Introduzione
Il
rapporto tra bambini e televisione è un tema che, ormai già da diversi
decenni, richiama l'attenzione di molti studiosi intenti a esaminare
e comprendere le dinamiche di fruizione del piccolo schermo e gli
effetti che questo può comportare sui piccoli telespettatori. Eppure,
il rapporto bambini-Tv rappresenta ancora oggi un tema tanto delicato
quanto attuale; la vasta letteratura esistente a riguardo ne ha
senza dubbio messo a fuoco i temi cruciali, ma molto ancora vi è
da dire, soprattutto andando oltre posizioni legate a logiche interpretative
ormai obsolete.
La fruizione della pubblicità da parte dei bambini rappresenta,
in particolare, uno dei maggiori temi di discussione e confronto
fra gli studiosi del settore, i quali hanno prestato attenzione
soprattutto al "potere" della pubblicità di indurre un determinato
comportamento di consumo da una parte e di proporre modelli di comportamento
ritenuti non adatti al pubblico dei minori dall'altra.
I bambini concepiscono la pubblicità come parte integrante dei programmi
televisivi, in particolare quando ritrovano i personaggi preferiti
dei cartoni animati che si rivolgono a loro in prima persona, o
ancora quando si compiacciono nel vedere i biscotti che hanno appena
mangiato a colazione o i giochi con i quali trascorrono parte della
giornata. Sono ormai lontani i tempi in cui la pubblicità era relegata
al Carosello, circoscritta all'interno di uno spazio di programmazione
determinato e limitato. Oggi la pubblicità si pone con soluzione
di continuità all'interno del palinsesto giornaliero, rappresentando
un genere televisivo con le proprie logiche e caratteristiche, al
pari di un varietà, una fiction, un quiz o un cartone animato. E
tuttavia, se accettiamo che i bambini imparano presto a gestire
il linguaggio della Tv, ciò è ancor più vero a proposito della pubblicità,
verso la quale i bambini si ritengono dei "piccoli esperti"
(1)
capaci di analizzarne la struttura narrativa e valutarne l'efficacia
persuasiva.
Seppur amalgamata nel fluire ininterrotto di comunicazione televisiva,
rispetto ad altri generi la pubblicità mostra la peculiarità di
definirsi come subcultura preadolescenziale, creando e consolidando
legami sociali e di appartenenza fra coetanei. Ad esempio, Gianni
Statera nota come:
"degli
spot, i bambini sanno tutto, o quasi; e tutti sanno di alcune categorie
di prodotti pubblicizzati. Dagli spot dichiarano di avere "scoperto"
l'ultimo gioco o il migliore snack (…). Ma soprattutto degli spot,
e/o con il linguaggio degli spot, i bambini parlano fra loro".
(2)
La
pubblicità è spesso uno spunto di conversazione tra gli amici, non
solo in riferimento al prodotto pubblicizzato, ma alle immagini
utilizzate, alla presenza del testimonial, alle battute, alle musiche
e ai jingle, ecc.
Certamente la pubblicità può anche avere effetti non del tutto positivi
sui piccoli spettatori, soprattutto nella misura in cui essa viene
fruita solo attraverso i canali emotivi, tralasciando quelli intellettivo-cognitivi.
Inoltre va considerato che gli spot televisivi, se da un lato sono
percepiti dai bambini come uno spettacolo, resta pur vero che cercano
di mettere in moto il meccanismo del desiderio invogliando al possesso
(e quindi all'acquisto da parte dei genitori) di quanto viene reclamizzato.
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Perché
la pubblicità piace ai bambini?
