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STUDI E RIFLESSIONI

 

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Cura e Alterità nel "Il Piccolo Principe", di A. De Saint-Exupèry

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di Maria Luisa Aru

La cura per l'altro e l'essere-per-l'altro sono due presupposti fondamentali di ogni discorso pedagogico. Nella storia del pensiero questi concetti sono stati sviluppati in modo vario, talvolta perdendo l'immediatezza emotiva di cui sono carichi. Con questo breve saggio, ci proponiamo di offrire qualche spunto di riflessione pratica, supportati da un'opera senza tempo qual è "Il Piccolo Principe" di Antoine De Saint-Exupèry (ed. Bompiani), ove cura ed incontro vengono narrati con quella lievità che arriva diritta al cuore.

Premettiamo che la "cura", qui, è intesa non nel senso scientifico o medico, ma nel senso heideggeriano dove l'essere dell'Esserci è "cura". E poiché all'Esserci appartiene, in linea essenziale, l'essere-nel-mondo, "il suo modo è essenzialmente il "prendersi cura (1). Egli stesso ci dice che "La condizione esistenziale della possibilità delle preoccupazioni della vita e della dedizione deve essere concepita come Cura in senso originario, cioè ontologico" (2). Essa fa parte del nostro essere gettati nel mondo e fonda ogni nostra occupazione, in quanto nel suo fondamento l'Esserci è "cura". "L'uomo si prende cura, ha cura, perché è Cura (3). Essa, è dunque intesa in senso ontologico, esistenziale, ci descrive l'uomo come relazione di prossimità e di incontro con le cose e con l'altro, in un mondo che è già dato come mondo in comune e che ci occupa prima della nostra scelta di occuparcene o meno. In questo senso, ogni circostanza di vita è resa possibile dalla "cura". E' in questa prospettiva che l'essere dell'Esserci del Piccolo Principe è cura in senso ontologico e autentico, è in gioco l'esistenza della rosa, del pianeta, del vulcano. Ogni mattina infatti, il Piccolo Principe dopo essersi lavato, si dedica con attenzione e cura alla pulizia del pianeta: bisogna strappare i baobab perché "se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene. Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici. E se il pianeta è troppo Piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare (4). Sono queste attività di cura, semplici ma fondamentali, che rendono la vita nel nostro Principe tanto importante. La dedizione verso il fiore fa sì che egli si senta per lui oggettivamente responsabile e "vi si impegna affettivamente (5), per questo lo protegge dal vento e dai bruchi "io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte, altro che nel mio pianeta, e che una piccola pecora può distruggere di colpo, così un mattino, senza rendersi conto di quello che fa, non è importante questo!" (6) "....io sono responsabile per quel fiore! (7). Ogni relazione autentica presuppone nel Piccolo Principe la responsabilità: si sente appello e risposta, sente che deve rispondere all'altro in termini di cura, "di coltivazione e di salvezza (8).

Egli è responsabile della volpe dal momento in cui l'ha addomesticata e ha creato i legami, "se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana come una musica. E poi, guarda! Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano...". Qui, nell'incontro con la volpe, il Piccolo Principe crea la coappartenenza, quell'esperienza in comune, quel legame che li fa diventare amici. E' la pratica di cura, di interesse, di coinvolgimento, di addomesticamento che rende diversa la relazione e che fa sì che l'altro diventi importante.

"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre.... ". "Voi siete belle, ma siete vuote,.. non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o qualche volta tacere. Perché è la mia rosa" (9.

In questo senso la "cura" è ingresso nel mondo della relazione con l'altro, è incontro con l'alterità, "è il rapporto originario e costitutivo dell'esserci nei confronti del mondo (10). Ogni interpretazione è diretta a cogliere, captare, a "penetrare un soggetto (11) nel rispetto, altrimenti cade nell'esteriorità che diventa distanza.

Interpretare al contrario, significa aprirsi alla comprensione dell'altro, significa risonanza dell'altro in me. L'interpretazione come ci dice Gadamer, non lascia mai le cose come stanno, ma è sempre produttiva e costitutiva di una nuova realtà, è sempre crescita e formazione, "il comprendere è l'originario modo di attuarsi dell'Esserci che è essere nel mondo. Prima di qualsiasi differenziazione nelle diverse direzioni dell'interesse pratico o teorico il comprendere è il modo d'essere dell'esserci in quanto poter essere e possibilità(12).

