|
In questo
articolo vogliamo focalizzare l’attenzione su una questione importante
e troppo spesso "invisibile" per gli adulti.
Il
problema è subito posto: cosa fanno i nostri figli quando
non sono a scuola? Quali possibilità hanno di relazioni
libere e spontanee con coetanei? Come possono maturare quelle
competenze sociali che sono il requisito di tutte le relazioni
interpersonali?
Il
Rapporto sui minori 1996, pubblicato dalla Presidenza del Consiglio
dei Ministri e curato dai più eminenti studiosi di scienze
dell’educazione, ha evidenziato il problema della "solitudine
del bambino domestico", sottratto alla "strada" (in senso lato
comprende tutti gli spazi extraistituzionali, di incontro e di
esperienza diretta) in quanto luogo pericoloso e costretto all’interno
delle case, sempre più piccole, in famiglie poco prolifiche
e dai tempi di vita molto serrati.
Nello
stesso documento si riportano i risultati di un’interessante ricerca
condotta da Tullia Musatti, dalla quale emerge un contesto di
socializzazione familiare in cui per la maggioranza dei bambini
non è presente alcuna altra persona che non sia un adulto.
Più della metà dei bambini (53%) non gioca mai all'aperto
e un altro 18% lo fa solo per un'ora. Ben il 64% dei bambini gioca
da solo; l'esperienza sociale con coetanei non avviene mai per
un'altissima percentuale di bambini (80%), solo per pochissimi
(6%) supera le due ore e mezzo. I dati mostrano anche che la condizione
sociale della madre influenza pesantemente il modo in cui i bambini
trascorrono la giornata: paradossalmente tanto maggiore è
il tempo che la madre trascorre con il bambino tanto minore è
la ricerca da parte sua di occasioni di relazione sociale per
il proprio figlio. Dalla ricerca emerge un quadro di profonda
solitudine del bambino, privato di esperienze sociali e condizionato
dai tempi di vita degli adulti che non paiono modificare più
di tanto l’organizzazione temporale della loro giornata per rispondere
a bisogni infantili, quali quelli del contatto con i coetanei
e del gioco con gli adulti. Questo vale molto spesso anche per
le situazioni in cui la madre lavora ed il bambino è affidato
ai nonni o alla baby-sitter (cfr. Presidenza del Consiglio
dei Ministri, Dipartimento Affari Sociali, Centro Nazionale per
la Tutela dell'Infanzia, Rapporto sulla condizione dei minori
in Italia 1996, Roma, pp. 357-358).
Tale
situazione è difficilmente colta nella sua gravità
da molti genitori, per i quali il tenere il proprio figlio "custodito"
tra le pareti domestiche è considerata la migliore situazione
di crescita.
Nella
nostra pratica di consulenza psicopedagogica riscontriamo spesso
che questa situazione di "isolamento" si protrae anche durante
i primi anni dell’adolescenza, e non è affatto raro incontrare
padri e madri che esibiscono con soddisfazione il fatto che il
loro figlio divida il tempo unicamente tra la scuola, la casa
(lo studio) e, quando ancora succede, la parrocchia.
In
realtà la solitudine dei bambini e dei ragazzi in famiglia
è senz’altro allarmante da un punto di vista educativo
per diversi motivi: potremmo dire della scarsa creatività,
della manualità impoverita (cosa sanno fare con le mani?),
della noia incipiente. Qui ci limitiamo a considerare un altro
aspetto: quando il tempo libero è trascorso in casa,
il mondo reale può venire facilmente surrogato con quello
virtuale, l’esperienza diretta sostituita con quella indiretta
dei computer e della televisione, dai quali i nostri figli traggono
la pericolosa convinzione che tutti gli atti sono reversibili,
come nei videogames o nelle fiction del piccolo
schermo che si possono scorrere avanti ed indietro a piacimento
con il videoregistratore senza che si rompa la trama.
Se
limitiamo le loro uscite da casa agli appuntamenti formali, strutturati
e gestiti da adulti (la scuola, il catechismo, le attività
sportive ed artistiche), potranno mai capire che i rapporti con
gli altri, a cominciare dai coetanei, sono basati su azioni intenzionali
che evocano una propria responsabilità personale? Come
potranno imparare a modulare i loro sentimenti, a vincere le paure
e le frustrazioni che accompagnano di norma ogni processo di crescita?
Intravediamo
diverse modalità per ovviare a questi rischi: la prima,
insostituibile per i genitori, è quella di ascoltare e
parlare con i bambini, per poter comprendere, "contenere", indirizzare
in modo corretto le domande, le ansie e i sentimenti che inevitabilmente
insorgono quando si allarga l’ambiente di socializzazione (ad.
es. con l’ingresso a scuola). Non si sottovaluti a questo proposito
che nella prima infanzia il canale privilegiato di comunicazione
rimane il gioco: perciò è importante che papà
e mamme dedichino tempo per giocare con i loro figli, magari fuori
di casa, sottraendoli alla "Tv baby-sitter".
In
secondo luogo vanno favorite occasioni di incontro tra coetanei,
e se strade e piazze oggi non sono sicure non c’è altra
soluzione che aprire le nostre case, anche a costo di sacrificare
un po’ di quell’ordine e di quella riservatezza cui siamo spesso
tanto legati!
Infine
gli adulti potrebbero adoperarsi con tutti i mezzi a disposizione
per creare o riorganizzare spazi di gioco e di incontro, soprattutto
ora che, terminata la scuola, si accentua la solitudine di molti
bambini: pensiamo alle aree verdi attrezzate, ancora così
rare nei nostri comuni, ed alle potenzialità, oggi poco
sfruttate, di oratori e di altre strutture parrocchiali. |