzioni per
indicare nuove o rinnovate strategie e finalità educative. Tra
le più diffuse "media education", educazione attraverso e
soprattutto ai media (tanto promossa dall’associazione degli
spettatori AIART); "peer education", educazione tra pari (nei vari
aspetti, dalla "peer mediation" al "peer tutoring"); "peace education",
educazione alla pace (in realtà la prima a parlarne è
stata Maria Montessori); "pet education", educazione mediante un
animale (solitamente il cane). Tanto la polisemia quanto i neologismi
evidenziano l’impegno che sono chiamati a profondere tutti gli
educatori, dai genitori agli educatori professionali.
Enforcement. Questa
parola, che letteralmente significa "costrizione", evoca i concetti di
rinforzo, negativo (punizione) e positivo (premio). Nella famiglia
odierna, che da etica e precettiva è diventata affettiva e
permissiva, si danno spesso indifferentemente ed incoerentemente solo
rinforzi positivi. Gli esempi sono innumerevoli: un genitore, pentito
di aver mosso al figlio un rimprovero ritenuto poi esagerato, cerca di
rimediare con un regalino o altro; al rimprovero della mamma il
papà fa seguire un gesto di disapprovazione del rimprovero e di
ammiccamento col figlio; i genitori che regalano il motorino al figlio
per esser scampato alla bocciatura scolastica. Agendo
indiscriminatamente e confondendo il perdono col perdonismo (ormai si
parla di perdonismo familiare), la famiglia rischia di divenire
anaffettiva o addirittura antisociale. Enforcement
richiama alla mente, invece, l’autorità, che, in
quest’epoca di evanescenza e di tiepidezza, va recuperata proprio
nel suo senso etimologico. Autorità deriva dal latino auctor,
che, a sua volta, deriva dal verbo augere, accrescere, far prosperare;
per cui se l’auctor è l’accrescitore, il promotore,
il sostenitore, il fondatore, l’autorità è
l’insieme delle qualità dell’auctor. Da non
trascurare che in latino, tra i vari significati di auctoritas, vi
erano anche esempio ed esortazione. Dall’autorità consegue
l’autorevolezza, che è la capacità di esprimere
l’autorità. Nel rapporto educativo,
l’autorità presuppone la presenza di un soggetto "autore" [2] dell’azione
educativa, o meglio, del progetto educativo e di un soggetto
destinatario, vale a dire un dialogo. Purtroppo, da parte degli adulti,
viene sempre più a mancare la capacità e la
disponibilità al dialogo.
Engineering. "Ingegneria, progettazione". Anche se si moltiplicano i social network,
aumenta la difficoltà ad instaurare relazioni genuine e profonde
e le appartenenze sono sempre più fragili (fragilità che
caratterizza molti adulti e da questi trasmessa ai giovani). Prevalgono
le relazioni superficiali o virtuali (relazioni "a tempo" e "a basso
impegno"), perché più facili da instaurare ma anche da
"cestinare" proprio come nel gergo informatico. Un ulteriore paradosso
può essere riscontrato nell’ambiguità crescente nel
rapporto genitori-figli, nel modello prevalente di famiglia, cosiddetta
famiglia "ancillare", in cui non si cresce gli uni "al servizio" degli
altri, ma si presenta come una tavola imbandita con tutti i beni
possibili (cibo, hobby,
giocattoli, viaggi, corsi di lingue, "raccomandazioni"), con due
maggiordomi, padre e madre, che si affaccendano a "servire" i figli.
Oggi occorrono educatori che siano bravi ingegneri, capaci di costruire
ponti, di mettere in contatto realtà molto diverse tra loro,
generazioni distanti (anche perché cresce il numero di coloro
che fanno i figli in età considerata matura) e culture "altre"
(si pensi anche al disorientamento culturale dei cosiddetti immigrati
di seconda generazione) e di sperimentare nuove strategie. Occorrono
nuove strategie perché tanto la pedagogia quanto il diritto,
essendo scienze umane, sono soggette al relativismo. Basti pensare a
quanto prevedeva il diritto di famiglia prima della legge di riforma n.
