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e affiancamento
A questo punto proviamo a mettere sullo sfondo il contesto specifico
illustrato dal film, per concentrarci sulla posizione femminile
nel mondo pubblico e politico dove il mestiere consiste nell’occupare
una propria posizione che legga le esigenze di cambiamento e le
promuova. Come sono o come dovrebbero essere i nostri stili comunicativi
verso le altre donne? Agiamo in un vuoto di tradizioni, di riferimenti
pragmatici e teorici sistematici perché, come afferma Anna
Maria Piussi, ci troviamo in una condizione di anomia femminile
che indica la mancanza di norme, di leggi e di tradizioni proprie
che diano ordine e misura ai rapporti tra donne, solitamente affidati
al caso e regolati dall’ordine maschile che ci lascia un’eredità
pesante e possente. Questo ha impedito di rendere produttivi i rapporti
tra donne, in conflitto perenne per l’acquisizione di energie e
di risorse inegualmente distribuite. “Private di madri simboliche
dall’ordine patriarcale, le donne non hanno conosciuto in realtà
percorsi di formazione propri ma solo percorsi di deportazione nell’orizzonte
dell’altro genere” (Piussi, 1989).
Quale è il punto di origine? Il lavoro di Nancy Chodorow,
alla fine degli anni Settanta, è stato illuminante per decifrare
la condizione educativa della bambina in relazione alla madre. Il
titolo del suo testo chiave La funzione materna (Chodorow, 1978)
illustra bene l’attenzione rivolta al contesto sociale e culturale
che ha assegnato alla donna il ruolo di madre facendolo passare
per funzione di ordine biologico e naturale. L’autrice descrive
nei minimi dettagli il trend di esperienze fin dai primi periodi
di gestazione che si attuano nella relazione tra madre e figlia.
Nella cultura occidentale la madre è il riferimento primario
sia per i figli che per le figlie. La madre è una donna e,
in base ai riferimenti culturali di appartenenza, ha internalizzato
determinati valori assegnati ai ruoli maschili e femminili (solitamente
dicotomici e ineguali) che riversa nella gestione del rapporto stesso.
Nei primi mesi di vita si dà una forma simbiotica di relazione
con l’infante necessaria per accogliere i suoi bisogni fondamentali.
Tale stato fusionale assume connotazioni diverse nei confronti della
figlia e del figlio. Il rispecchiamento vissuto con il figlio approda
ad un processo di separazione e di acquisizione di autonomia che
sarà facilitato dalla stessa madre. Il rispecchiamento con
la figlia è più difficile da sciogliere e da risolvere
perché questa incarna, in potenza, l’immagine di donna che
la madre porta con sé e che si esprime nel progetto educativo
che farà di sua figlia la donna di domani. Contenuta dal
corpo della madre la figlia, come uno specchio, ne rappresenta l’alter
ego e ne rimanda le passioni, i desideri, le paure in un gioco di
rimandi reciproci tra due corpi dissimili eppure identici. Nel processo
di sviluppo la madre è l’oggetto di amore primario da cui
distaccarsi ma pure il modello di riferimento con cui identificarsi
per la formazione dell’identità adulta. Ne deriva una tensione
tra due spinte opposte: la stasi adesiva (tu sei come me e io sono
come te) o la spinta disgregatrice (io devo allontanarmi da te per
essere me). Tale modello di esperienza primario va a connotare,
con le dovute sfumature, le relazioni tra donne in età adulta
(Cotugno, 1999). Portata a separarsi dal linguaggio affettivo della
madre per inoltrarsi in un mondo parlato e decifrato al maschile,
il soggetto femminile acquisisce in anticipo l’abilità di
adattamento comunicativo e di adattamento relazionale, una plasticità
che la rende abile nei movimenti linguistici. Una competenza connaturata
al suo stesso sviluppo e crescita che le consente di dialogare su
più livelli e comprendere e intuire mondi differenti. Tali
abilità, acquisite con fatica per potere accedere ad una
posizione nel mondo sociale che non le è garantita, viene
poi rafforzata dalle specifiche attività di gioco che la
indirizzano a compiti e mansioni da destinare, poi, dentro gli spazi
del privato e della famiglia. Perché non ricondurre tali
abilità e attitudini anche nel contesto pubblico e sociale?
