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La
psichiatria è la scienza che studia la sostanziale impotenza dell'uomo
davanti alla follia. La malattia mentale è ancora permeata di
pregiudizi e poco conosciuta: la famiglia colpita vive in clima
di incertezza e di totale insicurezza nei confronti dell'esterno
ed arriva a sconfinare in un'iperprotettività il più delle volte
eccessiva, privando il malato di una potenziale autonomia necessaria
per uno sviluppo più efficace all'interno della società.
Chiaramente,
il ruolo della famiglia è di primaria importanza, ma non basta,
perché da sola non è in grado di sostenere al cento per cento
le difficoltà che via via incontra di fronte ad una società ancor
oggi molto indifferente verso la cosiddetta "diversità".
Infatti, i malati mentali in ogni situazione della loro vita sono
protetti dalla proprie mura domestiche e si abituano a fare affidamento
solo su di esse, ma la famiglia non può essere onnipresente e,
soprattutto, la famiglia non è eterna: quando un giorno non ci
sarà più che succederà?
Iniziamo
a fare bene il punto della situazione odierna a livello di servizi
e strutture esistenti per questo tipo di handicap in Italia, ma
soprattutto in Sardegna di cui sono testimone in qualità di operatore.
Il
momento della nascita del proprio figlio è un'esperienza unica
di felicità, ma quando in una famiglia nasce un bambino affetto
da un disturbo mentale non è sempre così.
C'è chi lo rifiuta, c'è chi lo accetta con la voglia di farlo
crescere nel miglior modo possibile anche in un contesto sociale
che continua da sempre a rifiutarlo e c'è chi, invece, lo protegge
da questa stessa società nella propria campana di vetro familiare.
Tutti nuclei familiari che, comunque, necessitano di un aiuto
e sostegno psico-affettivo oltre che terapico.
Nella
società di oggi esiste una funzionalità assistenziale in grado
di intervenire globalmente in tutte le direttrici?
Proviamo ad analizzare la situazione in suddetto contesto sociale.
Qualunque sia la reazione genitoriale, se positiva o negativa,
la famiglia deve, tuttavia, convivere con una personalità avente
un deficit a livello psichiatrico ed un certo caos ha naturalmente
inizio. Si centuplicano le insicurezze, le conflittualità familiari
e spesso viene a mancare un ordine sia interno che esterno.
Come devono agire i genitori, la famiglia?
In
passato i figli definiti "pazzi" restavano chiusi in
casa affrancati da rigidi dogmatismi e stereotipi.
Oggi, per fortuna qualcosa è cambiato ed un merito enorme lo si
deve anche ai mass media che hanno sensibilizzato la società.
Pur tuttavia, questo non basta e c'è ancora molto da fare per
le famiglie portatrici di handicap mentale: vige ancora una mancanza
di strutture adeguate, una mancanza di continuità negli interventi
socio-assistenziali e soprattutto di recupero, recupero anche
della famiglia. C'è ancora una presenza di ospedali psichiatrici
inefficienti dove il disagio è sempre più inquietante.
Esistono le case famiglia, ma quante? E soprattutto, rispondono
all'integrazione del malato o annientano ancora di più le loro
già deboli funzioni primarie della psiche?
Abbiamo mai pensato a quanti sofferenti mentali ci sono nel nostro
paese e soprattutto alla diversità delle patologie?
Come mai, nonostante la consapevolezza statale e medica innumerevoli
famiglie vivono ancora isolate con il proprio figlio malato in
balia solo di sé stesse?
Quanti sono i genitori anziani oramai frustrati da una vita dedicata
per la maggior parte del loro tempo a stare dietro al proprio
figlio?
Quanti sono gli altri figli "normali" della famiglia
che soffrono comunque, talvolta proprio per l'assurdità di sentirsi
normali davanti ad un fratello o sorella, che ha un comportamento
inavvicinabile alla comprensione comune?
Su di loro molto spesso ricade la responsabilità del futuro del
proprio fratello ed è difficile capire come agire e la loro compagna
quotidiana è una profonda, inaccettabile solitudine. E' giusto
che anche loro, come i genitori, si sacrifichino?
Alla
fine tutti gli sforzi dei genitori, psicologi improvvisati e disperati,
non serviranno a molto e forse a niente. Ciò di cui la famiglia
aveva bisogno era di un intervento assistenziale, di un progetto
educativo che per un qualunque motivo è venuto a mancare: prima
o poi la mamma e il papà moriranno e il loro figlio chissà dove
finirà.
Non neghiamocelo, almeno noi professionisti del settore, quante
realtà di disagio e multiproblematiche lasciamo inconcluse nelle
nostre pratiche!
La vera conferma a tutto ciò è proprio la realtà di tutti i giorni,
quella quotidiana. Infatti, chi non ha mai incontrato almeno una
volta per la strada un povero "pazzo" camminare gesticolando
o pronunciando parole senza senso? Intorno a lui non c'è nessuno,
nessuno si cura di lui e neanche durante il giorno se non quando
urla o disturba la gente "normale" che si accorge della
sua esistenza solo per definirlo "povero pazzo". Anche
"i poveri pazzi" sono stati bambini… hanno avuto una
famiglia che magari esiste ancora, ma chissà in quali condizioni…
e allora riformulo la domanda iniziale: "Come devono agire
i genitori, la famiglia?". Continuiamo a farli agire da soli?
Una
risposta a tutti questi interrogativi è quella di dare maggiore
continuità e professionalità ai servizi pubblici: molto spesso
hanno breve durata ed i motivi sono sempre dovuti ad una mancanza
di fondi. Ci sono anche casi in cui, dopo una breve, ma sempre
grave, interruzione vengono riattivati. Ma cosa succede? Si deve
ricominciare tutto il progetto psico-socio-educativo e di terapia.
Per non parlare del caso in cui c'è un passaggio di consegna di
operatori diversi. E qui sorge non solo esigenza di rivedere il
caso, ma vengono imposte alla persona sofferente mentale ed alla
sua famiglia altre figure come punti di riferimento con tutte
le difficoltà dell'approccio e dell'inserimento. Così vige solo
la continuità nel farli sentire ancora più sbandati!
Avendo
avuto un'esperienza con i sofferenti mentali, osservandoli, osservando
anche tutto il mondo che li circonda e le complessità di contorno,
non mi ritengo in grado di pervenire ad assolute certezze e mi
chiedo anche se c'è qualche professionista che è mai arrivato
a delle conclusioni.
Sotto
il profilo dell'ottica sociale una proposta, come pedagogista,
è quella di progettare interventi sempre più mirati verso l'educazione
ed il miglioramento delle capacità cognitive del malato. Questo
lavoro deve prevedere chiaramente anche la figura dello psicologo.
Un équipe coordinata dove lo psichiatra svolga il suo ruolo di
maestro e non solo di terapista che per risolvere il caso aumenta
le dosi dei psicofarmaci.
Un'altra
risposta alla mancanza di servizi efficienti è quella che dobbiamo
ricercare dentro noi stessi: anche noi professionisti dobbiamo
analizzarci, analizzare la nostra paura davanti alla follia. Prima
di essere operatori siamo uomini e siamo veramente in grado di
accettare ciò che non è spiegabile razionalmente? Tali
dichiarazioni non sono il frutto di semplice fantasia, ma di pensieri
maturati nel corso di un progetto dove ho seguito personalmente
e quotidianamente un gruppo di ragazzi con diverse patologie.
Tutte queste sono parole di una pedagogista perfettamente
orientata a mettersi sempre in discussione senza avere nessuna
pretesa di scrivere trattati scientifici.
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