|
Premettiamo che la "cura", qui,
è intesa non nel senso scientifico o medico, ma nel senso
heideggeriano dove l'essere dell'Esserci è "cura".
E poiché all'Esserci appartiene, in linea essenziale, l'essere-nel-mondo,
"il suo modo è essenzialmente il "prendersi cura
(1).
Egli stesso ci dice che "La condizione esistenziale della possibilità
delle preoccupazioni della vita e della dedizione deve essere
concepita come Cura in senso originario, cioè ontologico"
(2). Essa fa parte del nostro
essere gettati nel mondo e fonda ogni nostra occupazione, in quanto
nel suo fondamento l'Esserci è "cura". "L'uomo
si prende cura, ha cura, perché è Cura (3).
Essa, è dunque intesa in senso ontologico, esistenziale,
ci descrive l'uomo come relazione di prossimità e di incontro
con le cose e con l'altro, in un mondo che è già
dato come mondo in comune e che ci occupa prima della nostra scelta
di occuparcene o meno. In questo senso, ogni circostanza di vita
è resa possibile dalla "cura". E' in questa prospettiva
che l'essere dell'Esserci del Piccolo Principe è cura in
senso ontologico e autentico, è in gioco l'esistenza della
rosa, del pianeta, del vulcano. Ogni mattina infatti, il Piccolo
Principe dopo essersi lavato, si dedica con attenzione e cura
alla pulizia del pianeta: bisogna strappare i baobab perché
"se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene.
Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici. E se
il pianeta è troppo Piccolo e i baobab troppo numerosi,
lo fanno scoppiare (4).
Sono queste attività di cura, semplici ma fondamentali,
che rendono la vita nel nostro Principe tanto importante. La dedizione
verso il fiore fa sì che egli si senta per lui oggettivamente
responsabile e "vi si impegna affettivamente (5),
per questo lo protegge dal vento e dai bruchi "io conosco un
fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte, altro che
nel mio pianeta, e che una piccola pecora può distruggere
di colpo, così un mattino, senza rendersi conto di quello
che fa, non è importante questo!"
(6) "....io sono responsabile
per quel fiore! (7).
Ogni relazione autentica presuppone nel Piccolo Principe la responsabilità:
si sente appello e risposta, sente che deve rispondere all'altro
in termini di cura, "di coltivazione e di salvezza (8).
Egli è
responsabile della volpe dal momento in cui l'ha addomesticata
e ha creato i legami, "se tu mi addomestichi, la mia vita sarà
come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà
diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere
sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana come una
musica. E poi, guarda! Io non mangio il pane e il grano, per me
è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo
è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora
sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano,
che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò
il rumore del vento nel grano...". Qui, nell'incontro con
la volpe, il Piccolo Principe crea la coappartenenza, quell'esperienza
in comune, quel legame che li fa diventare amici. E' la pratica
di cura, di interesse, di coinvolgimento, di addomesticamento
che rende diversa la relazione e che fa sì che l'altro
diventi importante.
"Voi
non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora
niente", disse. Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato
nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe
uguale a centomila altre.... ". "Voi siete belle, ma siete vuote,..
non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante
crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è
più importante di tutte voi, perché è lei
che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto
la campana di vetro. Perché è lei ho riparata col
paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i
due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho
ascoltato lamentarsi o vantarsi, o qualche volta tacere. Perché
è la mia rosa" (9.
In
questo senso la "cura" è ingresso nel mondo della
relazione con l'altro, è incontro con l'alterità,
"è il rapporto originario e costitutivo dell'esserci nei
confronti del mondo (10). Ogni interpretazione
è diretta a cogliere, captare, a "penetrare un soggetto
(11) nel rispetto, altrimenti cade nell'esteriorità
che diventa distanza.
