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STUDI E RIFLESSIONI

 

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SENTI CHI (NON) PARLA
riflessioni sul legame tra esperienze relazionali precoci
e ritardo dello sviluppo linguistico

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di Maria Beatrice Nava

   

Gli esseri umani vengono al mondo con una specifica predisposizione a percepire i suoni del linguaggio; non esiste nessun altro stimolo uditivo che percepiamo con lo stesso grado di precisione nella medesima unità di tempo. Tutti i bambini, tranne quelli che presentano forme più o meno accentuate di ritardo cognitivo (o articolatorio/motorio), entro i tre - massimo quattro - anni di età, acquisiscono la piena capacità di comprendere e produrre il linguaggio.

Dato che ogni piccolo cresce e matura secondo un proprio ritmo di vita peculiare, non è sempre facile stabilire se presenta anomalie e difficoltà evolutive, soprattutto se non si possiedono sufficienti elementi di giudizio (dati anamnestici sulla storia pregressa del piccolo, eventuali disturbi dell’udito di varia entità, otiti in tenera età...).
Tali dati sono molto importanti perché aiutano a definire un quadro medico - diagnostico delle eventuali difficoltà che il bambino ha affrontato, difficoltà che possono averlo privato di sufficienti stimoli linguistici provenienti dal mondo esterno.

Ci sono, però, situazioni nelle quali il bambino non ha fatto esperienza di "ostacoli" anatomo - fisiologici alla stimolazione linguistica, bensì relazionali. Credo che tutte le mamme di bimbi piccoli si siano sentite dire quanto è importante parlare con il proprio figlio, raccontargli cosa gli sta accadendo intorno (di modo che anche lui possa imparare a dare un nome alle realtà che esperisce) e chiamarlo per nome con dolcezza. Verissimo, anzi, ancora di più: fondamentale! Sappiamo che il bambino tende a preferire il timbro della voce femminile perché più acuto di quello maschile (ed anche perché la donna, in genere, per qualche meraviglioso meccanismo evolutivo di conservazione della specie, tende a parlare ai bambini facendo uso del "motherese", quel particolare registro linguistico caratterizzato da voce più acuta della norma, cadenza ritmata - cantilenante - e corollario di mimica facciale sorridente); tra tutte le voci femminili, inoltre, il bambino preferisce quella della sua mamma. Alla luce di ciò, parafrasando un noto detto popolare, è possibile affermare che, con un bimbo piccolo, "il silenzio non è d’oro"!
Diversi studi dimostrano che, in assenza di un’adeguata stimolazione linguistica, il linguaggio non si sviluppa completamente: il ruolo dell’adulto è, quindi, fondamentale. Accade anche che, purtroppo, il bambino non si trovi a vivere in un ambiente che lo stimola linguisticamente: è il caso del bambino che ha, ad esempio, una madre gravemente depressa. Diversi studi sperimentali mostrano come ci siano evidenti ritardi nello sviluppo linguistico nei figli di madri depresse, in special modo nel caso di famiglie monoparentali e di assenza di altri adulti interagenti. Tali studi evidenziano la scarsità - a livello quantitativo - e la povertà - a livello qualitativo - delle stimolazioni linguistiche offerte da tali madri ai propri figli: "mono-tone" (tono monocorde e, quindi, noioso), isolate, ripetitive, prive di coloritura emotiva e di enfasi. I bimbi esposti a tali (in)attività linguistiche hanno difficoltà a sviluppare un ricco vocabolario e ad apprendere quella competenza comunicativa fondamentale che è il rispetto dei turni nell’interazione, hanno maggiore difficoltà ad iniziare scambi verbali ed anche a rispondervi. Tale quadro di "fatica linguistica" si colloca all’interno di una relazione generalmente insufficiente anche da altri punti di vista: il bambino spesso non beneficia di un sufficiente supporto emotivo (l’emotional scaffolding tanto caro a Winnicott) e di relazioni significative con altri adulti (il padre – troppo spesso poco protagonista nella vita del figlio, specialmente quando è molto piccolo e sembra che sia "affare della madre", altri parenti adulti, amici dei genitori…); una madre depressa, inoltre, è frequentemente troppo presa dalla gestione del proprio mondo interno per offrire sufficiente attenzione al proprio piccolo (spesso determinando la formazione di un Legame di Attaccamento Insicuro – Evitante). A partire da quanto affermato, precisando che l’intento non è certamente quello di demonizzare le madri che soffrono di depressione (che anzi - anche i virtù delle riflessioni qui riportate - meriterebbero molto più aiuto ed attenzione di quanto venga loro attualmente offerto), emergono alcuni spunti di riflessione che ritengo meritevoli di approfondimento:

  1. E’ vero che il bambino predilige la voce femminile: ma la voce del papà - che magari ha sentito nelle ultime settimane di gravidanza attraverso la parete uterina - è (MOLTO) meglio di qualsiasi silenzio! Coraggio padri: raccontate ai vostri bimbi le favole della buona notte, fateli giocare, fateli chiacchierare ed incoraggiateli alla "sperimentazione linguistica"!

  2. Cantare filastrocche, ritornelli e ninna nanne ai piccoli è meraviglioso.. anche se siete stonati! Fatelo tenendo (se possibile, ovviamente) il piccolo in braccio: c’è una buona possibilità che cantiate sorridendo, con più dolcezza e cullando il piccolo al ritmo della melodia, offrendogli una serie incredibile di stimolazioni interessanti (cinesiche, visive, linguistiche, musicali, tattili…).

  3. Educatrici e maestre dei nidi dovrebbero ricevere una maggiore - e migliore - formazione sull’opportunità di utilizzare la musica come strumento di interazione e relazione con i bambini. Si sa che i pionieri hanno vita dura.. ma il valore di ciò che si propone induce a perseverare.

  4. I disturbi e le difficoltà nello sviluppo linguistico vanno presi in considerazione con attenzione e flessibilità: è meglio rischiare di interessarsi a qualcosa che, poi, in poco tempo si risolve spontaneamente piuttosto che trascurare difficoltà significative.

Desidero concludere questa riflessione relativa all’importanza della relazione linguistica adulto – bambino, citando un passaggio tratto da "Tre saggi sulla teoria sessuale" di S .Freud (1905), che riporta un breve stralcio della conversazione tra un bambino e sua zia:

<< Zia, dimmi qualcosa, ho paura perché è buio>>
"A cosa ti servirebbe, dal momento che non puoi vedermi?"
<< Non fa niente, quando qualcuno mi parla è giorno>>

 

copyright © Educare.it - Anno III, Numero 3, Febbraio 2003


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