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RIFLESSIONI
SU UNA PEDAGOGIA PARTECIPAZIONISTICA
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Bibliografia |
di
Elisabetta
Galuppi |
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Delineare uno sfondo psicopedagogico legato ad una pedagogia
dell’ascolto e dell’interazione emotiva secondo la quale il bambino non è
dato e conosciuto con scontata ovvietà ma un bambino da scoprire nella sua
realtà individuale e soggettiva, permette di qualificare il rapporto
relazionale (adulto-bambino) sottolineando aspetti e possibilità frequentemente
destinati a rimanere in ombra. Riflettere sull’opportunità di sostenere e
promuovere una filosofia pedagogica che senza sostituirsi all’analisi clinica
proponga atteggiamenti e percorsi metodologici propri, crea nuovi campi di
senso; e ascoltare con atteggiamento empatico-partecipativo emozioni, fantasie,
desideri e paure, diventa un’esperienza relazionale di costruzione di senso in
cui le possibilità combinatorie dell’attività mentale trovano nella
narrazione un’opportunità di conoscenza valutativa e metavalutativa.
Pedagogia affettiva e didattica di routine, abitualmente percepite
secondo i canoni della conflittualità tra gli opposti, viste nella prospettiva
dell’interazione emotiva e dell’ascolto partecipazionistico identificano
momenti di un continuum reale valorizzante non solo le potenzialità e le
abilità cognitive ma l’insieme delle dinamiche evolutive. Come
precedentemente accennato, l’intento non è certamente quello di sconfinare in
ambiti di non appartenenza sostituendosi a valutazioni cliniche e a programmi
terapeutici ma l’invito è quello di considerare la possibilità di un
intervento psicopedagogico di consiglio che connoti l’impostazione didattica
di una nuova forma mentis disponibile all’autovalutazione, al dubbio e
soprattutto all’ascolto. Il binomio pedagogia affettiva-didattica di routine
non deve continuare ad essere inteso e giudicato come accostamento inopportuno
tra fantasie e realtà ma, al contrario, definire un percorso operativo ed
elaborativo in cui l’intervento metodologico segue un’impostazione
sperimentale e non direttiva e i dati raccolti diventano materia di riflessioni
interpretative e di considerazioni oggettive. Se così ruoli e conoscenze
predefinite lasciano spazio a un nuovo modo di porsi nei confronti del bambino
non si parlerà più di un bambino ormai quasi perfettamente conosciuto a cui
dire cosa dev’essere seguendo i cardini referenziali di una filosofia
didattico-normativa, perché l’infanzia si trasformerà in un mondo del
possibile in attesa di svelarsi. Il compito diventa pertanto quello di superare
il limite di una visione scontata delle dinamiche evolutive in favore dell’impegno
ad organizzare e creare tempi e luoghi d’espressione che permettano al bambino
di raccontarsi e all’adulto di conoscere.
La realizzazione dei presupposti
pedagogico-partecipazionistici è ancora una sfida talvolta difficile alla
ricerca di ambienti e di figure professionali disponibili ad accogliere l’idea
di un proposta formativa dai presupposti singolari; e le cose si complicano ulteriormente
quando ai riferimenti teorici si affiancano le proposte concrete per poterli
dimostrare e verificare. Esperienze di laboratorio, variazioni nella
programmazione didattica abituale, incontri di formazione e aggiornamento,
diventano imposizioni trasgressive da contenere prima che il danno sia
inarginabile e il giudizio riesca a mettere in forse valori e tradizioni
moralmente consolidati. Un'occasione: di fatto è questo che alla fine conta di
più. Un’occasione che sia anche ascolto riflessivo e soprattutto dialogo con
i protagonisti di tante disquisizioni tra adulti: i bambini. Ad insinuare
"il ragionevole dubbio" sono proprio le loro risposte pratiche e
affettive, l’esprimersi delle loro fantasie, i racconti dei loro pensieri
capaci di interrompere i dialoghi spesso solo apparenti che tanto riempiono il
mondo dei grandi. Ciò che più colpisce e affascina è proprio la risposta
infantile alla proposta di raccontare per raccontarsi: i bambini, anche i più
singolari e introversi, difficilmente rinunciano all’opportunità di
comunicare con le figure adulte di cui sentono di potersi fidare e altrettanto
difficilmente trovano motivi per resistere all’opportunità di dare forme a
paure, pensieri e desideri. Certo l’impatto con i loro primi sguardi di
stupore è di per sé motivo di profonde riflessioni, "Che forse non sia
proprio un’ovvietà trovare adulti disponibili ad ascoltare?";
"Siamo proprio sicuri che se si esprime ciò che si prova e si pensa non
succede nulla di cui doversi pentire?"; "E se si sbaglia?". Molte
volte nelle mie esperienze a scuola con i bambini mi sono chiesta se i
protagonisti dei minigruppi con cui lavoravo erano gli stessi che vedevo in
classe prima e dopo i nostri incontri di laboratorio e trascendendo l’ovvietà
della risposta ho finora sempre trovato le ragioni e i sentimenti per continuare
a promuovere gli appuntamenti con la fantasia e la logica immaginativa
infantile.
L’Angolo della Fantasia; Eleonora e gli omini pieni di parole;
Cristian: il bambino del deserto; Martina e i racconti di emozioni
e pensieri……….ma queste sono altre storie.
===================================== Bibliografia
di riferimento:
-
E. Becchi, Manuale della
scuola del bambino, Franco Angeli, Milano, 1995.
-
A. Bondioli, Gioco e
Educazione, Franco Angeli, Milano, 1996.
-
A. Fonzi-E. Negro
Sancipriano, Il mondo magico nel bambino, Einaudi, Torino, 1979.
-
L. Lumbelli, Comunicazione
della Pedagogia Verbale, Franco Angeli, Milano, 1994.
-
C. Rogers, La terapia
centrata sul cliente, Martinelli, Firenze, 1994.
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copyright © Educare.it - Anno
III, Numero 10, Settembre 2003
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