Interpretare
al contrario, significa aprirsi alla comprensione dell'altro,
significa risonanza dell'altro in me. L'interpretazione come ci
dice Gadamer, non lascia mai le cose come stanno, ma è
sempre produttiva e costitutiva di una nuova realtà, è
sempre crescita e formazione, "il comprendere è l'originario
modo di attuarsi dell'Esserci che è essere nel mondo. Prima
di qualsiasi differenziazione nelle diverse direzioni dell'interesse
pratico o teorico il comprendere è il modo d'essere dell'esserci
in quanto poter essere e possibilità(12).
Cura
e interpretazione si legano ontologicamente nella dimensione autentica
della relazione con l'altro. La conoscenza degli altri presuppone
sempre un esercizio d'alterità, la quale però non
è esternità - estraneità, ma un vero processo
interpretativo che implica interesse e coinvolgimento, non neutralità
e distanza. "Ciascuno di noi è un esecuzione personale
dell'universalità comune a tutti gli uomini ed è
questa la ragione per qui le differenze individuali che ci dividono
sono traversate da una somiglianza fondamentale (13).
L'interpretazione è resa possibile dal fatto che la differenza
è attraversata da una somiglianza fondamentale, siamo cioè
tutti coappartenenti ad un mondo comune. Sono queste linee orientative,
che derivano dalla coappartenenza, che rendono possibile la comprensione
dell'altro e i suoi mezzi non possono che essere l'interesse,
l'amore e la curiosità.
Nel
libretto di Saint-Exupèry il quinto pianeta era abitato
da un lampione e dal suo lampionario, che non faceva altro che
accendere e spegnere il suo lampione.
"Forse
quest'uomo è veramente assurdo.." pensò il Piccolo
Principe, "Buon giorno. Perché spegni il tuo lampione?"
"E' la consegna" rispose il lampionario. "Buon giorno" "Che cos'è
la consegna?" "E' di spegnere il mio lampione. Buona sera" "E
adesso perché lo riaccendi?" "E' la consegna" "Non capisco",
disse il Piccolo Principe. "Non c'è nulla da capire" disse
l'uomo "la consegna è la consegna. Buon giorno" e spense
il lampione..."Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole.
Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del
giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire..."Ebbene?"
disse il Piccolo Principe. "Ebbene, ora che fa un giro al minuto,
non ho più un secondo di riposo. Accendo e spengo una volta
al minuto... "Il Piccolo Principe lo guardò e sentì
improvvisamente di amare quest'uomo...si ricordò dei tramonti
che lui stesso una volta andava a cercare, spostando la sua sedia
(14).
L'ermeneutica
è il luogo dell'incontro e della comprensione dell'alterità.
Il Piccolo Principe, nell'incontro con l'altro, si realizza
come essere in relazione, come "apertura", che diventa
dialogo tra un io e un tu.
E'
la solitudine che lo spinge ad andare nella regione degli asteroidi
325, 326, 327, 328, 329 e 330, per incontrare tanti "altri"
e relazionarsi con loro in maniera autentica, proprio perché
la sua essenza è dialogo e comunione. La sua relazione
con l'altro si svolge nella perfetta reciprocità, perché
egli non si trova davanti a un sé compiuto e conchiuso,
che si offre alla sua interpretazione, ma si trova in presenza
di un'alterità e di una unicità che deve
comprendere, rispettare e ascoltare. E'
nella relazione autentica che egli prende coscienza di se stesso
e della essenzialità dell'altro per la sua crescita. Martin
Buber scrisse che sono gli "incontri veri" (15)
che permettono all'uomo e all'umanità di realizzarsi. Il
Piccolo Principe accetta il diverso, perché in lui vi riesce
a scorgere quel segreto che è in ciascuno di noi, quella
irripetibilità che ci contraddistingue: quello che noi
vediamo è solamente la scorza. Come disse la volpe "l'essenziale
è invisibile agli occhi" (16),
e perciò non ci rimane che "cercare col cuore"
(17).
L'autrice:
Maria
Luisa Aru è pedagogista ad Oristano.
torna
indietro |