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Il bambino,
così caratteristico nella sua paffuta rotondità, nella goffaggine
del movimento, nel capo illuminato dai grandi occhi tondeggianti,
risveglia nell’adulto sentimenti di tenerezza e desiderio di accudimento,
in risposta ad un istintivo atteggiamento di protezione nei confronti
di ogni essere vivente con tali fattezze da "cucciolo".
Il
volto del bambino è decisamente dominato dagli occhi, che catalizzano
l’attenzione e risultano così essere elemento privilegiato di
interazione adulto-bambino; tutto il mondo percettivo che ruota
intorno al neonato è dominato dall’intento di attrarre la sua
attenzione, attraverso l’utilizzo di giocattoli vivacemente colorati,
grandi sorrisi con corollario di mimica facciale accentuata e
pupazzi di peluche mossi da mani adulte a mo’ di saluto.
…
ma il neonato ci vede? E se sì, cosa e come vede? Domande che
ogni mamma ed ogni papà si pongono di fronte al loro amato (ed
ancora sconosciuto) figlio da poco venuto al mondo.
Può
sembrare difficile a credersi ma il feto, già a sette mesi di
gestazione (quando ancora mancano due mesi alla nascita - quindi
in piena vita intrauterina), ha potenzialità di vedere, perché
da un punto di vista funzionale le strutture fisiologiche e neurologiche
di base necessarie alla vista sono complete; alla nascita
(o comunque a nove mesi a partire dal concepimento, anche nel
caso di nascite premature) la progressiva stimolazione visiva
permette il raggiungimento della piena funzionalità del senso
"vista", grazie all’indispensabile contributo dell’ambiente.
Questa
prima presa di coscienza permette di vedere il bambino come "competente",
avente cioè una serie di possibilità e potenzialità che possono
svilupparsi ed evolvere solo grazie al "fare esperienza del
mondo"; uno degli effetti dell’interazione con l’ambiente
è proprio quello di permettere ad alcune di queste potenzialità
di svilupparsi (in quanto stimolate), lasciando decadere, al contrario,
lo sviluppo di altre potenzialità non sufficientemente stimolate.
L’ambiente, cioè, si configura come "fattore di selezione"
che opera sul bagaglio potenziale che il piccolo ha in dotazione
alla nascita.
Il
neonato vede relativamente bene solo gli oggetti cromaticamente
molto contrastanti (con colori vivaci e stacco cromatico netto),
bidimensionali e non troppo distanti; non accomoda, anche perché
è ancora neurologicamente immaturo e, quindi, impossibilitato
a farlo. Al raggiungimento del quarto mese di vita, il lattante
avrà una capacità visiva come quella dell’adulto.
La
distanza ottimale alla quale porre un oggetto-stimolo per un neonato
è di circa 18-20 cm dagli occhi, più o meno la distanza alla quale
abitualmente si pone il volto di un adulto che tiene in braccio
il piccolo. Tale considerazione permette di fare una riflessione
interessante e squisitamente psicologica e relazionale sul valore
dello sguardo: esiste una distinzione tra "sguardo-visione"
e "sguardo sortilegio", proposta alla fine degli
anni Sessanta da Ajuriaguerra. Con la locuzione "sguardo-visione"
ci si riferisce a tutti gli aspetti percettivi legati allo sviluppo
dell’attività visiva; si intende, cioè, il livello fisiologico-funzionale.
Con la locuzione "sguardo-sortilegio", invece,ci si
riferisce al campo dell’interazione occhio-occhio tra il
bambino e l’adulto e, quindi, della relazione emotivo-affettiva
che si crea con questo scambio di sguardi. I livelli funzionale
e relazionale dello sguardo sono inscindibili e si richiamano
l’un l’altro in una circolarità dinamica continua.
Certamente
l’interazione visiva privilegiata si ha tra il neonato e sua madre:
il volto materno (e, comunque, il volto in genere) è uno stimolo
veramente particolare per il piccolo, che fino al compimento delle
6 settimane di vita ne esplora i contorni e le linee di demarcazione
(ad esempio l’attaccatura dei capelli); in seguito sono soprattutto
gli occhi del volto materno ad attrarre la sua attenzione e ciò
sembra indurre un’intensificarsi degli scambi occhio-occhio tra
il piccolo e la madre. Tale scambio è talmente intenso e mirato
che quando la mamma parla al neonato questi la guarda negli occhi
e non le osserva la bocca che si muove e dalla quale proviene
il suono della voce; sembra proprio ci sia un’attrazione magnetica
di sguardi tra i due (il sovra menzionato "sortilegio")
foriera di importanti e benefici effetti!
Il
neonato ha bisogno che la madre sostenga il suo sguardo e ricerca
un’eguale risposta in lei, ne fa il principale strumento in suo
possesso per dirle "che bello, ci sei, ci siamo!": si
tratta del cosiddetto holding (Winnicott), che indica il
ruolo di sostegno della madre al bambino che, attraverso il con-tenimento
materno, prende gradualmente coscienza di sé e, in seguito, dell’
<< altro da sé >>. Lo sguardo materno è direttamente
collegato alla modalità di accudimento adottata dalla madre con
il proprio bambino: il modo in cui ella lo guarda (e non soltanto
lo "vede") si lega al modo in cui lo accarezza, lo manipola,
lo solletica, lo tiene tra le braccia… E’ proprio attraverso questi
agiti che si struttura la relazione primaria di attaccamento madre-bambino:
le basi dello sviluppo emozionale e relazionale del piccolo si
instaurano proprio a partire da queste sequenze interattive (apparentemente)
tanto elementari da rischiare di essere, a torto, scarsamente
considerate.
Sicuramente
lo scambio di sguardi si configura come modalità interattiva precoce
e in divenire, nel senso che i primi scambi visivi costituiscono
il punto di partenza di un processo di interazione che nel tempo
cambia, si modifica, evolve. Quando si farà strada l’idea di un
generico "terzo" all’interno della relazione madre-bambino,
ci sarà la possibilità di condividere l’attenzione su un oggetto,
una persona, uno stimolo visivo: tale possibilità darà respiro
cognitivo al bambino che potrà arricchire la propria esperienza
grazie a questa condivisione.
E
se la relazione madre-bambino si sarà strutturata in maniera sana,
il piccolo farà della madre la sua "base sicura"
(Bowlby), il punto di riferimento dal quale partire per esplorare
l’ambiente intorno a sé e al quale ritornare ogni volta che ne
sentirà il bisogno, per sentirsi rassicurato e protetto: magari
attraverso un semplice sguardo.
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