151/1975 in materia educativa: per esempio il testo originario
dell’art. 315 del cod. civ. recitava che il figlio "deve onorare
e rispettare i genitori" e addirittura nell’art. 319 si prevedeva
il collocamento in un istituto di correzione per cattiva condotta del
figlio. Per nuove strategie, però, si deve intendere che gli
educatori devono usare lo stesso linguaggio e gli stessi canali
espressivi dei giovani, ma senza scendere ai loro livelli e senza
cadere nell’adultescenza, come invece spesso avviene.
Engagement:
"impegno". E' emblematico che "engagement" (termine presente anche
nella lingua francese con accezioni simili) significhi, oltre ad
impegno, anche fidanzamento e promessa, tutte situazioni che comportano
una partecipazione piena della persona nei confronti di un’altra
persona. Nella nostra epoca, a differenza del passato, si parla molto
di educazione, ma nello stesso tempo sembra diminuire il tasso di
impegno effettivo in campo educativo. La preoccupazione educativa si
dovrebbe trasformare in occupazione educativa riscoprendo una vera e
profonda passione per l’educazione (come diceva Cicerone "studium
docendi", passione di insegnare), la vocazione educativa. Per educare
all’impegno occorre educarsi (o rieducarsi) in tal senso,
sentirsi coinvolti e convinti di essere partecipi dello stesso
processo, mettersi dall’altra parte, proprio come fanno gli
esperti di marketing nelle operazioni di engagement dei clienti.
Empowerment: "acquisizione di potere". Per empowerment
- parola usata sia in pedagogia sia in andragogia e tanto cara al
sociologo e educatore Danilo Dolci col significato di "capacitazione" -
s’intende il prendere in mano le proprie capacità e
conseguentemente le proprie responsabilità. A tale proposito,
oltre alla vituperata responsabilità sociale (quando qualcosa
non va, non si fa altro che denunciare che "è colpa di questa
società"), ogni educatore deve recuperare il senso di
responsabilità personale senza più deleghe (addirittura,
nei casi di separazione e divorzio dei coniugi, si arriva a delegare il
giudice anche per scelte relative alla sfera affettiva e relazionale
dei figli) e educare alla responsabilità personale che è
il risvolto della libertà personale, quella "libertà da e
di" che non è altro che l’insieme di quelle che, in campo
educativo, sono variamente definite capacità,
potenzialità o altro. In altre parole essere empowered
significa interrogarsi e sapersi confrontare con gli altri (era questa,
in ultima analisi, la cosiddetta "pedagogia delle domande" di Danilo
Dolci).
Imprinting.
"Prendere forma". Prendendo spunto dalla teoria
dell’apprendimento di base elaborata dall’etologo austriaco
Konrad Lorenz sulla base del primo contatto tra madre e figlio, si
può affermare che un’equilibrata umanità e una sana
relazionalità non si coltivano attraverso chissà quali
insegnamenti, ma innanzitutto mediante relazioni affettivamente sincere
e intense. Si tratta di quei rapporti significativi tutelati anche
giuridicamente; si leggano per esempio il novellato art. 155 comma 1
cod. civ. e l’art. 11 L. 4 maggio 1983 n. 184 "Diritto del minore
ad una famiglia" (come novellato dalla L. 28 marzo 2001 n. 149).
In caring.