Cura e interpretazione si legano ontologicamente nella dimensione autentica della relazione con l'altro. La conoscenza degli altri presuppone sempre un esercizio d'alterità, la quale però non è esternità - estraneità, ma un vero processo interpretativo che implica interesse e coinvolgimento, non neutralità e distanza. "Ciascuno di noi è un esecuzione personale dell'universalità comune a tutti gli uomini ed è questa la ragione per qui le differenze individuali che ci dividono sono traversate da una somiglianza fondamentale (13). L'interpretazione è resa possibile dal fatto che la differenza è attraversata da una somiglianza fondamentale, siamo cioè tutti coappartenenti ad un mondo comune. Sono queste linee orientative, che derivano dalla coappartenenza, che rendono possibile la comprensione dell'altro e i suoi mezzi non possono che essere l'interesse, l'amore e la curiosità.

Nel libretto di Saint-Exupèry il quinto pianeta era abitato da un lampione e dal suo lampionario, che non faceva altro che accendere e spegnere il suo lampione.

"Forse quest'uomo è veramente assurdo.." pensò il Piccolo Principe, "Buon giorno. Perché spegni il tuo lampione?" "E' la consegna" rispose il lampionario. "Buon giorno" "Che cos'è la consegna?" "E' di spegnere il mio lampione. Buona sera" "E adesso perché lo riaccendi?" "E' la consegna" "Non capisco", disse il Piccolo Principe. "Non c'è nulla da capire" disse l'uomo "la consegna è la consegna. Buon giorno" e spense il lampione..."Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole. Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire..."Ebbene?" disse il Piccolo Principe. "Ebbene, ora che fa un giro al minuto, non ho più un secondo di riposo. Accendo e spengo una volta al minuto... "Il Piccolo Principe lo guardò e sentì improvvisamente di amare quest'uomo...si ricordò dei tramonti che lui stesso una volta andava a cercare, spostando la sua sedia (14).

L'ermeneutica è il luogo dell'incontro e della comprensione dell'alterità. Il Piccolo Principe, nell'incontro con l'altro, si realizza come essere in relazione, come "apertura", che diventa dialogo tra un io e un tu.

E' la solitudine che lo spinge ad andare nella regione degli asteroidi 325, 326, 327, 328, 329 e 330, per incontrare tanti "altri" e relazionarsi con loro in maniera autentica, proprio perché la sua essenza è dialogo e comunione. La sua relazione con l'altro si svolge nella perfetta reciprocità, perché egli non si trova davanti a un sé compiuto e conchiuso, che si offre alla sua interpretazione, ma si trova in presenza di un'alterità e di una unicità che deve comprendere, rispettare e ascoltare.

E' nella relazione autentica che egli prende coscienza di se stesso e della essenzialità dell'altro per la sua crescita. Martin Buber scrisse che sono gli "incontri veri" (15) che permettono all'uomo e all'umanità di realizzarsi. Il Piccolo Principe accetta il diverso, perché in lui vi riesce a scorgere quel segreto che è in ciascuno di noi, quella irripetibilità che ci contraddistingue: quello che noi vediamo è solamente la scorza. Come disse la volpe "l'essenziale è invisibile agli occhi" (16), e perciò non ci rimane che "cercare col cuore" (17).

 

L'autrice: Maria Luisa Aru è pedagogista ad Oristano.

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Riferimenti bibliografici:

1) M. Heidegger, Essere e tempo, Utet, 1969 (1927) p. 81

2) Ibid., p. 310

3) Disagio, Lavoro di Cura e Relazione di Aiuto, dispense corso "Pedagogia per il territorio" Università di Padova

4) A. De Saint-Exupèry Il Piccolo Principe, Tascabili Bompiani, p. 30

5) H. Jonas Il principio di responsabilità, Un'etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1993 p.117

7) A. De Saint-Exupèry , Op. Cit. p. 109

8) A. Granese, Ermeneutica e pedagogia (studio preliminare), in Prospettive ermeneutiche in Pedagogia A..A. V.V. Edizioni Unicopli

9) A. De Saint-Exupèry Op. Cit., p. 96

10) R. Fadda, Dal "logos" al "dia-logos" appunti per una lettura pedagogica dell'ermeneutica, in Prospettive ermeneutiche in pedagogia, A.A. V.V. Edizioni Unicopli, p. 126

11) L. Pareyson, Estetica, Teoria della formatività, Bompiani 1996, p. 182

12) H. G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 1989, (1960), p. 150

13) Ibid, p. 269

14) A. De Saint-Exupèry Op. Cit., p.70

15) M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi. Edizione italiana a cura di A. Poma, San Paolo, Milano 1993, p. 290

16) A. De Saint-Exupèry Op. Cit. p. 98

17) A. De Saint-Exupèry Op. Cit. p. 108

 

copyright © Educare.it - Anno I, Numero 6, Maggio 2001


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