Nel percorso di passaggio relazionale di competenze tra donne -
dopo un necessario rispecchiamento - è opportuno procedere
in direzioni diverse che assecondano il progetto della “genealogia”
di Irigaray (1989) o della “affiliazione magistrale” di Piussi (1989).
Il legame di tipo genealogico implica un recupero dell’autenticità
del legame femminile, dell’originaria capacità creativa e
inventiva che sia capace di attenersi alle appropriate forme espressive
femminili e che, per questo, si mantenga fuori e oltre le imposizioni
di ruolo riproduttivo assegnate dalla cultura patriarcale. Perché
a ciascun sesso fa eco un differente senso (Irigaray, 1977). Dunque
passaggio di esperienze in uno spazio di condivisione quotidiano
che non si pieghi alla separazione neutra e meccanicista o alla
fusionalità di supporto indifferenziato. La formazione come
possibilità di conoscenza di sé e del mondo attraverso
un’altra donna, come iniziazione ad un orizzonte di senso che non
indica una somma di controvalori rispetto al maschile, ma una condizione
di autentica ricerca che si costruisce a partire da sé. L’affiliazione
magistrale consiste nella scelta consapevole e intenzionale di ricercare
per noi stesse e le altre, di solito più giovani di esperienza,
una posizione di autenticità nella sfera sociale. Questo
accade non mascherando, ma mostrando dentro a un campo di visibilità,
forme conoscitive appassionate, stili relazionali capaci, abilità
di ascolto e comprensione con le quali le più giovani sono
chiamate a confrontarsi e a misurarsi per trovare possibili risposte
al bisogno di appartenenza e al bisogno di dare senso di sé.
E questo bisogno di significare la propria esperienza non può
essere soddisfatto da nessuna mediazione maschile, anche la più
efficace e intelligente (Piussi, 1989). Si tratta di fare funzionare
l’inevitabile rispecchiamento tra donne come una forza di genealogia
o di affiliazione e non come una spinta adesiva che privilegia il
maternage simbiotico o l’assunzione di un ruolo tecnico e neutro
che diffida della vicinanza emotiva. Si tratta di inserire nel rapporto
una distanza, senza che questa si trasformi in separazione, in modo
da consentire il passaggio di forza e sapere.
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Bibliografia:
Anolli L., (a cura di), Psicologia della comunicazione,
Il Mulino, Bologna, 2002
Chodorow N., La funzione materna, La Tartaruga, Milano,
1991
Cotugno A., Due in una, Meltemi, Roma, 1999
Demetrio D., Pedagogia e corso della vita, in Tarozzi
M., Pedagogia generale, Guerini, Milano, 2001
Irigaray L., Questo sesso che non è un sesso,
Feltrinelli, Milano, 1978
Irigaray L., Sessi e genealogie, La Tartaruga, Milano,
1989
Piussi A.M., (a cura di), Educare nella differenza,
Rosenberg & Sellier, Torino, 1989
Paccagnella L., Sociologia della comunicazione, Il
Mulino, Bologna, 2004
Rosengren K. E., Introduzione allo studio della comunicazione,
Il Mulino, Bologna 2001
Filmografia
Diavolo veste Prada, Il, tit.orig. The Devil Wears Prada,
di David Frankel, USA 2006, col.
Autore:
Cristiana La Capria Laureata a Napoli in Lettere
Moderne. Ha un dottorato in Pedagogia. Si occupa principalmente
dello studio dei processi di comunicazione mediati tecnologicamente
e delle pratiche linguistiche secondo una prospettiva di genere.
Attualmente collabora ad attività didattiche e di ricerca
presso la Facoltà di Sociologia dell’Università
di Milano-Bicocca.
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