"Orientamento al valore", espressione coniata dal pedagogista
statunitense Matthew Lipman. Secondo il sociologo francese Raymond
Boudon, il cui campo d’interesse è proprio la sociologia
dei valori, le nuove generazioni non sono contrarie ai valori ma
tutt’altro, chiedono condivisione e coerenza di valori. I valori
sono importanti perché diventano punti di riferimento, antenne
per orientarsi nella vita. Gli educatori devono capire ed avere il
coraggio di costruire ciò che veramente vale (dal significato
etimologico di valore) nella vita e non è transeunte: la vita
stessa, la famiglia, l’amicizia e gli altri valori correlati,
quali la gratuità, la socialità, la solidarietà. E
la famiglia resta il primo soggetto educativo deputato alla mediazione
dei valori e allo sviluppo della coscienza, quella "bussola" della vita
spesso obnubilata da falsi valori o disvalori. In tal modo la famiglia
diventa anche luogo di educazione alla legalità senza dover
attendere gli appositi percorsi didattici avviati nella scuola.
I care. "Io ho a
cuore", il famoso motto di don Lorenzo Milani. Il grande educatore don
Giovanni Bosco era solito ripetere "che i giovani non solo siano amati,
ma che essi stessi conoscano di essere amati". I buoni educatori devono
far sentire che hanno cura per gli educandi loro affidati dalla e nella
vita e educarli ad aver cura per l’essere (dall’ego
all’io; l’identità), l’essere da
(l’origine; la famiglia), l’essere con (gli altri; la
società, da quella civile a quella politica), l’essere per
(la proiezione verso il futuro; la progettualità)[3].
I genitori e gli adulti in generale, invece, trasmettono ansia,
preoccupazione più per le cose (o per il corpo) che per
l’intera persona. Si pensi alle classiche domande, talvolta fatte
anche in fretta senza aspettarne la risposta: "Ti sei coperto bene?";
"Hai mangiato tutto?"; "Quanto hai preso all’interrogazione?";
"Cosa diceva Aristotele?". Bisogna imparare a riformulare le domande:
"Ti senti bene?"; "Sei soddisfatto dell’interrogazione?"; "Cosa
ti dice Aristotele?" e così via. Gli adulti devono
recuperare il gusto ed il senso della vita e soprattutto
l’entusiasmo (che etimologicamente significa "essere ispirati in
dio" e quindi si riferisce all’aspetto spirituale) per
rigenerarsi come educatori. "La nostra vita è un’opera
d’arte […]. Per viverla come esige l’arte della vita
dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte –
porci delle sfide difficili" [4].
"A ogni artista della vita si chiede di accettare, proprio come agli
artisti, tutta la responsabilità del risultato della sua opera,
raccogliendone i meriti e le colpe" [5].
Dalla locuzione "i care" recentemente se n’è ricavata
un’altra, "e care". Si tratta di progetti in cui si forniscono
dei servizi, in via telematica, a persone in difficoltà
soprattutto in campo lavorativo, sanitario e scolastico, anche
perché il lavoro, la sanità e l’istruzione sono le
principali fonti del benessere psicofisico di ogni persona. Pertanto
anche l’obiettivo dell’"e care" è la
centralità della persona usando gli strumenti della tecnologia.
torna su
Autore:
Margherita
Marzario, docente, laureata con lode in giurisprudenza e perfezionata
in legislazione minorile presso l'Università degli Studi di
Bari. Già operatrice socio-culturale a titolo di
volontariato, cultrice di scienze umane, collabora con le riviste
giuridiche online Filodiritto e Diritto&Diritti.
Note:
[1] Cfr. D. Demetrio, L’educazione non è finita. Idee per difenderla, Cortina Raffaello, Milano 2009.
[2] Nella
legge belga del 6 luglio 2007 relativa alla procreazione medicalmente
assistita e alla destinazione degli embrioni in soprannumero, il
genitore è considerato "autore di progetto parentale".
[3] Cfr.
G. Savagnone, A. Briguglia, Il coraggio di educare. Costruire il
dialogo educativo con le nuove generazioni, Elledici, Torino 2009.
[4] Z. Bauman, L’arte della vita, Laterza, Roma – Bari 2009, p. 27.
[5] Z. Bauman, op. cit., p. 73.
|