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Bambini
fragili bambini a rischio
Abbiamo registrato nella premessa
alcuni dati e le motivazioni importanti che ci portano ad interessarci e ad
approfondire questo tema psico-pedagogico, con pesanti risvolti sociologici,
partendo chiaramente dai bambini. E ci interroghiamo subito sulla realtà
psicologica del bambino a rischio, se è vero che la migliore prevenzione è
conoscere la realtà che deve essere difesa. Il bambino è una realtà a dir
il vero assai complessa, frutto di delicati equilibri a livelli diversi e nello
stesso tempo in interazione stretta e
continua tra di loro.
Il livello cognitivo,
così sopravvalutato oggi dai genitori, interagisce inevitabilmente con le abilità
socio-affettive, con le caratteristiche genetiche temperamentali e fisiche,
con le esperienze familiari, ambientali e culturali. E’ frutto di
queste dinamiche l’Uomo che agirà direttamente nella società; limitare,
ignorare o trascurare lo sviluppo di una di queste abilità significa
compromettere la crescita globale di quell’individuo e quindi impedire che
egli sia positivamente operativo nella realtà sociale e nel contesto umano.
Ci occupiamo perciò in questa
sede in modo particolare, e comunque schematico, degli aspetti salienti dello
sviluppo socio-affettivo. Com’è questo bambino appena
nato? Di che cosa ha bisogno per iniziare al meglio questa avventura che lo
porterà ad essere uomo? Gli adulti sono una fonte
essenziale di interazione affettiva e
sociale.
L’atteggiamento di fiducia
e sicurezza, di accettazione che essi comunicano anche analogicamente al
bambino sono determinanti per lo sviluppo. Essenziale è naturalmente la
figura materna che, con la costante interazione, contribuisce alla crescita
emotiva, nel sottile scambio di messaggi a livello percettivo, affettivo e
intellettuale.
La ricchezza di sentimenti e di
motivazioni che stanno alla base del rapporto, del processo di attaccamento
reciproco, costituiscono il patrimonio di base del futuro sviluppo. E’
necessario che la madre sappia proiettarsi nel mondo del figlio, per comprendere
i suoi bisogni, creare il senso di sicurezza, di fiducia, intervenendo a
soddisfare i suoi bisogni come prolungamento, senza prevaricare o svalutare.
Sappiamo che l’attaccamento
ingenera anche angoscia da distacco, nel bambino, che alle soglie dell’ottavo
mese può manifestare con il pianto disperato l’allontanamento dal soggetto
materno, dal volto conosciuto. Tale angoscia deve essere vissuta dalla madre
senza ansia, ma come una normale conseguenza della fase di crescita. Accettare e incoraggiare le
curiosità, le scoperte e i tentativi, garantiscono inoltre un mantenimento e un
potenziamento della sfera cognitiva.
Quindi il rispetto della
personalità del bambino fin dai primi tempi di vita e una equilibrata
stimolazione garantiscono una crescita emotiva ed intellettuale corretta,
stimolano un atteggiamento complessivo di sicurezza e fiducia.
E’ questa la prima fase (0-1
anno) degli stadi che caratterizzano l’intero ciclo evolutivo della struttura
della personalità dell’individuo.
Attraverso la fiducia nella
madre e nell’ambiente circostante il bambino acquista progressivamente il
senso dell’autonomia e dell’auto-affermazione (2-3 anni), che
sfocerà nella coscienza di poter intervenire sulla realtà, processo inteso
come acquisizione del senso di iniziativa, attraverso cui sperimentare la
propria volontà (4-5 anni). E’ un momento delicato e importante, che si
accompagna a crisi di opposizione e competizione, con la crisi edipica,
che lo porta ad opporsi e a cercare insieme l’affetto e la stima dell’adulto.
D’altra parte la potente e prepotente affermazione dell’Io infantile è la
premessa indispensabile al futuro rapporto duale e alla serena evoluzione della
sessualità, in un momento in cui il bambino vive l’identificazione,
attraverso processi di difesa e di imitazione.
E’ bene precisare, a questo
punto, che la conferma della propria realtà affettiva e la promozione dello
sviluppo affettivo passano attraverso atteggiamenti di amorevolezza,
incoraggiamento e stima da parte degli adulti di riferimento.
Questo contesto inoltre è già
arricchito, con la frequenza alla scuola materna, dalla presenza stimolante e
conflittuale dei coetanei o, in famiglia, dei fratelli, con cui
relazionarsi, provarsi e crescere, in una continua ricerca di strategie
comportamentali che stimolano un corretto sviluppo sociale ed emotivo.
Cosa è mancato allora ai
bambini a rischio?
Alla luce di quanto finora
esposto si intuisce chiaramente quali possono essere stati gli elementi
deficitari nella crescita globale del bambino fragile e, quindi, a rischio.
Fin dai primi momenti l’attenzione,
l’interazione materna è stata inadeguata o addirittura assente, l’angoscia
da distacco vissuta punitivamente e l’ambiente inadatto ai bisogni di
stimolazione e di tempi adatti alle fasi di crescita. E’ mancata così la
formazione del senso di sicurezza, che permette la creazione, attraverso un
clima di incoraggiamento e di amorevolezza, del processo di socializzazione. Se
è mancata una immersione in un clima di fiducia, verranno ad essere carenti
tutti gli input alla formazione di un sano livello di autostima, che
favorirà l’autonomia personale e una corretta identificazione.
Un bambino a rischio è proprio
un bambino sfiduciato, facilmente in regressione, incapace di relazioni
sociali, disorientato e soffocato, spesso terribilmente insicuro di sé,
forse dietro una patina di ostentazione. E’ un bambino che non ha
potuto chiaramente identificarsi col genitore di riferimento, che non ha voluto
o potuto prendersi cura di lui e guidarlo. Egli ha conosciuto la
svalorizzazione, la trascuratezza, spesso l’eccessiva severità, l’autorità
e non l’autorevolezza, la prepotenza, l’ansietà continua, il
disorientamento educativo e soprattutto l’incoerenza degli adulti che
ritiene di riferimento.
Quanto
sono mancati comprensione e tenerezza, condivisione delle esperienze, pazienza e
attenzione, tempi di guida, ascolto e coerenza?
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