Lo spot pubblicitario è una forma di comunicazione televisiva
verso cui i bambini sviluppano una forte simpatia, attratti dalla
vivacità delle sequenze, dalle musiche, dai personaggi che vi
compaiono e dagli stessi prodotti reclamizzati. Infatti, una breve
analisi del rapporto che si instaura tra bambini e pubblicità
televisiva deve prendere in considerazione l'atmosfera di serenità,
le relazioni positive e di successo che gli spot mostrano, la
consueta presenza di bambini nel ruolo di protagonista verso cui
i piccoli spettatori si identificano, il ritmo incalzante delle
inquadrature, l'uso di alta computer grafica, la ripetizione e
così via. (3)
Effettivamente i bambini, molto più degli adulti, seguono con
attenzione gli spot televisivi, ricordandone contenuti, struttura,
musiche, battute, ecc. L'analisi attenta di Francesca Romana Puggelli
(4), circa la
dinamica della fruizione di pubblicità da parte dei bambini, pone
in luce i meccanismi responsabili dell'attrazione degli spot televisivi
nei bambini. In primo luogo viene rivelata la presenza di valori
attraenti agli occhi dei piccoli telespettatori:
-
la
brevità spazio-temporale dei messaggi, che consente una fruizione
intensa in un arco di tempo estremamente ridotto;
-
la
semplicità delle situazioni, che sono sempre familiari e facilmente
riconoscibili, tali da renderle immediatamente distinguibili
dalle complesse strutture comunicative messe in scena dagli
spettacoli veri e propri;
-
la
semplicità verbo-iconica degli spot, che contengono
spesso poche parole, ripetute e associate in maniera stretta
alle immagini, cosa che ne facilita al massimo la comprensione
e l'assimilazione;
-
l'attrazione
dei modelli proposti, legati a modalità di comportamento largamente
diffuse e la cui assunzione viene ritenuta tale da poter offrire
un miglior grado di inserimento e accettabilità nel gruppo
dei pari.
Ancora,
ne vengono individuate le caratteristiche formali, che facilmente
fanno penetrare la pubblicità nel linguaggio e nel modo di pensare
dei bambini:
-
essa
richiede continuamente attenzione, attraverso i continui movimenti
sullo schermo che evocano una altrettanto continua risposta
dello spettatore; il sistema nervoso si attiva infatti a ogni
cambio di scena, di inquadratura, all'aumento del volume della
musica, ecc.;
-
la
brevità delle singole sequenze televisive, in cui i rapporti
spazio temporali sono vividi e ben delineati, trova la sua
applicazione migliore nella brevità delle sequenze pubblicitarie;
-
la
mancanza di effetti di inferenza cognitiva: non c'è alcuna
possibilità per i bambini di riflettere su quanto hanno appena
visto, in quanto le immagini e i suoni successivi sommergono
immediatamente quelli precedenti;
-
la
complessità di presentazione plurisensoriale, tipica del mezzo
televisivo, in cui vista, udito e parola scritta agiscono
simultaneamente, sollecitando il sistema nervoso;
-
l'orientamento
visuale della televisione, che minimizza l'attenzione ad altre
sorgenti di informazione, impedendo quindi la distrazione
durante la visione stessa;
-
il
forte range emozionale che la televisione è in grado
di evocare; ogni azione presentata in televisione è molto
più forte che in qualsiasi altro medium.
Inoltre,
non è da sottovalutare che l'atmosfera predominante, soprattutto
negli spot per bambini, è spesso quella familiare. Il clima familiare,
infatti, imprime agli spot pubblicitari un carattere di armonia
e serenità che i bambini percepiscono e possono identificare con
lo stesso clima che vivono all'interno delle mura domestiche.
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Note:
-
M.
Morcellini, La TV fa bene ai bambini, Meltemi, Roma
1999.
-
G.
Statera, S. Bentivegna, M. Morcellini, Crescere con lo spot.
Pubblicità e socializzazione infantile, Nuova Eri, Torino,
1980.
-
M.
Gamba, Il bambino davanti alla TV, una possibile vaccinazione?,
in G. Clericetti, M. Fagiolo D'Attilia, M. Gamba, C. Sorgi,
Famiglia e TV: istruzioni per l'uso, SEI, Torino, 1996.
-
F.
Romana Puggelli, Spot generation. I bambini e la pubblicità,
Franco Angeli, Milano 2002.
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L'Autore:
Paolo
Di Matteo è laureato in Scienze
della comunicazione all'Università degli studi di Teramo. Si è occupato,
in modo particolare, del rapporto tra media e società, indagando
soprattutto sulle contaminazioni tra cronaca e fiction attraverso
una ricerca pubblicata nel volume: N. Tarantini (a cura di),
Tra cronaca e soap, Università degli studi di Teramo, 2003.
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